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Si torna a scuola, nel caos
Nonostante il trionfalismo del ministro Gelmini, per il secondo anno consecutivo l’apertura delle scuole avviene all’insegna del caos più totale. L’incertezza degli alunni che non sanno per quante ore settimanali frequenteranno, soprattutto se hanno chiesto tempo pieno e tempo prolungato; l’incertezza delle famiglie che non sanno a quale santo votarsi se i loro figli non saranno ammessi al tempo pieno; l’incertezza dei precari che non sanno se avranno il posto di lavoro; l’incertezza dei docenti di ruolo sull’orario; l’incertezza dei dirigenti a organizzare le classi, visto che aumentano gli alunni e diminuiscono i posti; l’incertezza dei direttori amministrativi che non sanno in base a quale budget finanzieranno i piani dell’offerta formativa; l’incertezza degli studenti delle superiori appena “riformate” che faranno più latino e meno laboratorio se sono ai tecnici e meno italiano e più informatica se sono al classico... Tra tanto brancolare nel buio, però, c’è una cosa chiarissima, i tagli finanziari e di personale.

Questa la situazione. Ratificata e aggravata dalla manovra finanziaria di luglio. Dipanare la matassa ingarbugliata di questo inizio anno non è semplice, perché i problemi che gravano sulla scuola pubblica italiana sono di varia natura. Prima di tutto economica, in 3 anni si sono persi ben 8 miliardi di euro e oltre 120 mila posti di lavoro. Dopo una battaglia prolungata e insistente, condotta dalla sola Cgil ma appoggiata e sostenuta dalle scuole, il Ministero ha concesso 70 milioni per il funzionamento ordinario. Una goccia nel mare.

Anche per questo motivo la Flc Cgil e il coordinamento genitori democratici hanno promosso una class action per recuperare oltre 1 miliardo e mezzo di euro che il ministero dell’Istruzione deve alle scuole. A tanto ammontano infatti gli anticipi di cassa per spese obbligatorie, ad esempio per le supplenze, di competenza del ministero. Le scuole vi hanno fatto fronte con soldi destinati ad altre attività, aspettando un rimborso sempre promesso ma mai arrivato.

L’asfissia finanziaria, l’incertezza delle risorse e i tagli al personale creano effetti a catena sul buon funzionamento della normale attività didattica quotidiana. “La riduzione di organico – ci conferma Armando Catalano, dirigente scolastico di un istituto comprensivo romano – prosegue nonostante aumenti il numero di alunni, che è uno dei criteri di attribuzione del personale, e ci crea molte difficoltà organizzative”. Sarà la fine del tempo pieno, perché con le disponibilità in organico i dirigenti scolastici saranno costretti ad applicare il modello imposto dalla “riforma” Gelmini che riduce di fatto il tempo-scuola, in barba alla scelta prevalente delle famiglie che avevano preferito ben altri modelli. Non sarà possibile garantire le attività alternative a chi non frequenta l’ora di religione che anche quest’anno sarà punito, parcheggiato in qualche altra classe o mandato per strada, in ogni caso privato di una o due ore settimanali di formazione e di un diritto garantito dalla legge, ma stracciato dal ministro.

Nella scuola elementare la riduzione del tempo pieno, già cominciata lo scorso anno con l’introduzione della riforma, continua ancora. In qualche caso gli Enti locali corrono ai ripari per venire incontro ai bisogni delle famiglie, con interventi lodevoli nelle intenzioni, ma spesso puramente assistenziali, di parcheggio, senza alcun progetto didattico condiviso con le scuole. Anche nella scuola media si ripropone un film già visto. “La frantumazione delle cattedre – ci spiega Catalano – costringe tanti insegnanti a lavorare su più scuole. È inevitabile, visto che non abbiamo, come sarebbe logico e razionale, un organico di istituto”. Anche qui Si riduce il tempo-scuola da 33 ore (inclusive di sperimentazioni e tempo prolungato) a 30. “Inoltre, - continua Catalano – i docenti non hanno più ore a disposizione per sostituzioni temporanee, quindi, in assenza di un collega si divide la classe tra altre classi, rendendo difficile la didattica a tutti”. Anche l’igiene lascerà a desiderare. “Siamo stati costretti a rivedere al ribasso il contratto con la ditta di pulizia, quindi alcuni spazi saranno puliti 3 volte a settimana invece che ogni giorno”.

Saranno privati del diritto alla formazione e al completamento degli studi molti lavoratori-studenti, infatti quest’anno tantissime scuole saranno costrette a cancellare i corsi serali, diverse sezioni di scuole carcerarie sono state già chiuse: si toglie a chi ha più bisogno. Problemi ne incontreranno anche gli alunni con disabilità, non solo perché in alcuni casi non sarà possibile mantenere il limite dei 20 alunni per classe quando vi sia presente un disabile, ma soprattutto perché ci sarà meno personale ausiliario (i bidelli tanto esecrati da Gelmini) disponibile ad assisterli nei bisogni non didattici. Un altro problema scaricato sulle famiglie. D’altronde 100 mila posti vacanti in organico non sono pochi ed è falso sostenere che in Italia c’è più personale scolastico che altrove. Si sa che i dati possono essere poco oggettivi e qui si nasconde il fatto che in altri paesi europei il personale che, a vario titolo, lavora nelle scuole non è tutto dipendente dallo Stato (come in Italia), ma dai comuni o altre istituzioni. Bisognerebbe aggregare i dati europei o disaggregare i nostri.

Ai problemi economici se ne aggiungono altri di natura ordinamentale. La riforma Gelmini è una giungla di norme, spesso in contraddizione tra loro, parte delle quali impugnate e sospese, tra sentenze ignorate e correzioni dell’ultimo minuto. L’ordinamento delle scuole superiori che entra in vigore da quest’anno è un bel rompicapo per dirigenti e docenti. Intanto perché affermazioni di principio persino condivisibili vengono smentite nei fatti. Un esempio? Le linee guida sui tecnici e professionali esaltano la centralità del laboratorio, ma poi nella definizione degli indirizzi le ore di laboratorio scendono – addirittura - da 12 a 8. La mancanza, inoltre, di importanti provvedimenti attuativi rende quanto mai arduo il compito delle scuole, tanto che ha suscitato le critiche del Cnpi e la decisione del Tar di sospendere l’applicazione della riforma delle superiori nelle classi intermedie. Critiche che non sembrano aver toccato il ministro Gelmini.

È chiaro che questa non è una riforma. Non si fanno riforme a costo zero e non si fanno riforme senza formare (e informare) il personale. Ed è soprattutto chiaro che tutta l’impalcatura istituzional-ordinamentale è dettata dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti, tanto bene combacia con le sue politiche finanziarie depressive e finalizzate allo smantellamento dell’istruzione pubblica. D’altronde un’altra “riforma epocale”, quella del ministro Brunetta sulla pubblica amministrazione, si arena nella scuola sul blocco dei contratti imposto da Tremonti. Senza contratti non sarà possibile la valutazione del personale, con il suo carico di premi e punizioni, semplicemente perché mancano i fondi necessari. Paradossale. Ma alle punizioni ci penserà Gelmini: sta per essere emanata una circolare – di certo molto dettagliata – sulle sanzioni da comminare al personale. Strano concetto di meritocrazia.

Intanto in tutta Italia i precari sono in piazza: docenti e anche personale amministrativo, tecnico e ausiliario, molti di loro lavorano da 20 o 30 anni, tanti sono giovani a cui viene cancellato il futuro e il sostentamento per ragioni ignobili: la fine dell’istruzione pubblica in Italia.
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