Lunedì 24 Luglio 2017 - Ultimo aggiornamento 13:06
MioGiornale.com
Logo ControLaCrisi.org
Filtra per luogo...
Filtra per tema...
Filtra per data ...
Nascondi
Sergio Bologna: Il lavoro cambia. E allora che si fa?
Non ricordo esattamente quando mi hanno invitato la prima volta a partecipare ad un dibattito dal titolo “il lavoro che cambia” ma può essere stato non meno di trent’anni fa. Del resto sono i documenti stessi a dirlo: sulla rivista “primo maggio” le analisi del decentramento produttivo, della scomposizione dell’unità aziendale in un sistema a rete, erano cominciate nel 1976/77. Negli stessi anni, i lavori del Dipartimento di Scienze del Territorio del Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura, avevano parlato di “fabbrica diffusa”.

Probabilmente si parlava ancora troppo di disarticolazione del complesso aziendale, cioè di “nuovo modo di fare impresa” e troppo poco di “nuovo modo di lavorare”, ma l’idea che la classe operaia venisse frammentata sul territorio per indebolirla era chiara. Le grosse novità sembravano però concentrate ancora nella fabbrica fordista, come il passaggio dalla lavorazione alla catena a quella “a isole”, la robotizzazione ecc.. Negli stessi anni si apriva un dibattito – purtroppo caratterizzato da forzature ideologiche – sulla fine della centralità dell’”operaio massa” e la comparsa sulla scena di una nuova figura egemone, quella dell’”operaio sociale”. Insomma, che nel mondo del lavoro si fosse alla vigilia di qualcosa di grosso, era chiaro a molti dei protagonisti di quelle analisi già dalla metà degli Anni Settanta.

Dopo lo spartiacque rappresentato dalla sconfitta alla Fiat nell’ottobre del 1980, e per alcuni anni ancora, gli ispiratori di quelle analisi avanzate avevano dovuto pensare a ripararsi dall’ondata repressiva, alcuni ci erano finiti dentro, stavano in galera in attesa di processi che si sarebbero tenuti dopo anni di carcere preventivo, altri erano riparati all’estero. I militanti operai, che erano più a diretto contatto con le trasformazioni del lavoro, erano stati dispersi e moltissimi licenziati, alcuni, non pochi, risucchiati dalle retate, erano finiti in galera. I sindacalisti più combattivi erano stati emarginati ed alcuni avevano subito veri e proprio traumi dalla sconfitta. Quando, alla metà degli Anni 80, comincia a riprendere, soprattutto in ambito accademico, la ricerca sulle trasformazioni del sistema produttivo e sul nuovo modo di fare impresa, il segno politico del discorso è completamente rovesciato.

Non si fa più analisi “dal punto di vista operaio” – anche prima in ambito accademico se ne era fatta poca ma quel poco aveva lasciato il segno. La soggettività del lavoratore non avrebbe più avuto il valore euristico che aveva prima. Tutta l’enfasi veniva caricata sull’innovazione capitalistica, sia tra i sociologi del lavoro e del territorio, sia tra gli economisti, dominava “il modello distrettuale”. Venne allora confezionato il mito del “miracolo” dei distretti in Emilia Romagna, Veneto, Toscana, Marche – la cosiddetta “terza Italia” – dove sarebbe nata un’inedita forma di capitalismo democratico. Che i distretti non fossero un’invenzione dei vari Becattini, Brusco, Bianchi, Bagnasco, Rullani e tanti altri, ma una solida realtà, che fossero un sistema di accumulazione efficiente, in grado di garantire occupazione e benessere in aree del Paese non appartenenti alla triade della grande industrializzazione (Lombardia, Piemonte, Liguria), non v’è dubbio. Ma l’entusiastica ammirazione per i distretti, l’idea che rappresentassero una nuova forma sostenibile del capitalismo, idea che aveva contagiato anche illustri studiosi statunitensi con molto maggiore audience dei nostri pur validi professori, ha finito per creare un pensiero sociale che ha completamente ignorato gli effetti di quelle “innovazioni” sul modo di lavorare. Sono state registrate con molta acribia e anche penetrante capacità di analisi le operazioni di esternalizzazione e la creazione di uno stuolo di “terzisti”, artigiani per lo più, ex dipendenti trasformati in fornitori. Si è modellato lo stereotipo dell’operaio che esce dall’azienda portandosi dietro la macchina utensile pagata “in conto lavorazione” e installata nella cantina di casa, sulla base di un contratto di fornitura.

Ma si restava sempre nel campo dell’analisi del decentramento produttivo, in sostanza si diceva meglio e con molto maggior dettaglio quello che avevamo detto in “primo maggio” in forma ancora embrionale. A sinistra si sarebbe sposata senza mezzi termini l’ideologia distrettuale, perché sembrava dire che in Emilia Romagna, in Toscana, nelle Marche, in Umbria - nella “terza Italia”, nelle regioni governate per tanti anni dai partiti di sinistra – il capitalismo funzionava meglio, in maniera più equilibrata, più sostenibile socialmente. La grande popolarità di cui l’ideologia distrettuale godette all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, contribuì a favorire “lo sdoganamento” del PCI. Ma questo riguardava la componente riformista e moderata del PCI, quella che aveva sempre visto con estrema diffidenza e con preoccupazione la radicalità delle lotte dell’operaio massa a Castellanza, Arese, Mirafiori, Marghera, Valdagno e nei mille altri focolai della forza di classe.

E l’altra componente, quella più “militante”, quella che rivendicava una continuità con il ’68 e ammetteva la proprio sconfitta, quella in che direzione andava?

Cercava appigli per far politica in molte cose diverse, l’ambiente soprattutto, le questioni di genere, la questione della complessità, ma tutte sempre distanti e distaccate dal lavoro. Non osava dirlo apertamente, ma parlare di lavoro sembrava impedirle di far politica; nei suoi ambienti si diceva che “il lavoro non crea più identità”. E tanto avanti si spinse su questo terreno, quella componente, che finì per fare la figura del fesso quando prese sul serio quel tragicomico libro di Rifkin tradotto con il titolo “La fine del lavoro”.

Davvero allora c’era gente che credeva che i robot potessero sostituire gli operai e i computer gli impiegati, c’era gente convinta che il grosso problema nel futuro sarebbe stato “che fare nel tempo libero?”

Crolla il Muro di Berlino e la componente moderata del PCI ne approfitta per scrollarsi finalmente di dosso una storia per certi versi gloriosa e sceglie la palude del trasformismo all’italiana. Si chiude la storia della repubblica nata dalla Resistenza, c’è un cambio di regime, non nelle istituzioni ma nella costituzione materiale. Non viene toccata la Costituzione, la Carta fondamentale dello Stato, viene semplicemente esautorata. Gli accordi sindacali del luglio 1993, la riforma delle pensioni e il pacchetto Treu del 1996, le riforme Biagi-Tiraboschi del 2001, danno un ordinamento giuridico a quel nuovo modo di lavorare che spontaneamente si era manifestato con il decentramento produttivo, l’esternalizzazione, la finanziarizzazione, e che le nuove tecnologie, l’uso del personal computer e di Internet avrebbero accelerato in maniera vertiginosa. Il lavoro dipendente sembra non avere più presìdi, l’articolo 18 e la Cassa Integrazione sembrano gli unici rimasti ma non finiranno che accentuare la disparità tra i lavoratori assunti a tempo indeterminato entro una certa data e la marea montante di contrattisti a tempo determinato, interinali, stagisti e chi più ne ha più ne metta, gente che nella maggioranza dei casi non può esercitare “tecnicamente” il diritto di sciopero, perché sono isolati, frammentati, costretti a negoziazioni individuali o, meglio, costretti ad accettare quel che gli si offre. Nasce lo stereotipo del precario, ma comincia a spuntare anche qualche lotta del precariato. Pian piano la tematica del lavoro ritorna in campo, le ricerche, le testimonianze, le denunce cominciano a riempire gli scaffali delle librerie, i pezzi di colore sui quotidiani si moltiplicano.Ma è proprio il liquido torbido di questo rigurgito oggi che occorre filtrare severamente, perché è pieno di scorie, di rifiuti, di cacca. “Riportare al centro il lavoro” non vuol dire niente. Bisogna vedere “come” ne parliamo e cosa facciamo in concreto per neutralizzare gli aspetti deteriori del cosiddetto “nuovo modo di lavorare”, senza impedirci la vista sugli aspetti positivi o almeno su quelli che lo rendono tollerabile. Altrimenti non si capisce come mai la gente lo subisce, in grandissima maggioranza, senza ribellarsi.Le élites sindacali e accademiche, quelle che danno l’imbeccata alla politica, dimostrano ancora una desolante arretratezza in materia di lavoro. Esempio illuminante a questo proposito il convegno organizzato dal CNEL nel febbraio 2009 sotto l’Alto Patronato del Quirinale e l’ala rassicurante della Presidenza della Camera (tovarisch Fini), intitolato – manco a farlo apposta – “Il lavoro che cambia”. Qualcosa come 1.300 pagine di relazioni, che mi son letto anche per doveri d’ufficio, senza trovarci un’idea ma incontrando a ogni pie’ sospinto cose trite e ritrite e talvolta vere e proprie sciocchezze. La martellante litania sulla formazione, per esempio, come se a questi poveri ragazzi una laurea specialistica non bastasse. No, meglio se ne hanno due di lauree e tre master e tre lingue straniere scritte e parlate e qualche corso di specializzazione e qualche stage non pagato. Così, imbottiti di formazione, ingozzati come oche, possono andare beatamente incontro a una domanda di lavoro che li guarda (o fa finta di guardarli) e dice “Non ci va bene, lei è troppo istruito, è troppo in alto per le nostre modeste esigenze. Lei è overeducated capisce?”.

Difficile trovare oggi qualcosa o qualcuno che sulla condizione lavorativa sappia dire una parola esauriente o sappia formulare una teoria generale o sappia proporre un modo concreto di ridare forza al lavoratore nei suoi rapporti con il datore di lavoro e le istituzioni. Nei casi migliori c’è qualcuno che prova a sperimentare terreni, che si focalizza su una situazione o una tipologia contrattuale. Alzando lo sguardo oltre il nostro Paese e limitandoci ai Paesi di matura industrializzazione dove ormai si è affermato il cosiddetto “postfordismo”, gli esempi sono molti e confortanti. Occorre probabilmente costruire una rete, creare sinergie, occorre rendere “visibile” il risveglio dell’interesse per il lavoro e il risveglio di una volontà dei lavoratori di farsi rispettare. Anche se il vittimismo è ancora assordante nelle testimonianze, c’è già chi si è tirato su le maniche senza seguire gli schemi organizzativi o le pratiche del movimento operaio e sindacale storico. Sono esperienze parziali, nessuna delle quali si pone come “modello”, ciascuna ha la sua autonomia ma nessuna, da quel che finora mi è capitato di vedere, ha pretese di egemonia. Del resto questo è l’unico modo possibile di procedere, dopo una gelata durata quasi trent’anni è l’unico modo pensabile in cui le cose possono rimettersi in movimento.Da quasi vent’anni io seguo uno di questi percorsi parziali, così lontano dai sentieri abituali battuti dalle varie componenti della sinistra, che mi definisco un “apolide”, uno senza cittadinanza e senza identità di colore politico. Il punto di partenza è, a dirlo, apparentemente semplice, a praticarlo estremamente complesso. Per decenni ci siamo concentrati sulla grande energia liberatoria racchiusa nella classe operaia e nei tecnici di produzione, l’abbiamo vista all’opera ed abbiamo condiviso le sue vittorie e le sue sconfitte. Da allora – parliamo degli inizi Anni Ottanta – c’è chi va in cerca di un nuovo soggetto sociale egemone, chi si chiede che cos’è il comunismo, chi ha smesso di preoccuparsi e tira a campare. Assieme ad un gruppo di vecchi e nuovi compagni (tutti amici di Primo Moroni e della Calusca di Milano) abbiamo cominciato a ragionare invece di “postfordismo” e di crisi dei ceti medi, non abbiamo cercato di capire le tute blu, abbiamo cercato di capire i white collar scoprendo che sul loro terreno le trasformazioni erano state ancora più sconvolgenti e radicali, che i “colletti bianchi” – zoccolo duro della piccolo-media borghesia – erano progressivamente sommersi da una marea di no collar, gente che lavora in un universo virtuale chiamato Web. In questo universo senza confini, impossibile da cogliere nella sua complessità e vastità, ci siamo ritagliati una piccola porzione, ma destinata a crescere sempre di più, quella di chi lavora in proprio producendo beni immateriali, il cosiddetto “lavoro cognitivo” autonomo, che abbiamo definito di “seconda generazione”. Perché lo abbiamo definito così sta scritto in un testo che Feltrinelli ha pubblicato nel 1997, a cura di Andrea Fumagalli e del sottoscritto. A quel punto è cominciata la comica. Chi diceva che avevamo la pretesa di aver trovato il nuovo soggetto sociale, chi diceva che stavamo con quelli che non pagano le tasse, chi diceva che il “postfordismo” è una bufala. Si sono scomodati persino i professoroni della sociologia del lavoro, a dire che non capivamo niente, non sapevamo leggere i numeri, che il nostro era un whishful thinking (Aris Accornero).

I giuristi invece, quelli che sanno che succede nelle aule dei tribunali del lavoro, ci ascoltavano con interesse. Infatti noi capivamo benissimo che stava succedendo, per la semplice ragione che non stavamo parlando di un lavoro altrui ma del nostro lavoro, quelle riflessioni sulla crisi del ceto medio e del lavoro intellettuale in genere erano frutto di nostra esperienze personali. “Partire da sé” diceva un vecchio adagio femminista. Senza farla tanto lunga, oggi a che punto siamo? Siamo al punto che quel pensiero ha prodotto un piccolo movimento di aggregazione, ha strappato le persone all’individualismo e al vittimismo, ed ha permesso di iniziare un percorso di consapevolezza culturale e di autotutela sindacale, coronato con la stesura di un “Manifesto del lavoro autonomo di seconda generazione” che chiunque si può scaricare dal sito www.actainrete.it. E’ una cosa molto “milanese”, che s’incrocia però con una fitta rete di associazioni professionali già esistenti, con le quali è iniziato un dialogo non di rado conflittuale. Sono piccole cose ma che si misurano con problemi enormi, prima di tutto con il problema del sistema previdenziale di questo Paese, poi con il problema dell’assistenza sanitaria, infine con il problema della formazione universitaria e non. In una parola, con il problema dello Stato sociale. Quindi temi di “grande politica”, che stanno al centro delle riforme legislative sul lavoro, sempre annunciate ma ancora al palo. Dentro questa piccola cosa ho ritrovato il piacere di incontrare tanti nuovi colleghi entusiasti, di altre generazioni rispetto alla mia, ho ritrovato il gusto dell’impegno civile, della “conricerca”, ho ritrovato soprattutto una dimensione internazionale ricca e articolata. Assieme a un collega molto più giovane, esperto di tecnologie digitali, ho cercato di raccogliere questi ultimi dieci anni di esperienza, metropolitana ed europea, in un nuovo volume per Feltrinelli. Dal punto di vista “teorico” abbiamo cercato di mettere in evidenza che stiamo parlando di lavoratori che non sono né salariati, né precari, anche se sono economicamente dipendenti ed hanno occasioni di lavoro intermittenti. E qui va in tilt tanta “sinistra” per la quale o uno ha un posto fisso o è un precario, tertium non datur. Al momento in cui scrivo queste righe il manoscritto è stato consegnato, ma c’è un po’ di maretta sul titolo e la dimensione. Inutile, i libri bisogna scriverli e metterli in libero download su Internet, come da tempo sto già facendo per saggi ed interventi polemici. Anche questo è un segno del nuovo modo di lavorare e di comunicare.
Dona il tuo 5x1000 a controlacrisi