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Marx ed Engels sul risorgimento italiano

Karl Marx e Friederich Engels hanno dedicato una forte attenzione all'Italia. Engels soprattutto conosceva bene lingua e cultura italiane (da giovane aveva fatto un soggiorno prolungato nel nostro paese a cui farà riferimento spesso nelle lettere), e anche per questo aveva avuto presso il Consiglio Generale dell’Internazionale il compito di Segretario incaricato della corrispondenza con l’Italia. Nel biennio delle rivoluzioni 1848 49 avevano espresso viva ammirazione e grande speranza per la rivoluzione in Italia, considerata una premessa per la rivoluzione in Europa: Engels, commentando l’insurrezione parigina del giugno 1848, aveva definito le Cinque Giornate milanesi “la lotta più calda” e importante di tutte le rivoluzioni fatte fino a quel momento: “una popolazione di 170.000 anime, quasi disarmata, batté un esercito di 20-30.000 uomini” (M.E. Opere, VII, p. 127).
Si erano presto disillusi, verificando il peso di principi e sovrani ipocritamente proclamatisi liberali, a partire da Pio IX. Il papa era stato definito fin dal primo momento “l’uomo che occupa la posizione più reazionaria in tutta Europa, che rappresenta la fossile ideologia del medioevo”, ma sottolineando al tempo stesso che era stato costretto a porsi alla testa di un movimento liberale. Questo già in un bilancio del 1847, pubblicato sulla “Deutsche Brüsseler Zeitung” nel gennaio del 1848. Pochi mesi dopo avrebbero dovuto verificare con amarezza che nonostante la generosa prova del popolo milanese nel marzo, in altre parti d’Italia (in particolare a Napoli il 15 maggio 1848) il ruolo decisivo era stato svolto dai 20.000 “lazzaroni” schieratisi contro i liberali come nel 1799.
Nell’agosto dello stesso anno, in un articolo sulla “Neue Rheinische Zeitung” (La lotta di liberazione in Italia e la causa del suo attuale insuccesso, 12/8/1848), Engels registrava con franchezza una sostanziale sconfitta: “Con la stessa rapidità con cui, nel marzo, furono cacciati dalla Lombardia, gli austriaci sono ora tornati da trionfatori, e già sono entrati a Milano”. Engels elogiava lo spirito di sacrificio, l’entusiasmo, il coraggio della popolazione, ma non aveva dubbi sulle responsabilità di coloro che detenevano il potere: “apertamente o segretamente, hanno fatto di tutto (…) per paraliz-zare la forza popolare e per ripristinare, in sostanza, il più presto possibile, l’antico ordine di cose.”
In primo luogo denunciava il ruolo di quel Pio IX che aveva suscitato in Italia tante speranze, e che invece era “giorno per giorno sempre più lavorato dalla politica austro-gesuitica”; ma anche e so-prattutto quello di Carlo Alberto, bollato senza mezzi termini come “il nemico principale della libertà italiana”. Per Engels il re Carlo Alberto, che aveva già tradito i Carbonari a cui si era unito “per ambizione”, aveva tentato di “confiscare a beneficio della sua miseranda persona” l’intero mo-vimento popolare dell’anno 1848, inviando in tutta l’Italia settentrionale suoi emissari che “lo di-pingevano come l’uomo che avrebbe salvato la patria.
Il ritratto che Engels traccia di Carlo Alberto è spietato: “Pieno di odio e diffidenza contro tutti gli uomini veramente liberali, si circondava di persone più o meno devote all’assolutismo (…). Alla testa dell’esercito pose dei generali di cui non doveva temere la superiorità intellettuale o le opinioni politiche, ma che non godevano la fiducia dei soldati e non possedevano il talento necessario a con-durre felicemente a termine la guerra. Egli si faceva chiamare pomposamente il “liberatore” d’Italia, mentre a quegli stessi che avrebbe dovuto liberare imponeva, come condizione, il suo giogo”. (Ivi, p. 398)
L’accusa al re di aver perso per cupidigia quanto aveva già conquistato è circostanziata: l’esercito piemontese fu tenuto fermo da Carlo Alberto mentre aveva ancora una netta superiorità numerica su quello austriaco, per timore delle tendenze repubblicane in Lombardia, nel Veneto, a Parma e Mo-dena.
Engels osserva che “i popoli si sono scavata tante volte la fossa con la loro longanimità, che devono ormai rinsavire e imparare un po’ dai loro nemici”. Rimprovera infatti ai modenesi di aver lasciato andar via tranquillamente “quel duca, che durante il suo governo aveva fatto incarcerare, impiccare e fucilare migliaia di persone per le loro tendenze politiche” e ora se lo vedevano tornare a esercitare con raddoppiata ferocia “il suo sanguinario ufficio di principe”. Ed Engels auspicava in genere che gli italiani imparassero a non affidare la loro liberazione a un principe o un re. “Per la loro salvezza, essi devono anzi, al più presto, mettere da parte come inservibile questa «spada d’Italia». Se l’avessero fatto prima, se avessero messo a riposo il re e il suo regime assieme con tutti i suoi seguaci, e avessero realizzato un’unione democratica, oggi probabilmente non ci sarebbero più austriaci in Italia”. (Ivi, p. 399)
Ma nonostante la constatazione realistica sul successo completo della reazione e della restaurazione, Engels concludeva che questa era “solo provvisoria. Lo spirito rivoluzionario è troppo profonda-mente penetrato nel popolo, perché alla lunga esso possa esser domato. Milano, Brescia ed altre città hanno mostrato nel marzo di cosa sia capace questo spirito. L’eccesso dei mali condurrà a una nuova sollevazione”.(Ibidem)
Pochi mesi dopo credeva di scorgere ancora nella lotta tenace di Livorno, Roma e Venezia il sinto-mo di una ripresa generale delle lotte, in base a una specie di “circolarità” che assegnava all’Italia il ruolo di anticipatore e detonatore. Intanto molti scritti di Marx ed Engels tendevano a spiegare ai tedeschi la necessità di sostenere la causa italiana, polacca, ungherese e al tempo stesso a sottolineare che “né l’Ungherese né il Polacco né l’Italiano possono essere liberi finché rimane schiavo l’operaio”. Ma senza abbellire mai la realtà. Nel 1850 hanno ormai la piena consapevolezza che si è concluso un ciclo, e cominciano a pensare che “le cosiddette rivoluzioni del 1848 furono soltanto piccoli incidenti – fessure e squarci di poca importanza nella dura crosta della società borghese”, come dirà Marx in un discorso tenuto a Londra nell’aprile 1856. (M.E. Opere, XIV, p. 655).

Il carteggio tra i due, prezioso e affascinante, anche se di difficile lettura per la quantità di allusioni ellittiche, di battute, di scherzi, e con ovvie lacune nei periodi in cui potevano comunicare a voce, rivela un profondo e costante fastidio per il “popolo degli esiliati” che continua a sognare di provo-care rivoluzioni con i suoi proclami da lontano. Il bersaglio più frequente è Mazzini, che comunque i due difesero sempre dagli attacchi della repressione, pur discordando sulla sua tattica e mal sop-portando la sua retorica su “Dio e Popolo”…
Ma sono anche altri rivoluzionari più vicini a loro a infastidirli: in una lettera del 13 febbraio 1851 Engels si sfogava con Marx per la stupidità e la mancanza di tatto di un compagno, George Harney, capo del movimento cartista in Inghilterra che stava cercando di organizzare un meeting con i capi dell’immigrazione. Finalmente abbiamo (…) – per la prima volta dopo lungo tempo – l’occasione di dimostrare che non abbiamo bisogno di nessuna popolarità”. Non possiamo neanche lamentarci molto che certe persone ci temano e ci detestino, continuava. Non dobbiamo assumere “nessuna po-sizione ufficiale nello Stato, ma anche, finché è possibile, nessuna posizione ufficiale nel partito, nessun seggio in comitati ecc., nessuna responsabilità per conto di somari, critica spietata per tutti, e inoltre quella serenità che tutte le cospirazioni di queste teste di pecora non ci leveranno davvero. E questo possiamo farlo. Possiamo nella realtà essere sempre più rivoluzionari di tutti i frasaioli, perché noi abbiamo imparato qualche cosa e loro no”. E tra le cose che avevano imparato, Engels indicava la capacità di affrontare le cose freddamente. (Marx Engels, Carteggio, Editori Riuniti, Roma, 1972, vol. I, p. 177-178)

E negli stessi giorni se la prendeva con Harney, che faceva un “imbroglio da ciarlatani” con le suppliche di Mazzini, e descriveva uno “stupido esule ungherese” che gli era venuto fra i piedi qualche tempo prima, e da cui aveva appreso che “questa nobile specie di gente vaneggia ancora di attentati e di sommosse”, cosa che gli faceva percepire nel fracasso “l’eroica voce di alcuni esaltati di Lon-dra”. (Marx Engels, Carteggio, Editori Riuniti, Roma, 1972, vol. I, p. 168-170).
Insomma come tutti i veri rivoluzionari (viene in mente il Lenin del 1907 che si batte contro la riproposizione del boicottaggio della Duma zarista in una fase di riflusso) Marx ed Engels distinguevano i periodi in cui la rivoluzione stava maturando da quelli di arretramenti e sconfitte.
Per alcuni anni – peraltro fecondi, dato che stava iniziando il primo lavoro di stesura del Capitale, che nel 1851 si illudeva di poter concludere in poche settimane, e richiese quasi due decenni - gli scritti sull’Italia si diradano, a parte alcuni articoli puntuali sulle poche vicende di rilievo, come un’insurrezione mazziniana di Milano del febbraio 1853, che sarebbe altrimenti dimenticata. Il commento è un esempio perfetto di dialettica.
Dapprima Marx denuncia le sopraffazioni di Radetzky, che infligge alla maggioranza della popolazione multe di entità illimitata, e considera comunque “significativa” l’insurrezione di Milano, che considera “un sintomo della crisi rivoluzionaria che incombe su tutto il continente europeo”. La definisce “ammirevole, in quanto atto eroico di un pugno di proletari che armati di soli coltelli, hanno avuto il coraggio di attaccare una cittadella e un esercito di 40 mila soldati tra i migliori d’Europa”. (M.E. Opere, XI, pp. 532-533) Sui coltelli dovrà ritornare, il 29 novembre, denunciando l’ipocrita indignazione della stampa quotidiana di Londra che aveva manifestato “con grande ostentazione tutto il suo orrore e sdegno morale” per un proclama di Mazzini trovato in possesso di Felice Orsini (quello che tenterà poi invano di uccidere Napoleone III, e finirà sul patibolo). Marx difende l’uso del pugnale, che “se colpisce all’improvviso, colpisce nel segno, rende un buon servizio e tiene il posto dei moschetti”. Non è un invito all’assassinio a tradimento, scrive Marx, commentando: “vor-rei sapere in qual modo, in un paese come l’Italia dove non esistono i mezzi per una resistenza aperta e le spie sono ovunque, un movimento insurrezionale potrebbe avere una grande probabilità di successo se non si facesse ricorso alla sorpresa!”.
La difesa morale di Mazzini è totale: “Mazzini non dice affatto di servirsi del pugnale per assassinare vilmente il nemico disarmato; egli esorta invece a servirsene di sorpresa, ma nella piena luce del giorno, come a Milano, dove un pugno di patrioti, armati soltanto di coltelli, si precipitarono sui corpi di guardia delle ben armate guarnigioni austriache”. Oggi che basta tirare due uova per essere bollati come terroristi, la franchezza di Marx appare sorprendente. Ma il bello è che, dopo aver difeso la “moralità dell’indirizzo di Mazzini”, Marx aggiunge: “In quanto al suo valore politico la questione è diversa. Da parte mia penso che Mazzini sbagli tanto nell’opinione che ha del popolo piemontese, quanto nei suoi sogni di una rivoluzione italiana, la quale, secondo lui, dovrebbe attuarsi non già grazie alle possibilità favorevoli che offrono le complicazioni europee, ma grazie all’azione individuale di cospiratori italiani che agiscano di sorpresa”. (M.E. Opere, XII, p. 527) Le “complicazioni europee” alludono ovviamente alle tensioni che porteranno alla guerra di Crimea, a cui Marx dedicherà molti articoli, consolidando anche la sua fama di buon giornalista.
Ma non si trattava di approdare alla realpolitik o di sposare la tattica di Cavour, sul quale nello stesso carteggio tra i due autori del “Manifesto” gli accenni sono scarsi e sempre poco benevoli. Per Marx la polemica con Mazzini non nasceva solo dalla contrapposizione del suo materialismo all’idealismo mazziniano, ma dalla convinzione che fossero pericolose le illusioni di Mazzini sul ruolo di una minoranza eroica che avrebbe potuto suscitare le energie necessarie a determinare una rivoluzione, indipendentemente dalla situazione oggettiva e soprattutto senza preoccuparsi troppo del rapporto tra la minoranza rivoluzionaria e la massa della popolazione.
Marx continuava a credere possibile, oltre che necessaria, la rivoluzione, ma riteneva essenziale che esistessero alcune condizioni oggettive su cui inserire l’azione cosciente dei rivoluzionari. Le riteneva possibili perché, sia pur senza stabilire un nesso deterministico, riteneva essenziale per la rivoluzione l’instabilità generata da una crisi economica, e sapeva bene che le crisi economiche periodiche sono ineliminabili dal normale funzionamento del capitalismo.
Nell’insieme degli scritti degli anni Cinquanta si riscontrano puntuali osservazioni sui mutevoli schieramenti internazionali, sempre ispirati dall’internazionalismo e non sempre compresi da chi cercava di appoggiarsi più o meno apertamente a un paese “protettore”, in particolare la Francia di Napoleone III, che aveva nei suoi libri paga non pochi ex rivoluzionari come l’ungherese Kossuth, e aveva cercato di annettersi (malvolentieri e senza riuscirci) Garibaldi.

Su Garibaldi soprattutto Engels, attentissimo agli aspetti più propriamente militari, dava un giudizio molto favorevole: ne aveva seguito il ruolo nella guerra del 1859 (a cui i due avevano dedicato moltissime pagine), e sosteneva che l’impresa dei Mille, fin dalla marcia da Marsala a Palermo, era “una delle più stupefacenti imprese militari del nostro secolo, impresa che sembrerebbe quasi inconcepibile se non fosse per il prestigio che precede la marcia di un generale rivoluzionario trionfante”. Più volte, registrando lo sbandamento delle truppe borboniche, Engels osserva che “il successo di Garibaldi prova che le truppe regie di Napoli sono tuttora terrorizzate dall’uomo che ha tenuto alta la bandiera della rivoluzione italiana in faccia ai battaglioni francesi, napoletani ed austriaci”. (K. Marx, F. Engels, Sul Risorgimento italiano, Editori Riuniti, Roma, 1979, p. 360).
Pochi giorni dopo aggiunge che “le manovre con cui Garibaldi preparò l’attacco a Palermo lo qualificano immediatamente come un generale di grande statura. Fino ad oggi lo conoscevamo soltanto come capo di guerriglieri assai abile e molto fortunato; (…) ma qui noi lo vediamo agire su un buon terreno strategico; ed egli supera la prova da maestro consumato nella sua arte”. (Ivi, p. 363).
E del piano per liberare l’Italia Engels dice, dopo lo sbarco in Calabria, che “ne ammiriamo la grandiosità”, e che “la sua esecuzione non avrebbe potuto essere tentata in nessun altro paese che non fosse l’Italia, dove il Partito nazionale è così perfettamente organizzato e così completamente controllato dal solo uomo che ha impugnato la spada con successi così brillanti per la causa dell’unità e dell’indipendenza d’Italia”. (Ivi, p. 379).
Forse l’inconveniente era proprio che quel movimento fosse “controllato da un solo uomo”. Ma intanto gli elogi aumentavano: il 24 settembre, pur registrando le manovre di agenti che operavano in Sicilia per conto di Cavour e Napoleone III, Engels era ancora sinceramente ammirato: “Garibaldi ha dimostrato di essere non soltanto un capo coraggioso, ma anche un generale dotato di una buona preparazione scientifica. L’attacco aperto a una catena di forti costieri è un’impresa che richiede non soltanto talento militare, ma anche scienza militare”. Engels, che aveva combattuto nel 1849 nella rivoluzione del Baden e del Palatinato, e aveva poi studiato storia militare, era colpito dal fatto che “il nostro eroe, che in tutta la sua vita non ha mai dato neanche un esame militare, e che non ha neanche mai fatto parte di un esercito regolare, si è trovato pienamente a suo agio su un campo di battaglia di questo tipo come su ogni altro”. (Ivi, p. 384).
Mancava un mese all’incontro di Teano. Gli articoli poi si interrompono, ma ricostruiamo dal carteggio tra Marx ed Engels il mutamento nella valutazione del generale autodidatta, perfino sul piano militare. Già qualche settimana prima della capitolazione, Engels scrive in una lettera del 1° ottobre, che teme che lo slancio di Garibaldi si stia esaurendo: “pare che, militarmente, non ce la faccia più”. Le sue buone truppe sono state troppo suddivise nei battaglioni siciliani e napoletani, e non ha più una buona organizzazione, anche per le manovre dei cavouriani: “ questi miserabili borghesi sono capaci di rendere fra poco insostenibile la sua posizione”. Il pericolo è che debba attaccare prima di essere in condizione di vincere, ma soprattutto che arrivi Vittorio Emanuele. (Ivi, p. 452). Poi un lungo silenzio.
Il 27 febbraio 1861 troviamo un giudizio comparativo sferzante: dopo un elogio entusiastico di Spartaco, ricavato dalla lettura delle Guerre civili romane di Appiano, Marx dice che lo schiavo ribelle “vi figura come il tipo più in gamba che ci sia posto sotto gli occhi da tutta la storia antica. Grande generale (non un Garibaldi)”! (Marx Engels, Carteggio, Editori Riuniti, Roma, 1972, vol. IV, p. 26)
Poi il 10 giugno dello stesso anno si accenna semplicemente a “quell’asino di Garibaldi”, che si “è reso ridicolo con la lettera sulla concordia ai Yankees”. (Ivi, p. 40). Marx alludeva a una lettera in cui il generale aveva rifiutato di assumere un posto di comando nell’esercito nordista, che gli era stato proposto all’inizio della guerra civile negli Stati Uniti. Forse Marx era un po’ drastico nella definizione, perché la motivazione del rifiuto non era l’equidistanza o la “concordia”, ma il dubbio che la lotta non fosse davvero per l’emancipazione degli schiavi, ma ormai il giudizio politico ed umano su Garibaldi era secco: un asino… E un commento ironico registrerà una visita di Lassalle (verso il quale la polemica di Marx fu sempre impietosa e talvolta un po’ prevenuta) a Garibaldi in esilio a Caprera.
Dopo il 1860 comunque è diminuito l’interesse dei due per la causa italiana, perché sono diminuite le speranze su di essa. Dell’Italia parlano solo nel contesto della politica europea, come si era fatto già precedentemente nei numerosi articoli dedicati alla guerra di Crimea, in cui il Piemonte era stato logicamente considerato un protagonista non essenziale, o in quelli sulla guerra del 1859, che tendevano a smascherare le manovre di Luigi Bonaparte senza per questo attenuare l’ostilità nei con-fronti della corona austriaca.
E all’Italia gli scritti di Marx ed Engels si riferiranno d’ora in poi quasi esclusivamente nel quadro delle polemiche con Mazzini e Bakunin (e gli anarchici italiani), pubblicate da Gianni Bosio (K. Marx, F: Engels, Scritti italiani, Edizioni Avanti!, 1955) è però un’altra questione, che non ha più a che vedere con il Risorgimento e l’unità d’Italia, ma solo con la storia del movimento operaio. (12/10/10)

Gli scritti sull’Italia di Marx ed Engels

Non hanno avuto una grande diffusione di massa gli scritti di Marx ed Engels sull’Italia. Alcuni di essi erano apparsi nel 1938 su alcuni numeri de Lo Stato operaio, la rivista del partito comunista che si stampava a Parigi, e ovviamente la loro circolazione in Italia non poteva essere stata molto grande.
C’era poi stato un “Quaderno di Rinascita” dedicato a “Il 1848”, uscito con un certo ritardo che i curatori spiegavano così: “Chi ricordi gli eventi di quest’anno 1948, agevolmente ci scuserà”. Il fascicolo conteneva non solo un buon articolo di Mario Alighiero Manacorda su “Marx ed Engels sul ’48 italiano” ma anche una quindicina di articoli e stralci da lettere dei due classici, “praticamente ignoti finora alla grande maggioranza degli italiani”.
La prima raccolta di una certa ampiezza è del 1955. Era stata curata da Gianni Bosio (K. Marx, F: Engels, Scritti italiani, Edizioni Avanti!, 1955). Questa casa editrice, nata come organo del PSI, in quegli anni si collocava abbastanza nettamente alla sinistra del PCI, per influenza di Lelio Basso (a cui Bosio era molto vicino) e di Raniero Panzieri (pubblicherà nel 1961 anche il primo scritto di Guevara apparso in Italia). L’antologia era stata ristampata poi (con l’aggiunta di due saggi dello stesso Bosio) nel 1972 dalle edizioni La nuova sinistra - Samonà e Savelli. Bosio si riproponeva di pubblicare anche la corrispondenza di Engels con l’Italia, nel quadro di una raccolta di Atti dell’Internazionale, ma era morto nel 1971, e non aveva potuto nemmeno rivedere personalmente la nuova edizione.
Ben più completa era la raccolta curata da Ernesto Ragionieri, Karl Marx, Friedrich Engels, Sul Ri-sorgimento italiano, Editori Riuniti, Roma, 1959, che è stata ristampata poi, senza aggiunte, nel 1979.
Mentre quella di Bosio era limitata quasi esclusivamente ai rapporti diretti tra Marx ed Engels e il movimento rivoluzionario italiano, e raccoglieva soprattutto lettere e articoli apparsi su “la Plebe” e altri giornali, su diversi argomenti, Ragionieri aveva scelto un centinaio di articoli dedicati alle vi-cende italiane apparsi su vari giornali tedeschi fin dal gennaio 1848, e poi sul “New York Daily Tribune”, a partire dal 1853, con in più due testi ampi,usciti in Germania come opuscoli, Po e Reno e Nizza, Savoia e Reno, del 1859 e 1860. Ma, pur essendo ancora parziale (escludeva ad esempio molti accenni a vicende italiane contenuti nel carteggio tra i due), e non sempre corredata da un apparato critico sufficiente, questa raccolta finiva comunque per essere di non facile lettura per il grande spazio dedicato – soprattutto da Engels - a una fin troppo minuziosa analisi della strategia e della tattica strettamente militare delle due parti che si confrontavano nelle battaglie risorgimentali (in particolare nella campagna del 1859). Interessante notare che alcuni di questi scritti, pubblicati o-riginariamente anonimi, furono attribuiti inizialmente a qualche alto ufficiale in incognito.
Una più ampia raccolta di lettere curata da Giuseppe del Bo, presidente della fondazione Feltrinelli, ebbe sorte infelice, perché fu subito stroncata ferocemente da Gastone Manacorda che documentò su “Studi storici” come l’ampia introduzione fosse frutto di un clamoroso plagio.
È anche per queste ragioni editoriali che gli scritti sull’Italia di Marx ed Engels non ebbero un gran-de peso nel dibattito politico della sinistra italiana.

Ben diversa la fortuna del volume tematico in cui furono raccolti gli scritti di Gramsci su Riforma e Risorgimento, (Antonio Gramsci, Il Risorgimento, Einaudi, Torino, 1949). Accanto ad esso appar-vero successivamente anche alcuni volumetti su temi particolari, come Il Vaticano e l’Italia, estratto anch’esso dai Quaderni del Carcere, e pubblicato dagli Editori Riuniti nel 1961, anno di molteplici celebrazioni del centenario dell’Unità. Si trattava di un collage abbastanza arbitrario di note tratte da diversi quaderni, di cui non veniva indicata in nota la provenienza; era introdotto da una abile prefazione di Alberto Cecchi, che cercava di attenuare la sensazione di una notevole distonia tra le analisi e indicazioni gramsciane, e la concreta politica del PCI nel secondo dopoguerra.
La questione del Risorgimento era di fatto diventata argomento di lotta politica nel partito comuni-sta.
Alfonso Leonetti e Ottavio Pastore, vecchi collaboratori di Gramsci all’Ordine Nuovo, ad esempio, cercarono di contrastare le “mistificazioni della realtà storica avvenute in occasione della comme-morazione del Centenario dell’unità”, ovviamente da parte del ceto politico democristiano, racco-gliendo in un bel libretto di oltre 300 pagine un’antologia degli orrori, cioè di documenti di parte vaticana e clericale contro il Risorgimento. Dovettero però pubblicarlo non nella casa editrice del partito ma presso le edizioni Avanti! (divenute nel frattempo collana “Il gallo”, poi Edizioni del Gallo, per sganciarsi da un’identificazione troppo stretta con un PSI ormai proteso verso la parteci-pazione al governo). Evidentemente il PCI era viceversa troppo impegnato a ricercare quell’intesa (il cosiddetto “dialogo”) con i cattolici già infelicemente tentata con il voto all’art. 7 che inseriva il Concordato nella Costituzione, e che diventerà poi il cavallo di battaglia di Lucio Lombardo Radice, Giuseppe Chiarante e vari altri cattocomunisti. Ho sperimentato personalmente in quegli anni, in cui avevo per un certo periodo collaborato abbastanza frequentemente a “l’Unità” e a “Rinascita”, pesanti tentativi di censura e perfino di capovolgimento di articoli che mi erano stati commissionati, ma che contenevano fatti (non opinioni!) che contraddicevano la presentazione apologetica della Chiesa e del movimento cattolico che era ormai in voga nel PCI per giustificare la corsa verso quello che sarò poi chiamato “compromesso storico”.
Nel mio caso a essere manipolato con tagli e aggiunte fu soprattutto un lungo articolo sul cattolice-simo francese che mi era stato chiesto per “il Contemporaneo” (allora inserto di “Rinascita”), mentre fu totalmente bloccata dall’Unità una recensione di una biografia “autorizzata” di Giovan Battista Montini. Dico autorizzata perché ostentava un imprimatur della curia milanese retrodatata a qualche giorno prima della elezione dell’arcivescovo di Milano a pontefice col nome di Paolo VI.
Ma anche Marx ed Engels erano ingombranti… La ragione politica sostanziale è che del Risorgimento veniva data dal PCI una lettura in parte diversa da quella diventata predominante nell’Italia democristiana (e che era molto simile a quella di oggi, col Risorgimento fatto prevalentemente da Pio IX e Cavour), ma anch’essa discutibile: si pensi all’esaltazione acritica di Garibaldi al punto di farne il simbolo del Fronte Popolare del 1948, ovviamente al prezzo di non criticare il “compromesso storico” di Teano…

Antonio Moscato

fonte: Movimento operaio, sito di Antonio Moscato

NOTA: consigliamo a tutt* la visione del bel film di Mario Martone "Noi credevamo"
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