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BEVERLY J. SILVER: "DOVREMO ATTENDERCI L'EMERGERE DI MOVIMENTI OPERAI FORTI E MILITANTI IN CINA"
Un mondo più uguale
di Ferruccio Gambino.

Incontro con Beverly J. Silver, sociologa del lavoro interessata alla storia del conflitto di classe come fenomeno globale, docente presso la Johns Hopkins University di Baltimore (Maryland). È autrice di «Le forze del lavoro» (Mondadori 2008) nel quale l’attuale fase storica viene definita alla luce della perdita di capacità di regolazione del sistema del potere mondiale da parte degli Stati Uniti

Sulla base di un lavoro di lunga lena che è sfociato fra gli altri titoli in Le forze del Lavoro, Beverly J. Silver può oggi rivendicare di essere fra i non molti studiosi che hanno mantenuto la barra della riflessione imparziale in una prospettiva mondiale sul movimento operaio. Il volume ha vinto il Distinguished Publication Award dell’American Sociological Association nel 2005. Questa intervista è stata rilasciata il 12 gennaio scorso.

Quali avvenimenti e tendenze sono stati importanti per te negli anni in cui hai lavorato a «Le forze del lavoro?»

Ho lavorato a Le forze del lavoro per quasi due decenni. Una delle tesi cruciali del libro venne introdotta nei primi anni ’80 in un articolo che scrissi con Giovanni Arrighi, Movimento operaio e migrazioni di capitale pubblicato in italiano in Stato e Mercato (n. 11, aprile 1984). Allora erano in molti a parlare già di una crisi mondiale generale dei movimenti operai. Gli avvenimenti in Nord-America e in Europa occidentale militavano certamente a favore dell’assunto che i movimenti operai stavano attraversando una crisi profonda. Una serie di grandi scioperi dei primi anni ’80 – i minatori britannici, i controllori di volo statunitensi e gli operai dell’auto alla Fiat – finirono con pesanti sconfitte per i lavoratori. Comunque, contemporaneamente, la situazione dei movimenti operai era assai diversa fuori dai paesi «industrialmente avanzati». Nei primi anni ’80, movimenti operai forti e militanti venivano strappando vittorie di prim’ordine nei paesi di «nuova industrializzazione» che erano diventati i luoghi favoriti degli investimenti diretti stranieri e di accumulazione di capitale – e soprattutto in Brasile, Sud Africa, Iran e un po’ dopo la Corea del Sud. Così la tesi che viene sviluppata in modo dispiegato in Le forze del Lavoro e che lega i movimenti operai alla mobilità del capitale – ovvero, la tesi secondo cui «dove va il capitale, il conflitto tra lavoro e capitale segue» – discendeva dalla nostra riflessione su questi risultati fortemente divergenti per i movimenti operai del Nord che andava de-industrializzandosi e del Sud in via di rapida industrializzazione.

Sia nel tuo articolo in collaborazione con Lu Zhang («Cina:l’epicentro emergente del conflitto operaio mondiale?» in «La lunga accumulazione originaria») sia nel tuo «Le forze del Lavoro» consideri attentamente le dinamiche sociali della Cina contemporanea. Può la crisi economica internazionale attuale modificare i rapporti di potere tra le classi sociali in Cina?

Come accennavo, un punto centrale di Le forze del lavoro è che esiste un modello storico nel quale il capitale delocalizza in modo ricorrente alla ricerca di manodopera più a buon mercato e più docile, ma finendo per creare nuove classi operaie e nuove fasi del conflitto fra lavoro e capitale in ciascun luogo di produzione scelto. In Le forze del Lavoro avevo predetto che se il passato poteva servirci come indicazione per il futuro, allora dovremmo attenderci l’emergere di movimenti operai forti e militanti in Cina. Infatti, come argomento nell’articolo con Lu Zhang nel quinquennio scorso vi è stato un’insorgenza di conflitti di lavoro in Cina, compresa un’ondata di scioperi tra i giovani migranti di origine rurale nelle fabbriche che producono per l’esportazione. Inoltre, questa ondata di conflitti di lavoro ha suscitato la paura che il paese possa diventare ingovernabile e ha così indotto il governo centrale e il Partito comunista cinese a cambiare indirizzo, allontanandosi dall’insistenza ossessiva sulla crescita a tutti i costi e spostandosi verso la riduzione delle disuguaglianze tra le classi e le regioni della Cina. Proprio l’anno scorso è entrata in vigore la nuova legge sul lavoro che espande in buona misura i diritti dei lavoratori, limitando le prerogative della direzione aziendale; la legge ha dato nuovo impulso alla militanza di base. La domanda a proposito del modo in cui la crisi economica internazionale attuale potrebbe modificare i rapporti di potere tra le classi sociali in Cina è complicata. Certamente la crisi ha portato a licenziamenti su vasta scala nelle fabbriche che producono per l’esportazione, il che senza dubbio indebolisce il potere di contrattazione del movimento operaio nel mercato del lavoro. Comunque, non dobbiamo supporre prematuramente che l’effetto della crisi stia tutto nell’indebolimento del movimento operaio. Dopotutto, le maggiori conquiste del movimento operaio negli Stati Uniti sono venute durante la devastante crisi da sovrapproduzione e la disoccupazione di massa della Grande depressione del 1930. Vi sono motivi per aspettarsi qualcosa di analogo in Cina.

«Le forze del Lavoro» ha mostrato la fallacia della crisi «terminale» del movimento operaio. Questa fallacia diventa evidente quando tu delinei una prospettiva mondiale del movimento operaio. Oggi quali sono le occasioni e i pericoli che il movimento operaio affronta a livello internazionale?

Coloro che vedono la crisi del movimento operaio come una crisi «terminale » tendono a operare con una concettualizzazione rigida e stretta della classe operaia – di solito fissandosi su di una incarnazione storica specifica come la classe operaia (per esempio, l’operaio di fabbrica fordista); e poi interpretando lo smantellamento/sparizione di quella specifica incarnazione storica come se fosse la fine della classe operaia in quanto tale. Tuttavia, quello che io ho cercato di mostrare in Le forze del lavoro, è che in qualsiasi ambiente dato, la classe operaia è fatta e rifatta in modo ricorrente come risultante del processo di distruzione-creativa che è al cuore del funzionamento del capitalismo in quanto sistema sociale storico. Allora, la domanda importante in termini di «occasioni» diventa: qual è la composizione delle nuove classi-operaie-in-formazione – in Italia? In Europa? Negli Stati Uniti?; o dovunque siamo impegnati politicamente?Dove sono situate le nuove classi operaie nelle strutture del capitalismo e quindi a quale tipo di potere strutturale di contrattazione possono esse attingere nelle loro lotte? Si può rispondere a queste domande soltanto con studi locali particolareggiati, ma è chiaro che nel profondo le nuovi classi operaie sono fortemente influenzate sia dalla femminilizzazione della forza lavoro sia dai processi migratori di massa. Tornando al livello globale, possiamo anche vedere che l’attuale crisi profonda del capitalismo mondiale presenta occasioni e pericoli. La crisi ha condotto al collasso del dominio ideologico neoliberale, che è senz’altro una buona cosa per i lavoratori del mondo intero. La sofferenza prodotta dalla crisi potrebbe portare a nuove fasi di lotta di classe egualitaria ma vi è pur sempre il pericolo incombente che porti a nuove fasi di lotte operaie organizzate attorno alle differenze di status (per esempio, razza, genere, nazionalità) miranti a creare speciali protezioni per gruppi specifici di lavoratori (ad esempio cittadini) con l’esclusione degli altri. Inoltre, questa non è solo una crisi economica severa di sovrapproduzione; siamo simultaneamente nel mezzo di trasformazioni politiche globali epocali – quello che probabilmente deve essere considerata retrospettivamente la crisi terminale dell’egemonia mondiale da parte degli Stati Uniti (e forse dell’Occidente). Ne Le forze del lavoro mostro come il movimento operaio mondiale del XX secolo sia stato profondamente modellato da (e abbia modellato) la crisi terminale dell’egemonia mondiale della Gran Bretagna. Il movimento operaio mondiale del XXI secolo sarà anche profondamente modellato (e modellerà) l’attuale crisi dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti. Quello che sappiamo è che le transizioni delle egemonie mondiali del passato erano tutte caratterizzate da lunghi periodi di guerra mondiale, caos sistemico e sofferenze molto diffuse. Ma non c’è nulla di inevitabile nell’esito. Pertanto c’è tanto occasione quanto pericolo. Il pericolo è che le lotte dei lavoratori si organizzino attorno a differenze di status su scala mondiale, difendendo la prosecuzione del dominio occidentale. L’alternativa è che le lotte dei lavoratori diventino parte di una trasformazione culturale più vasta nella quale un mondo più eguale venga considerata un bene piuttosto che una minaccia da combattere con tutti i mezzi a disposizione.

TESTI ■«LE FORZE DEL LAVORO» ■



Per un nuovo internazionalismo

di Michele Nani

«La vera sfida si delinea nei centri economici del sistema: lo smantellamento del contratto sociale centrato sul Welfare e la problematica legittimazione del capitale aprono inediti spazi a un legame fra lavoratori e lavoratrici su scala globale»

La traduzione di Forces of Labor*, lo studio di Beverly Silver uscito a Cambridge nel 2003, rappresenta una preziosa occasione per ripensare in profondità la natura e la storia del movimento operaio. L’approccio della studiosa statunitense, la sociologia storica, non è molto diffuso in Italia, ove è guardato con diffidenza tanto dai sociologi che dagli storici. Tuttavia, come per altri volumi che vertono su problemi analoghi e che meriterebbero una traduzione (Global Labour History. A State of the Art di Peter Lang, edito da Jan Lucassen, Berna 2006; Les classes sociales dans la mondialisation di Anne-Catherine Wagner, Paris, La Découverte 2007; Workers of the World. Essays toward a Global Labor History di Marcel van der Linden, Brill 2008), lo studio di Silver ha il pregio di interrogarsi su questioni cruciali sia per la politica presente che per le scienze sociali, e di farlo con finezza metodologica (da rimarcare il felice innesto della comparazione sullo scenario globale) e senza rinunciare alla chiarezza teorica (fra i vari riferimenti, merita una menzione quello a Erik O. Wright, uno studioso da anni impegnato nella riformulazione sociologica della categoria di «classe» e mai tradotto, salvo qualche vecchio articolo, in italiano).

Come per molte altre ricerche, il punto di partenza del volume è la doppia crisi delle organizzazioni dei lavoratori e degli studi sulla classe operaia. Conosciamo le domande che ne conseguono: la «globalizzazione» innesca una corsa al ribasso o getta le basi per un nuovo internazionalismo?

La risposta di Silver si colloca sul terreno della ricostruzione storica e raccoglie la sfida tentando un ambizioso disegno globale, a partire dal database del World Labor Group del Fernand Braudel Center dell’Università di Binghamton, uno dei centri più vitali dello studio dei «sistemi mondiali», che ha prodotto, ad esempio, le grandi ricerche di Immanuel Wallerstein e Giovanni Arrighi (www.binghamton.edu/fbc/). Già al centro di un fascicolo della rivista del Fbc (Labor Unrest in the World Economy, 1906-1990, Review, n. 1, 1995), il database ha sistematicamente raccolto informazioni su oltre un secolo di lotte operaie, censendo oltre novantamila episodi in 168 paesi a partire dalle notizie apparse sulla stampa quotidiana.

Questi conflitti possono essere interpretati, con Polanyi, come cicliche esplosioni di resistenza alla mercificazione, oppure, con Marx, come manifestazioni di sempre nuovi assetti dell’organizzazione produttiva e della composizione di classe: i due modelli hanno in comune il rifiuto di leggere la forza-lavoro come mera merce, a differenza delle analisi economicistiche.

L’astrattezza del riduzionismo economico è incapace di cogliere i movimenti storici profondi delle società capitalistiche, che quando sono attraversate da crisi di legittimità tentano di integrare i lavoratori anche de-mercificando la loro condizione (ad es. con maggiori garanzie o con servizi sottratti alla logica del profitto), ma quando si dibattono in una crisi di profittabilità, cercano di recuperare margini con la ri-mercificazione (ad es. con la precarizzazione o con lo smantellamento delle politiche sociali).

E sono comunque sempre e costitutivamente agitate da conflitti sociali che trovano le loro radici nel processo lavorativo: come ha opportunamente ribadito Benedetto Vecchi (il manifesto, 16 gennaio 2009), questo studio rappresenta la migliore replica a chi da anni va disquisendo sulla «fine» della classe operaia o del lavoro. L’analisi di Silver parte dalle lotte nell’industria automobilistica, il settore trainante del capitalismo novecentesco. I dati globali confermano l’assunto per cui «dove va il capitale, va il conflitto»: l’epicentro della conflittualità operaia slitta via via dagli Usa all’Europa occidentale, poi dall’Europa meridionale e dall’Argentina a Brasile e Sudafrica, quindi in Corea, Messico e Cina. La ridislocazione geografica delle sedi e l’innovazione tecnologica-organizzativa (che spiega l’eccezione giapponese) non sono mai riuscite a imbrigliare la protesta operaia nel settore dell’auto, che presenta caratteristiche simili, per composizione di classe (di origine contadina o migrante), forme di lotta ed esiti, sovente positivi per i lavoratori.

Storicamente, tuttavia, il capitale ha prodotto anche una terza soluzione alle ricorrenti crisi: lo slittamento per comparti e prodotti.

Così al ciclo dell’automobile Silver confronta quello, precedente, del tessile, più diffuso geograficamente e segnato da frequenti sconfitte operaie, per via dello scarso potere contrattuale strutturale dei lavoratori in quel tipo specifico di produzione.

Una situazione rovesciata, invece, si dà nell’industria dei trasporti, centrale lungo tutto lo sviluppo del capitalismo storico, sede privilegiata della protesta e della forza operaia.

Questi confronti rivelano che non esiste una tendenza di lungo periodo al rafforzamento o all’indebolimento del potere dei lavoratori e che non è possibile anticipare in quali settori e aree si concentreranno le future ondate di conflitto. La dinamica industriale infatti si intreccia con quella politica e la protesta operaia rimanda anche al ruolo cruciale delle guerre, ai cicli di intervento dello Stato e alle ristrutturazioni delle gerarchie di potere internazionale.

In un contributo precedente, elaborato dieci anni fa con Eric Slater (Le origini sociali delle egemonie mondiali, in Caos e governo del mondo. Come cambiano le egemonie e gli equilibri planetari di Giovanni Arrighi e Beverly J. Silver, Milano, Bruno Mondadori 2003), Silver aveva formulato un’ipotesi sull’importanza del conflitto e del suo recupero in età contemporanea. Negli ultimi tre secoli si è assistito a una crescente intensificazione dei conflitti dal basso, capaci, a differenza che nelle epoche precedenti, di incidere nelle crisi delle relazioni sociali e, in determinate circostanze, di provocare il crollo delle forme di egemonia. Per questo le espansioni produttive e commerciali guidate dalle principali potenze si sono fondate su sempre nuovi patti sociali e le transizioni nei soggetti e nelle forme del potere globale hanno visto un continuo allargamento di scala, sia per l’estensione geografica delle egemonie, sia per la loro profondità sociale. La lezione vale ovviamente anche per i nostri tempi, per le lotte degli anni Sessanta e Settanta e per il «caos sistemico» nel quale siamo ancora immersi.

In conclusione, grazie alla prospettiva storica Le forze del lavorooffre una risposta sfumata e salutare a domande ricorrenti.

Nei luoghi di lavoro il potere dei lavoratori è molto indebolito rispetto al passato, ma la recente «globalizzazione» e le trasformazioni tecnologiche (il «postfordismo») non rappresentano una svolta epocale e non ingenerano un’inesorabile corsa al ribasso.

Siamo ben lontani dall’omogeneizzazione delle condizioni di lavoro, dunque da un’unità «oggettiva» della classe operaia mondiale, che resta invece frastagliata dai cicli di prodotto, dall’innovazione tecnologica e dallo stesso protezionismo, oltre che dalla concentrazione della ricchezza nei poli dominanti del capitalismo e dalle restrizioni alla circolazione dei lavoratori.

La vera sfida si delinea allora nei centri economici del sistema: se le nuove guerre e i nuovi conflitti interimperiali sono agiti in modo da non toccare i cittadini occidentali, lo smantellamento del contratto sociale centrato sul Welfare e la problematica legittimazione del capitale (Silver scriveva prima della crisi odierna, che ne rafforza gli assunti) aprono spazi a un legame fra lavoratori e lavoratrici su scala globale. Se e come potrà delinearsi un nuovo internazionalismo, dipende anche dalla capacità, tutta politica, di tener conto dei rischi ambientali e dell’urgenza di un reale eguagliamento fra lavoratori dei centri e delle periferie.



* Le forze del lavoro. Movimenti operai e globalizzazione dal 1870, Bruno Mondadori, Milano 2008.

Fonte: http://62.149.226.72/rifondazionepescara/modules.php?name=News&file=article&sid=3152

Beverly J. Silver

LE FORZE DEL LAVORO
Movimenti operai e globalizzazione dal 1870

Un libro innovativo, imparziale e rigoroso, un’analisi comparativa di lungo periodo che si avvale di un’imponente raccolta di dati. Nell’esaminare le trasformazioni storiche, le forme di resistenza e il ruolo dei movimenti operai nei paesi del Nord e del Sud del mondo, l’autrice dimostra che i movimenti su scala locale sono sempre connessi con i processi politici e socio-economici che avvengono su scala globale, e coincidono con l’avvicendarsi dei settori nevralgici dello sviluppo capitalistico e la localizzazione geografica della produzione.

INDICE

1. Introduzione: La crisi dei movimenti operai e degli studi sul movimento operaio
Dibattiti sul presente e il futuro dei lavoratori e dei movimenti operai
I conflitti della classe operaia in una prospettiva storico-mondiale: quadro teorico e concettuale
Metodi e strategie della ricerca
I lavoratori di tutto il mondo nel xx secolo: la struttura del volume

2. I movimenti dei lavoratori e la mobilità del capitale
Modelli storico-mondiali di militanza operaia nell’industria automobilistica
Da Flint, Michigan, a Ulsan, Corea del Sud: un déjà vu nelle ondate di scioperi del settore automobilistico
Una soluzione tecnologica postfordista?
Linee di confine e contraddizioni della produzione lean and dual

3. Movimenti operai e cicli del prodotto
Il ciclo del prodotto dell’automobile
Il complesso ciclo del prodotto tessile in una prospettiva comparata
Cicli, innovazioni e mobilitazione operaia nel settore dei trasporti
Una nuova innovazione di prodotto?
Conclusioni

4. Movimenti operai e politica mondiale
Guerre mondiali e agitazioni operaie
La globalizzazione di fine Ottocento e l’ascesa del movimento operaio moderno
Il circolo vizioso dei conflitti interni e internazionali
Mobilitazione operaia, guerra mondiale e decolonizzazione
Egemonia statunitense, consumo di massa e patti sociali di sviluppo
Dalla crisi dell’egemonia statunitense alla crisi della forza lavoro mondiale

5. Le dinamiche contemporanee in una prospettiva storico-mondiale
Una “corsa al ribasso”?
Il divario tra Nord e Sud del mondo è colmato?
Il potere contrattuale strutturale dei lavoratori è più debole?
Guerre e diritti dei lavoratori uniti da un destino comune?
Verso una nuova era di internazionalismo operaio?

Appendice A. Il database del World Labor Group: concettualizzazione, misurazioni e raccolta dati
Il concetto di agitazione operaia (labor unrest) su scala mondiale
La misurazione dell’agitazione operaia su scala mondiale
Le procedure di raccolta dati
Valutare l’attendibilità del database del World Labor Group

Appendice B. Indicazioni per la raccolta dei dati
Quali tipi di azioni menzionate riportare
Categorie da controllare negli indici dei quotidiani
Come utilizzare la scheda di raccolta dati
Linee guida per codificare le tipologie di azioni
Linee guida per codificare i luoghi
Linee guida per codificare il settore
Deduzioni

Appendice C. Classificazione dei paesi

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