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Dino Greco: Cgil, non aprire quella porta
News imageNon vi sono stati né documento conclusivo né voto, lunedì sera, al termine del Cd della Cgil chiamato a conferire a Susanna Camusso il mandato a continuare e, se del caso, a concludere con Confindustria l'accordo "omnibus", che tiene insieme regole per la rappresentanza, validazione degli accordi e, nei fatti, modello contrattuale. Eppure, sebbene il dibattito abbia toccato punti di esplicito dissenso, non solo riferibili alla minoranza, è del tutto chiaro che la segretaria procederà nel negoziato.
E' il peggio che si potesse immaginare ciò che sta precipitando nel semiclandestino tavolo di trattativa fra Confindustria e Confederazioni sindacali. Perché neppure i più inclini al pessimismo avrebbero potuto scommettere che a un esito simile potesse rendersi disponibile la Cgil, apponendo la propria firma ad un testo che, qualora fossero confermate le premesse, rappresenterebbe una vera e propria capitolazione, su uno spettro di questioni così vasto da apparire non già come un ripiegamento tattico, ma come una vera, profonda regressione culturale e politica.
Così, dopo lo sfondamento delle linee conseguito dalla Fiat di Marchionne, ora c'è la razionalizzazione che porterà la firma di Susanna Camusso per conto di tutta la Cgil: una vera e propria resa, destinata, nell'intenzione del governo, a trasformarsi in legge dello Stato; un colpo di scure che chiude un contenzioso tenuto aperto in questi anni dalla sola Fiom. L'intesa sancirebbe infatti la definitiva archiviazione del tema della sovranità sugli accordi sindacali. Il voto dei lavoratori come condizione legittimante un'intesa uscirebbe definitivamente di scena, anche per la confederazione di Corso d'Italia. Rimarrebbe come simulacro, ove al posto delle Rsu di origine elettiva vi siano le resuscitate Rsa, altrimenti basterà il 50 per cento più uno dei delegati a chiudere la partita. I lavoratori non avrebbero più diritto di pronunciarsi, né attraverso il referendum, né attraverso altre forme di validazione certificata sino a ieri ritenute irrinunciabili dalla Cgil. Tornerebbero in auge i delegati di nomina sindacale, non più eletti dai lavoratori e dunque non tenuti a rispondere ad essi del proprio operato. Non più espressione di una complessa mediazione dialettica fra democrazia diretta e democrazia delegata, essi opereranno in qualità di fiduciari delle organizzazioni esterne ai luoghi di lavoro, dalle quali ricevono l'investitura e a cui dovranno obbedienza.
Il dazio imposto alla Cgil per rientrare (come?) nel gioco delle relazioni sindacali sarebbe dunque pesantissimo perché passerebbe attraverso l'amputazione delle radici della partecipazione, il sequestro di ogni potere di decisione, l'annullamento o l'indebolimento sostanziale dell'autogoverno della rappresentanza dentro i luoghi di lavoro. La direzione di marcia si muove dunque all'opposto diametrale delle istanze partecipative che in questi mesi hanno scosso il Paese, alimentando speranze di trasformazione profonda. Proprio dal lavoro, da cui era lecito attendersi un ruolo di coagulo dei movimenti che hanno così intensamente attraversato la società italiana, viene una brusca e tutt'altro che inevitabile frenata.
Specularmente, l'accordo che conculca la democrazia in fabbrica conferirebbe straordinari poteri alle singole imprese, che sulla strada tracciata dalla Fiat, cercheranno di sostituire, con la complicità di sindacati corrivi, i contratti nazionali con accordi aziendali, ottenendo per sovrappiù la messa in mora e la sanzionabilità di quanti (sindacati? lavoratori?) fossero in dissenso e intendessero promuovere degli scioperi.
Questo catastrofico sbancamento delle relazioni sindacali non è frutto di una protervia padronale fine a sé stessa, ma insegue l'obiettivo di inertizzare il conflitto sociale, proprio mentre il governo prepara una durissima manovra economica il cui peso è interamente rovesciato sui lavoratori, e mentre si lasciano intatti profitti, rendite e patrimoni.
Torna alla mente quel tragico luglio del '92, quando il governo Amato impose al Paese una manovra di gigantesche proporzioni che colpì i salari, intaccò in profondità il sistema previdenziale, liquidò un intero sistema contrattuale, mortificò il sindacato. A tal punto che Bruno Trentin, allora alla guida della Cgil, sentì il dovere di rassegnare le dimissioni per avere sottoscritto senza alcun mandato (e sotto ricatto, come egli stesso ebbe a dire) quell'intesa. Oggi, Camusso, in uno scenario politico e sociale ancor più deteriorato, si appresta a rompere con la parte più vitale e combattiva della Cgil e a deporre le armi direttamente nelle mani di Confindustria.
Una svolta di queste proporzioni - e di queste più che prevedibili conseguenze - non può tuttavia concludersi con una discussione fra apparati. Deve uscire da quelle stanze. La Cgil ha (ancora) nel suo statuto gli strumenti per trasferirla nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche e negli uffici, fra i lavoratori e le lavoratrici. Visto che è della loro vita, da ogni punto di vista, che si sta decidendo.

FONTE: Liberazione del 29/06/2011
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