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Dario Fo agli artisti: “L’Italia è a pezzi? Raccontate il presente per risvegliare le coscienze”
Intervista al premio Nobel, che il 25 giugno sarà idealmente sul ponte della “Nave dei diritti”, l’iniziativa nata per denunciare la deriva della società italiana. “La situazione è sempre più grottesca, noi artisti dovremmo fare tutti come la Guzzanti”. MILANO – “La nave dei diritti” salperà da Barcellona il 25 giugno, diretta al porto di Genova: è l’idea di un gruppo di italiani residenti in Spagna che hanno deciso di denunciare la situazione del nostro Paese: razzismo, illegalità, disinteresse verso il bene comune. All’iniziativa ha aderito subito il premio Nobel Dario Fo. “Ne sono un po’ il patrono. È un progetto nato per sollecitare una presa di coscienza maggiore da parte dei democratici che sono ancora vivi e che hanno voglia di muoversi, di agire, di cambiare le cose”. Uno spunto per mettere in campo diritti e prese di coscienza. Nella sua casa milanese, dove troneggia la famosa foto di Falcone e Borsellino insieme, Fo traccia un bilancio della situazione italiana. E lancia un appello agli artisti perché aiutino il Paese a risvegliarsi.

Le tematiche sociali sono spesso al centro dei suoi spettacoli. Nel ’69 un suo sketch sulle morti bianche a Canzonissima fu anche censurato dalla Rai. Ma oggi si parla di più di sociale a teatro?
“No. C’è una grossa crisi del teatro, ma è una crisi sacrosanta, giusta. Allora c’era una vivacità, si facevano testi nuovi, c’era la scoperta di un teatro diverso da quello che avevamo vissuto quando eravamo ragazzini. Abbiamo conosciuto la satira, il grottesco, e questo ci esaltava. Oggi questo non c’è più, cioè non si parla più del presente. Io dico: fate anche delle cose del passato, ma che abbiano un rapporto di capovolgimento, il grottesco dello specchio contorto, per cui finalmente si vede la verità attraverso la deformazione. Questo ora non c’è più. Sono troppo pochi i pezzi che si scrivono legati al presente, in percentuale sono molti di meno rispetto al passato. E questa è una cosa che si paga”.

Un appello all’arte perché sia più sociale e attenta al presente, quindi.
“Ieri sono andato a vedere Draquila di Sabina Guzzanti. Nel finale c’è un uomo di una certa età, avrà settant’anni, che a un certo punto dice: ‘Io sono nato nel momento più vivo della ripresa dopo la guerra. C’era una voglia straordinaria di rinnovarsi, di ritrovare la dignità e di cancellare tutte le nefandezze che abbiamo vissuto. Quando ci siamo risvegliati dal sonno dell’imbecillità finalmente abbiamo dimostrato di avere forze, di avere coraggio, di essere degni di un popolo civile’. Ecco, in un tempo come il nostro, di film come quello della Guzzanti ce ne vorrebbe uno alla settimana. Tutti dovrebbero parlare, agire in questa maniera, anche come abbiamo fatto io e Franca con lo spettacolo sulla vita di Sant’Ambrogio (“Sant’Ambrogio e l’invenzione di Milano” ndr): era un testo di grande attualità in cui si parlava di allora per parlare di adesso”.

Insieme ad Antonio Tabucchi, José Saramago e tanti altri lei ha aderito al progetto della “Nave dei diritti”. Ma sono davvero in pericolo in Italia?
“Quello che sta succedendo in Italia con Berlusconi è sempre più grottesco. È incomprensibile. Io vado a recitare in tutto il mondo e vengo sempre invitato a parlare della politica, della situazione tragica che stiamo vivendo, non soltanto a proposito della crisi, ma proprio riguardo la conduzione della libertà, dei diritti. Ogni giorno scoppia un caos, uno scandalo, e sono scandali che farebbero saltare tutti i governi possibili e immaginabili d’Europa. Invece noi ci limitiamo ad affogare con un cinismo incredibile, dicendo ‘Insomma, questo in fondo è simpatico, se sa far bene i suoi interessi, li farà anche per noi’”.

Siamo troppo abituati agli scandali?
“C’è una condizione di imbecillità enorme. Non si tratta di moralismi o di buttare furbescamente tutto nel pettegolezzo, nel fatto strampalato, nel gioco de ‘le roi s’amuse’, la storia che dice che è giusto che il re si diverta, perché è lo spirito del nostro regnante. C’è anche il fatto che questo personaggio diventa sempre più goffo e brutale, è proprio il re in mutande che non vuol saperne di rivestirsi. Ed è fatto di barzellette, di banalità, di cose ovvie. Ne risentiamo moltissimo, specie all’estero. La cosa che fa impressione è che questa nazione, che ha un valore enorme nel passato di gente, di impegni importanti, di coraggio, di idee collettive, che è stata la patria dell’Umanesimo, del Rinascimento, di colpo ha un sotterramento, un crollo che però è incomprensibile”.

E gli italiani come si comportano?
“Di solito si dice ‘Sai, sono incolti, sono rozzi, questo è il loro modo di esprimersi’. Ma non è vero, perché poi ti accorgi in certi momenti che la gente semplice, la gente umile ha degli scatti straordinari, sa rifiutare un modo di essere e comportarsi come quello che avviene loro intorno. Non basta dire qualunquisticamente ‘Cosa vuoi farci, sono ignoranti, non hanno il senso delle cose’. La verità è che in Italia le persone sono disinformate perché c’è il padrone che ha inventato una macchina per addormentarle, per imbesuirle, per togliere loro ogni possibilità di raziocinio e di autocritica e soprattutto ogni possibilità di capire l’importanza che ha un comportamento civile nella società. Da molto tempo si susseguono corbellerie orrende, pesanti, si è perso il senso dell’onore, della dignità, non dico dello Stato ma anche della dignità minima dell’individuo, della conduzione corretta anche verso gli altri, verso quelli che soffrono. Non si può dividere un popolo in furbi e in coglioni”.

Ma perché in Italia non sembra esserci nessuna reazione?
“Un motivo di disperazione per me è vedere la parte che dovrebbe opporsi che invece minimizza, che cerca di arrangiare, che cerca di evitare, che copia soprattutto i modi e il modello originale di questo potere. Non si indigna mai abbastanza, non è mai pronta, è sempre in ritardo. Lo vedi subito come si sono comportati a L’Aquila. Assenti, completamente assenti, per timore di essere indicati come quelli che si mettono contro anche nei momenti in cui ci vorrebbe solidarietà. Vivere con la paura di sembrare è la cosa peggiore che ci sia”. (Francesca Bussi)

Redattoresociale.it
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