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Immanuel Wallerstein: L'illusione della ripresa
I media ci dicono che la «crisi» economica è finita, e che l'economia mondiale è di nuovo tornata alla sua modalità normale di crescita e profitto. Le Monde ha riassunto quello stato d'animo con uno dei suoi titoli brillanti: «Gli Usa vogliono credere nella ripresa economica». Giusto, «ci vogliono credere» e non solo negli Stati Uniti. Ma è davvero così? Prima di tutto, come ho ripetuto più volte, non siamo in una recessione ma in una depressione. La maggior parte degli economisti tende a dare definizioni formali di quei termini, basandole prima di tutto sull'incremento dei prezzi nei mercati azionari. Usano tali criteri per dimostrare la crescita e il profitto. E i politici al potere sono felici di sfruttare quella scemenza. Ma né la crescita né il profitto rappresentano gli indicatori appropriati.
C'è sempre qualcuno che ricava profitti anche nei tempi peggiori. La domanda da porsi è quante e quali sono le persone che ottengono un profitto. Nei periodi «buoni» la maggioranza delle persone vede migliorare la propria condizione materiale, malgrado ci siano differenze notevoli tra quelli che si trovano in cima e quelli che si trovano in fondo alla scala economica. L'alta marea tira su tutte le navi (o almeno la maggior parte), così recita l'adagio.
Ma quando l'economia-mondo diviene stagnante, come è successo a cominciare dagli anni Settanta, si assiste a una quantità di fenomeni. Il numero di persone non impiegate in modo produttivo, e di conseguenza con un reddito minimamente adeguato, cresce considerevolmente. Per questo motivo i paesi cercano di esportare i loro disoccupati. Inoltre i politici cercano in generale di privare di reddito gli anziani pensionati e i giovani in età pre-lavorativa, così da compiacere i loro elettori di regolare età lavorativa.
Ed è per questo che, valutando la situazione paese per paese, ce ne sono sempre alcuni nei quali la situazione appare molto migliore che nella maggior parte degli altri. Ma i paesi in condizione migliore tendono a mutare rapidamente, come si è visto negli ultimi quaranta anni.
Inoltre, man mano che la stagnazione continua, il quadro negativo si allarga e allora i media cominciano a parlare di «crisi» e i politici cercano soluzioni rapide. Invitano alla «austerity», che significa tagli ulteriori alle pensioni, all'educazione e all'assistenza all'infanzia. Deflazionano la valuta se possono, in modo da ridurre momentaneamente il loro tasso di disoccupazione alle spese del tasso di occupazione di un altro paese.
Si pensi per esempio al problema delle pensioni comunali. Una piccola città in Alabama ha esaurito il suo fondo pensioni nel 2009. Ha dichiarato bancarotta e ha smesso di pagarle, così violando la legge dello stato che le imponeva di pagarle. Come ha osservato il New York Times, «Non sono solo i pensionati a soffrire quando un fondo pensioni si prosciuga. Se una città volesse ottemperare alla legge e pagare le sue pensioni con i soldi del budget operativo annuale a disposizione, per produrre quei soldi sarebbe probabilmente costretta ad adottare notevoli aumenti fiscali o grossi tagli ai servizi. E i dipendenti comunali si troverebbero a pagare per un piano pensioni di cui non potranno usufruire quando si tratterà delle loro di pensioni».
Ma questo è il problema che si profila per ogni stato negli Usa, che per legge deve presentare un bilancio equilibrato e di conseguenza è costretto a chiedere prestiti per soddisfare le esigenze del budget corrente. Esiste poi un problema parallelo per ogni nazione nella zona euro dove non si può deflazionare la valuta per problemi di bilancio col risultato di poter ottenere prestiti solo a costi esorbitanti e insostenibili.
Ma, vi chiederete, e allora i paesi con un'economia in pieno «boom» come la Germania e più in particolare al suo interno, la Baviera - dal alcuni definita «il pianeta felice»? Perché i suoi abitanti «avvertono un malessere» e sembrano «depressi e incerti in merito al loro benessere economico»? Il New York Times nota che la «buona stella della Germania...è largamente ritenuta (dalla gente in Baviera) un risultato ottenuto a spese dei lavoratori, che nei decenni scorsi hanno sacrificato salari e benefici per rendere più competitivi i datori di lavoro.... E di fatto tanta prosperità in parte deriva dalla diffusa assenza per molti delle regolari garanzie sociali».
Beh, però se non altro c'è il buon esempio delle «economie emergenti» dove negli ultimi anni si è assistito a una crescita sostenuta, soprattutto nei cosiddetti paesi Bric (Brasile, Russia, India, Cina, ndt). Ma vediamo un po'. Il governo cinese è molto preoccupato della tendenza ai prestiti sconsiderati delle sue banche, che sembrano minacciare una bolla e la successiva inflazione. Ne consegue un'impennata dei licenziamenti in un paese in cui la rete di sostegno alla disoccupazione sembra scomparsa. Nel frattempo il nuovo presidente del Brasile, Dilma Rousseff, sembra preoccupato dalla «sopravvalutazione» della valuta brasiliana mentre si assiste alla deflazione di quella statunitense e cinese che insieme rappresentano una minaccia alle esportazioni brasiliane rese in tal modo non competitive. E intanto i governi russo, indiano e sudafricano devono tutti affrontare l'agitazione e lo scontento di gran parte della loro popolazione che sembra non aver risentito dei benefici della presunta crescita economica.
Ultimo, ma non secondario, problema è quello dei repentini aumenti dei costi energetico, alimentare e idrico. Un problema che deriva dalla combinazione della crescita demografica mondiale e dalle aumentate percentuali di persone che chiedono accesso a quei beni. Questo fa presagire una lotta, una lotta forse mortale, per l'accaparramento di tali beni. Due sono gli esiti possibili, uno è che un gran numero di persone riduca la propria richiesta - cosa assai improbabile. L'altro che la ferocia della lotta riduca la popolazione mondiale e dunque il problema delle risorse mancanti: una soluzione maltusiana e assai sgradevole.
Nell'entrare nella seconda decade del XXI secolo sembra assai improbabile che per il 2020 si possa ripensare al decennio trascorso come a quello in cui la «crisi» è stata relegata a memoria storica. E non aiuta il «voler credere» a una prospettiva che appare remota. Non aiuta a cercare di capire cosa si possa fare in merito.

FONTE: il manifesto del 06/01/2011
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