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CINA; I CENTO FIORI DI UN'INCERTA CREATIVITA'
di Benedetto Vecchi - L'esotismo che accompagna l'analisi del «miracolo economico» cinese si sbizzarisce sulle virtù innate all'obbedienza e al rispetto della gerarchia degli abitanti del celeste impero, nonostante l'esperienza della repubblica popolare, che aveva fatto della critica al confucianesimo uno dei suoi tratti distintivi almeno fino a quando il gruppo dirigente dello stato socialista ha imboccato l'autostrada delle riforme per giungere al capitalismo. Certo, ci sono analisi importanti che hanno cercato di sfuggire agli stereotipi del cinese sempre ubbidiente allo stato padrone. Tra queste analisi, va sicuramente ricordato il lavoro pionieristico di Kenneth Pomeranz La grande divergenza (Il Mulino), nel quale lo storico marxista dell'economia legge la perdita del primato economico, tecnologico e politico della Cina agli albori della modernità come l'esito di un conflitto di potere che ha visto vincente la potente e articolata burocrazia imperiale a scapito dei mercanti e dei «sapienti».
Per Samir Amin, invece, la Cina contemporanea è tornata alla scena della ribalta mondiale perché è una società che ha scelto di imboccare la strada del «mercato socialista». Di ben altro tenore è stata l'analisi di Manuel Castells, che ha sottolineato il ruolo propulsivo dello stato nel favorire lo sviluppo economico, attraverso una legislazione che ha ridimensionato il contratto sociale «socialista» per attirare i capitali stranieri. Un processo, quello delineato dallo studioso catalano, gestito in maniera autoritaria, ma con un consenso sociale molto diffuso. Allo stesso tempo, il volume Adam Smith a Pechino di Giovanni Arrighi ha messo, invece, l'accento sul fatto che la nuova realtà cinese sfugge al una definizione che la qualifica come società capitalista o, all'opposto, socialista e che occorre riprendere in mano la Teoria dei sentimenti morali dell fautore del libero mercato per aiutare il lavoro di comprensione di una società, appunto, né capitalista né socialista.

Il successo del «made in china»

Sono questi solo alcuni esempi di una vasta produzione editoriale sulla Cina, che oscilla sempre tra la sottolineatura degli elementi di continuità o di discontinuità nella sua storia: il ruolo dello stato, le diseguaglianze tra le campagne e le vivaci economie regionali della costa; il ruolo dei contadini o degli intellettuali-mandarini; il rapporto con il resto dell'Asia e dell'Europa. Pochi, invece, i contributi che hanno analizzato la società cinese a partire dai conflitti sociali e di classe che hanno accompagnato la stagione delle riforme economiche dopo la morte di Mao. Va quindi salutata come un promettente inizio la pubblicazione de La testa del drago, libro che raccoglie testi di studiosi inglesi, cinesi e malaysiani dedicati a come le riforme economiche siano state spesso condizionate, costringendo il governo di Pechino a modificarle, da ondate di vere e proprio rivolte operaie e contadine (ombre corte, pp. 140, euro 15). Il valore dei saggi contenuti nel libro sta proprio nella scelta di uno sguardo di parte, decisamente partigiano nel sottolineare come le «riforme economiche» avviate negli anni Ottanta possano essere considerate una vera e propria «controrivoluzione» affinché la Cina potesse diventare il punto terminale del decentramento produttivo su base mondiale avviato dalle grandi imprese statunitensi e europee. Dopo gli anni della «rivoluzione culturale» e di una economia che aveva sempre privilegiato uno sviluppo a bassa intensità di tecnologia e labour intensive, il gruppo dirigente cinese decise che il paese più popoloso del mondo dovesse imboccare la strada maestra di una modernizzazione che doveva garantire un aumento del benessere dei cinesi, anche se questo poteva significare un aumento delle diseguaglianze sociali. La Cina divenne così la grande fabbrica del capitalismo mondiale.

Le imprese della creatività

Sarebbe tuttavia un errore pensare che dietro le scelte del governo di Pechino ci fosse solo il desiderio, dopo aver aperto le proprie frontiere ai flussi di merci, di attirare investimenti stranieri. Come nota Andrew Ross, Pechino poteva certo guardare con soddisfazione che molte delle merci vendute in Occidente fossero Made in China, ma la scelta di una modernizzazione capitalista avviata doveva contemplare anche un passaggio successivo: far diventare quel paese una vera e propria superpotenza economica, politica e militare. Da qui l'avvio di colossali progetti affinché dal Made in China si passasse al Created in China. In altri termini, il partito comunista voleva che la Cina sfuggisse al triste destino degli altri paesi asiatici, inglobati nell'economia mondiale in posizione subalterna. La Cina non doveva cioè diventare un paese che «imitava» ciò che veniva progettato negli Stati Uniti, in Europa o in Giappone. Da qui i massicci investimenti in ricerca e sviluppo, nonché la definizione di una legislazione per favorire la formazione di «imprese della creatività».
Da questo punto di vista è interessante la tesi sviluppata nel testo dello studioso Yu Zhou sulla cosiddetta Silicon Valley cinese a Zhongguancun, zona a nord di Pechino e diventato un vero e proprio distretto high-tech dove si produce software, si progettano microprocessori, nonché sede delle più importanti imprese informatiche e delle telecomunicazioni cinesi. Per questo studioso, l'analisi della realtà cinese deve contemplare il fatto che quello che fu il «celeste impero» è sia la fabbrica del mondo, ma anche una realtà emergente del capitalismo cosiddetto cognitivo. E non può che essere così, vista l'estensione geografica della Cina, il numero altissimo dei suoi abitanti e le storiche diversità regionali in termini di una vera e propria divisione continentale del lavoro, come d'altronde si deduce dalla lettura di Impero o stato-nazione? La modernità intellettuale in Cina, saggio del noto intellettuale newleft Wang Hui. È questa compresenza di un settore industriale maturo e i nuovi distretti high-tech che rende sempre più difficile guardare alla Cina come una realtà sociale e economica periferica dell'«economia mondo».
Ma come tutto ciò si concili con l'ideologia socialista di stato è l'altro aspetto che viene attentamente analizzato nel volume. In primo, la controrivoluzione è stata anche culturale. Come afferma Aihwa Ong, il gruppo dirigente comunista è stato molto attento affinché le trasformazioni delle identità collettiva contemplassero il fatto che un conto è arricchirsi, un'altro è mettere in discussione il monopolio della decisione politica.
La Cina, cioè, è un classico esempio di paese dove l'individuo proprietario è figura egemone nella società civile, mentre nella sfera politica la figura del «cittadino» è una costruzione teorica che vede il singolo parte di un grande movimento verso la costruzione della «Grande Cina». Insomma, neoliberismo in economia e nazionalismo nella sfera politica. Ma come testimoniano tutti i saggi, l'ideologia socialista è usata nei conflitti operai come arma politica contro gli imprenditori pubblici o privati e il personale politico del partito comunista. Ci si appella alla legalità socialista per resistere allo sfruttamento; ci si appella alla legalità socialista quando si viene licenziati, chiedendo sussidi di disoccupazione e accesso ai servizi sociali erogati dallo stato o da società private.
È questo l'aspetto più dirompente dei conflitti operai cinesi che costringono il governo centrale a porsi continuamente il problema di una governo politico dello sviluppo economico che preveda interventi per ridurre diseguaglianze sociali e a nuovamente immaginare un welfare state su basi universale, come quello che fino a solo due decenni fa caratterizzava il cosiddetto modello sociale europeo.
Dunque, un paese diventato sì capitalista, ma che è costretto a modificare continuamente l'ordine del discorso politico affinché nella Cina contemporanea la vecchia talpa smetta di scavare e faccia tornare di attualità quel progetto di società di liberi e eguali che i dirigenti comunisti avevano pensato di aver sepolto sotto le macerie della rivoluzione culturale.



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