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Giovedì, 29 Luglio 2010
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 di Alfio Nicotra (Editoriale di Liberazione del 30 luglio 2010)
Non c’è più neanche il solito, ipocrita, sussulto nazionalista. La contabilità dei morti italiani nella guerra afghana ormai è ridotta alla stregua di routine. I comunicati stampa, i messaggi di cordoglio, sembrano scritti con la carta carbone. Ventinove morti, ventinove messaggi tutti uguali. Stanca è anche l’opposizione parlamentare che ha sempre votato a favore della missione e che si limita alla solita litania del «governo che deve riferire alle Camere». Nessun cambio di marcia. Trapela solo rassegnazione per la consapevolezza che l’esito di quella guerra è già scritto.
L’Italia è la periferia dell’impero e non è scossa neanche dallo scandalo delle carte segrete sulla sporca guerra pubblicate dal portale Wikileaks. Eppure parlano anche dell’Italia e di quella “discrezione” nell’intensificare il conflitto ed aumentare le truppe raccomandata agli Usa dagli allora ministri degli esteri e della difesa del governo Prodi. Sulla guerra in Afghanistan l’intero centrosinistra ha perso la faccia. Tutta la propaganda sulla “guerra democratica” si è accartocciata su se stessa. La guerra al terrorismo? Si è trasformata in guerra terroristica contro le popolazioni civili. Le libere elezioni esportate sulla punta delle baionette degli eserciti democratici? Il corrotto governo Karzai ha truccato l’elezioni e si è spartito voti e seggi con i signori della guerra e i trafficanti di oppio. La guerra per i diritti e l’emancipazione delle donne? Una presa di giro: basta leggere il nuovo codice di famiglia basato sulla “sharia” che ricalca in tutto il vecchio codice dei Talebani.
Gli aiuti umanitari ai civili? Una goccia nel mare se raffrontati alla crescente spesa militare per armamenti e soldati. Per non parlare del sistematico boicottaggio e della chiusura di ospedali civili delle organizzazioni umanitarie indipendenti come la nostra Emergency. La guerra per i diritti umani? Ma se è l’occupazione straniera a calpestarli ogni giorno, attraverso rastrellamenti di interi villaggi, bombardamenti indiscriminati, massacro di civili, copertura agli squadroni della morte che mutilano, torturano, fanno sparire chiunque sia in odore di opporsi al regime. Guantanamo, la cui chiusura era stata annunciata da Obama in campagna elettorale, è ancora lì, monumento all’ipocrisia di un occidente che fa a pezzi ogni forma di legalità.
Liberazione ha sempre scritto cosa era davvero la guerra afghana. Ora questa verità si palesa in migliaia di carte e rapporti che il Pentagono avrebbe voluto tenere nascosti. Gli imperi britannici e sovietici dovettero arrendersi davanti ai combattenti afghani.
Ora la parola ritiro sta facendo capolino anche su quei giornali nazionali ed internazionali che avevano incoraggiato e sostenuto la guerra. Più prosegue l’occupazione e più sarà ingloriosa ogni “exit strategy”. Eppure, non c’è alternativa al ritiro delle truppe Nato.
Allora è necessario fare un discorso serio a tutta l’opposizione al governo Berlusconi. Occorre una svolta. Per le opposizioni parlamentari significa iniziare a votare contro il rinnovo della missione e presentare una mozione per l’immediato ritiro delle truppe. Per l’opposizione nel suo complesso, rimettere la pace e il ripudio della guerra al centro della propria politica. Tagliare le spese militari, siamo certi, è più popolare di ieri visto che invece si falcidiano stipendi, pensioni, asili nido, sanità, istituti di ricerca, parchi nazionali e via dicendo.
Un tempo si diceva che “solo la pace è un buon investimento”. Mentre tornano le bare dei “nostri” morti ad Herat, il cui sangue versato si somma a quello di altri militari stranieri e d’innumerevoli civili afghani, quella antica saggezza dovrebbe cominciare ad essere la politica estera dell’Italia e dell’Unione Europa. Read more
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 Riportiamo il testo del documento licenziato dall'ufficio di Presidenza del Pdl. Mentre molti ne sottolineano l'esplicita condanna al presidente della Camera Fini e ai suoi seguaci, che pur rappresenta un segno di degrado politico e culturale, noi vi invitiamo a cogliere la "lucida follia", che lo stesso Berlusconi più volte si è attribuito, e megalomania che caratterizzano il documento. Il totale distacco dalla realtà, l'arroganza e l'irresponsabilità di un gruppo di persone, che, ahi noi, governano questo paese. L'incipit racconta di un Pdl con il suo condottiero come di un miracolo avvenuto in Italia, che ci ha salvato dalle catastrofi della crisi, che c'ha fatto fare passi in avanti, che ha "preservato la pace sociale". Ma i milioni di disoccupati, la povertà e le disuguaglianze che avanzano sono solo il frutto della fantasia di certi "comunisti"? Ma il palese fallimento delle politiche del governo, con corresponsabilità dell'opposizione parlamentare, che poco ha fatto per contrastarle, è solo l'invenzione di qualche giornale estero, sicuramente manovrato dai "comunisti"? Andiamolo a chiedere a chi ha perso il lavoro, ai precari, a chi non riesce ad arrivare alla terza settimana del mese, a chi deve "resistere" ai ricatti dei padroni, a chi si vede privare i servizi sociali, a chi non ha più niente...
Pdl, il documento dell'Ufficio di Presidenza
ROMA - "L'Italia necessita di profondi cambiamenti sia nella sfera economica che in quella politica e istituzionale. L'azione del nostro governo presieduto da Silvio Berlusconi e la nascita del Pdl rappresentano ciascuno nella propria sfera, la risposta più efficace alla crisi del Paese. Il governo ha dovuto agire nel pieno della crisi economica più grave dopo quella del 1929, riuscendo ad evitare, da un lato, gli effetti più dirompenti della crisi sul tenore di vita delle famiglie e dei lavoratori, e, dall'altro lato, preservando la pace sociale e la tenuta dei conti pubblici. Con la nascita del Pdl, dall'altra parte, la vita politica italiana ha fatto un ulteriore passo in avanti verso la semplificazione e il bipolarismo. Occorre aggiungere che, in questi anni, gli elettori hanno sostenuto e premiato sia l'azione del governo che la nuova realtà politica rappresentata dal Pdl".
"Immediatamente dopo il nostro congresso fondativo, tuttavia, e soprattutto dopo le elezioni regionali, sono intervenute delle novità che hanno mutato profondamente la situazione, al punto da richiedere oggi una decisione risolutiva. Invece di interpretare correttamente la chiara volontà degli elettori, nella vita politica italiana hanno ripreso vigore mai spente velleità di dare una spallata al governo in carica attraverso l'uso politico della giustizia e sulla base di una campagna mediatica e scandalistica, indirizzata contro il governo e il nostro partito, che non ha precedenti nella storia di un Paese democratico. L'opposizione, purtroppo, non ha cambiato atteggiamento rispetto al passato, preferendo cavalcare l'uso politico delle inchieste giudiziarie e le speculazioni della stampa piuttosto che condurre un'opposizione costruttiva con uno spirito riformista".
"Ciò che non era prevedibile è il ruolo politico assunto dall'attuale Presidente della Camera. Soprattutto dopo il voto delle regionali che ha rafforzato il governo e il ruolo del Pdl, l'On. Gianfranco Fini ha via via evidenziato un profilo politico di opposizione al governo, al partito ed alla persona del Presidente del Consiglio. Non si tratta beninteso di mettere in discussione la possibilità di esprimere il proprio dissenso in un partito democratico, possibilità che non è mai stata minimamente limitata o resa impossibile. Al contrario, il Pdl si è contraddistinto dal momento in cui è stato fondato per l'ampia discussione che si è svolta all'interno degli organismi democraticamente eletti".
"Le posizioni dell'On. Fini si sono manifestate sempre di più, non come un legittimo dissenso, bensì come uno stillicidio di distinguo o contrarietà nei confronti del programma di governo sottoscritto con gli elettori.e votato dalle Camere, come una critica demolitoria alle decisioni prese dal partito, peraltro note e condivise da tutti, e infine come un attacco sistematico diretto al ruolo e alla figura del Presidente del Consiglio.
In particolare, l'On. Fini e taluni dei parlamentari che a lui fanno riferimento hanno costantemente formulato orientamenti e perfino proposte di legge su temi qualificanti come ad esempio la cittadinanza breve e il voto agli extracomunitari che confliggono apertamente con il programma che la maggioranza ha sottoscritto solennemente con gli elettori".
"Sulla legge elettorale, vi è stata una apertura inaspettata a tesi che contrastano con le costanti posizioni tenute da sempre dal centro-destra e dallo stesso Fini. Persino il tema della legalità per il quale è innegabile il successo del Governo e della maggioranza in termini di contrasto alla criminalità di ogni tipo e di riduzione dell'immigrazione clandestina, è stato impropriamente utilizzato per alimentare polemiche interne. Il PdL proseguirà con decisione nell'opera di difesa della legalità, a tutti i livelli, ma non possiamo accettare giudizi sommari fondati su anticipazioni mediatiche".
"Le cronache giornalistiche degli ultimi mesi testimoniano d'altronde meglio di ogni esempio la distanza crescente tra le posizioni del PDL, quelle dell'0n. Fini e dei suoi sostenitori, sebbene tra questi non siano mancati coloro che hanno seriamente lavorato per riportare il tutto nell'alveo di una corretta e fisiologica dialettica politica. Tutto ciò è tanto più grave considerando il ruolo istituzionale ricoperto dall'On. Fini, un ruolo che è sempre stato ispirato nella storia della nostra Repubblica ad equilibrio e moderazione nei pronunciamenti di carattere politico, pur senza rinunciare alla propria appartenenza politica. Mai prima d'ora è avvenuto che il presidente della Camera assumesse un ruolo politico così pronunciato perfino nella polemica di partito e nell'attualità contingente, rinunciando ad un tempo alla propria imparzialità istituzionale e ad un minimo di ragionevoli rapporti di solidarietà con il proprio partito e con la maggioranza che lo ha designato alla carica che ricopre. L'unico breve periodo in cui Fini ha "rivendicato"nei fatti un ruolo superpartes è stato durante la campagna elettorale per le regionali al fine di giustificare l'assenza di un suo sostegno ai candidati del PDL".
"I nostri elettori non tollerano più che nei confronti del governo vi sia un atteggiamento di opposizione permanente , spesso oggettivamente in sintonia con posizioni e temi della sinistra e delle altre forze contrarie alla maggioranza, condotto per di più da uno dei vertici delle istituzioni di garanzia. Non sono più disposti ad accettare una forma di dissenso all'interno del partito che si manifesta nella forma di una vera e propria opposizione, con tanto di struttura organizzativa, tesseramento e iniziative, prefigurando già l'esistenza sul territorio e in Parlamento di un vero e proprio partito nel partito, pronto, addirittura, a dar vita a una nuova aggregazione politica alternativa al PDL. I nostri elettori, inoltre, ci chiedono a gran voce di non abbandonare la nuova concezione della politica, per la quale è nato il Pdl, che si fonda su una chiara cornice culturale e di valori, sulla scelta di un chiaro e definito programma di governo, su una compatta maggioranza di governo e sull'indicazione di un Presidente del Consiglio, in una logica di alternanza fra schieramenti alternativi".
"Questo atteggiamento di opposizione sistematica al nostro partito e nei confronti del governo che, ripetiamo, nulla ha a che vedere con un dissenso che legittimamente può essere esercitato all'interno del partito, ha già creato gravi conseguenze sull'orientamento dell'opinione pubblica e soprattutto dei nostri elettori, sempre più sconcertati per un atteggiamento che mina alla base gli sforzi positivi messi in atto per amalgamare le diverse tradizioni politiche che si riconoscono nel Pdl e per costruire un nuovo movimento politico unitario di tutti coloro che non si riconoscono in questa sinistra. La condivisione di principi comuni e il vincolo di solidarietà con i propri compagni di partito sono fondamenti imprescindibili dell'appartenenza a una forza politica. Partecipare attivamente e pubblicamente a quel gioco al massacro che vorrebbe consegnare alle Procure della Repubblica, agli organi di stampa e ai nostri avversari politici i tempi, i modi e perfino i contenuti della definizione degli organigrammi di partito e la composizione degli organi istituzionali, è incompatibile con la storia dei moderati e dei liberali italiani che si riconoscono nel Popolo della Libertà".
"Si milita nello stesso partito quando si avverte il vincolo della comune appartenenza e della solidarietà fra i consociati. Si sta nel Popolo della Libertà quando ci si riconosce nei principi del popolarismo europeo che al primo posto mettono la persona e la sua dignità. Assecondare qualsiasi tentativo di uso politico della giustizia; porre in contraddizione la legalità e il garantismo; mostrarsi esitanti nel respingere i teoremi che vorrebbero fondare la storia degli ultimi sedici anni su un "patto criminale" con quella mafia che mai come in questi due anni è stata contrastata con tanta durezza e con tanta efficacia, significherebbe contraddire la nostra storia e la nostra identità. Per queste ragioni questo ufficio di Presidenza considera le posizioni dell'On. Fini assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della Libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con l'attività politica del Popolo della Libertà".
"Di conseguenza viene meno anche la fiducia del PdL nei confronti del ruolo di garanzia di Presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni. L'Ufficio di Presidenza del Popolo della Libertà ha inoltre condiviso la decisione del Comitato di Coordinamento di deferire ai Probiviri gli onorevoli Bocchino, Granata e Briguglio". Read more
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 di Checchino Antonini (Liberazione del 30 luglio 2010)
L’accesso all’acqua è un diritto umano, ha detto finalmente il Palazzo di Vetro dopo 15 anni di discussione. Non è vincolante dal punto di vista normativo ma la storica dichiarazione rafforza le mobilitazioni sociali che in ogni angolo del pianeta contrastano la privatizzazione dell’acqua. Dopo che 1.400.000 di donne e uomini hanno sottoscritto le proposte referendarie, il comitato promotore rilancia al governo l’idea di una moratoria che blocchi tutti i processi di privatizzazione. Ma, a succhiare l’oro blu, sono anche i circuiti del turismo di massa - che assetano i territori dove impiantano alberghi o piste da golf - e le multinazionali delle bibite.
Da vicino a lontanissimo ecco alcune storie emblematiche.
Agrigento è la città italiana dove l’acqua costa di più, 440 euro l’anno contro i 103 di Milano. Ma arriva nella case sporca e con turni settimanali. E, a pochi chilometri, le vene del sottosuolo sono gonfie di gustosa, dissetante, gradevole, con un equilibrato contenuto di sali minerali. Parola di Nestlè a cui la Regione ha permesso di raggiungere nell’arco di un quinquennio la produzione di 250 milioni di litri: dagli attuali 16.500 pezzi l’ora agli oltre 46 mila pezzi previsti e pianificati per accaparrarsi la metà della sete isolana. A Santo Stefano Quisquinna, 40 chilometri dal capoluogo, che custodisce il tesoro, si teme che la multinazionale scavi troppo e troppo in giù e prosciughi presto le vene sorgive. Ricapitolando: l’acqua c’è ma è tutta di Nestlè.
Così pure in India. Dove se la bevono Pepsi e Coca. Scrive Vandana Shiva, attivista vicina ai social forum, che in India ogni impianto beve tra uno e due milioni di litri d’acqua al giorno. E ce ne sono 90, con un prelievo idrico quotidiano tra i 90 e i 180 milioni di litri. Per produrre un solo litro di cola vengono inquinati circa dieci litri di acqua potabile. Nei reflui di questi impianti il Pollution control board del Kerala ha rilevato alte concentrazioni di cadmio e piombo. Le esposizioni al cadmio protratte nel tempo possono causare disfunzioni renali, danni alle ossa, al fegato e al sangue. Il piombo invece danneggia il sistema nervoso centrale, i reni, il sangue e il sistema cardiovascolare. Le donne di un piccolo borgo del Kerala sono riuscite a far chiudere un impianto della Coca Cola. Nel distretto di Palakkad, la Hindustan Coca-Cola Beverages Limited ha sfruttato tutti i pozzi idrici esistenti, contaminandoli e compromettendo così l’esistenza di più di 750 famiglie di contadini. Gli adivasi per centinaia di giorni si sono ribellati alla devastazione nella regione del Kerala. La lotta, appoggiata anche dai contadini dalit, i fuoricasta, ha a che vedere non tanto con il gusto dolciastro o il colore della bevanda, quanto con il disastro ambientale creato dalla fabbrica della compagnia nel villaggio di Plachimada e dintorni. Aperto nel 1998, lo stabilimento portò un centinaio di posti di lavoro e altri duecento saltuari, ma ha prelevato dai corsi d’acqua e dai bacini idrici circostanti tra i seicentomila ed il milione e mezzo di litri d’acqua al giorno. La loro acqua assume il colore del latte cagliato e il suo odore diventa stomachevole, al punto da costringere un migliaio di abitanti a comprare l’acqua imbottigliata dalla stessa Coca-Cola a cinque rupie la bottiglia. 260 pozzi messi a disposizione dalla pubblica autorità come sorgenti di acqua potabile per la popolazione si erano esauriti, la Coca Cola li ha utilizzati come deposito per le sue acque di scarto di lavorazione. Nel 2003, l’ufficiale medico distrettuale ha informato la popolazione di Plachimada del fatto che la loro acqua non era più potabile. Lo stabilimento restituiva infatti parte dell’acqua depredata durante il processo di risciacquo dei contenitori, contaminando fonti, terreno e falde.
I contadini e gli abitanti dei villaggi denunciarono il fatto che non riuscivano più a mettere da parte l’acqua necessaria perché continuavano a spuntare nuovi pozzi, con gravi impatti sul raccolto agricolo. Quando le accuse furono confermate dal fatto che l’azienda non era in grado di fornire un rapporto dettagliato richiesto dalle autorità locali, fu mandata un’ingiunzione a comparire in tribunale e la licenza fu revocata. A quel punto la Coca Cola provò, senza riuscirci, a corrompere il presidente del Panchayat offrendogli 300 milioni di rupie. Dopo aver privatizzato l’acqua della riserva ecologica del Cerro Huitepec, dal 2000 ancora Coca cola distribuisce acqua contenente due volte la quantità di piombo permessa dalle autorità sanitarie messicane. Dal marzo del 2007 la Giunta di Buon Governo della zona Altos, di Oventik, ha istallato un riserva ecologica comunitaria di 102 ettari, per difendere una parte della montagna dal tentativo del governo e di privati di sfruttare a fini di lucro le ricchezze naturali. Cocacola nel 2004 ha utilizzato 107 milioni di litri d’acqua, pari al consumo di 203.666 abitazioni. Read more
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 L'aula del Senato ha approvato con 152 sì, 94 no e 1 astenuto il ddl Gelmini di riforma dell'università che ora passa alla Camera. Hanno votato a favore, insieme alla maggioranza, Pdl e Lega Nord, anche l'Api di Francesco Rutelli e l'Svp.
Il ministro dell'Istruzione, Maria Stella Gelmini, accoglie con "grande soddisfazione" l`approvazione del ddl sull`università in Senato. "Si tratta di un evento epocale che rivoluziona i nostri atenei e che permette all`Italia di tornare a sperare", commenta in una nota.
"L`università - sottolinea Gelmini - sarà più meritocratica, trasparente, competitiva e internazionale. Il ddl segna la fine delle vecchie logiche corporative: sarà premiato solo chi se lo merita. L`approvazione di questo provvedimento costituisce la base per il rilancio del sistema universitario italiano, finalmente si potrà competere con le grandi realtà internazionali".
Il ministro considera "importante che una parte dell`opposizione, come Rutelli e l`Api, abbia votato a favore del provvedimento"; "Questa è la dimostrazione che, sui grandi temi del riformismo, maggioranza e opposizione possono lavorare insieme per modernizzare il Paese".
Lega soddisfatta per le novità recepite su richiesta del Carroccio dalla riforma dell'Università approvata oggi dal Senato.. ''Si avvia l'introduzione del costo standard per studente, operazione ispirata al Federalismo fiscale per assegnare le risorse in maniera più corretta. Per la prima volta ci sono fondi concreti per coprire parte del sottofinanziamento delle Università del Nord. Una fetta ogni anno più consistente delle risorse per gli Atenei, sarà assegnata in base a merito e qualità. Inoltre sarà rideterminato il numero dei posti disponibili nei corsi di laurea in Medicina e Chirurgia, che vede penalizzate alcune regione padane. Come Lega Nord non possiamo che esprimere soddisfazione'', spiega il capogruppo della Lega in commissione Istruzione del SenatoMario Pittoni, dopo l'approvazione a Palazzo Madama della Riforma universitaria.
"Ci sono due riforme dell'università: quella Gelmini e quella Tremonti. La riforma Gelmini è un compendio di buone intenzioni prive, però, di concreta utilità. La vera riforma è quella fatta da Tremonti che, in questi due anni di Governo, ha tagliato 1,5 miliardi di euro al sistema e ha bloccato le assunzioni di docenti e ricercatori. Il testo Gelmini è solo l'apprezzabile tentativo di incidere sul sistema dell'alta formazione attraverso una serie di "vorrei ma non posso" per l'assenza di risorse e per la impossibilità di abbattere le forti resistenze interne al mondo sindacale e baronale dell'università.". E' quanto afferma il presidente dei senatori dell'Udc, Gianpiero D'Alia, confermando il voto contrario del suo gruppo in Senato alla riforma dell'Università del Governo.
"Ci sono troppe università e poche risorse. A fronte di questa oggettiva condizione salta la possibilità di una efficace valutazione degli atenei, con due rischi ulteriori: o di concedere tutto a tutti o di favorire le università forti a scapito di quelle deboli. E' il caso di sottolineare, poi, che gli effetti della riforma dipendono da un elemento esterno e cioè il nuovo sistema di valutazione nazionale degli atenei che non si sa come e quando entrerà in vigore".
"Per queste ragioni - conclude D'Alia - l'Unione di Centro vota contro una riforma che somiglia sempre più all'ennesimo spot governativo. Uno spot che, in maniera gattopardesca, finge di cambiare tutto senza che nulla cambi".
"Non vedo motivi sostanziali per cui ci si dovrebbe contrapporre a questa riforma, perchè, pur con i suoi limiti, è una riforma che migliora l'università italiana". Lo ha detto il leader dell'Api Francesco Rutelli prendendo la parola nell'aula del Senato, che sta esaminando il Ddl Gelmini, e spiegando che "voteremo convintamente a favore di questa riforma". "Il ministro ha chiarito che l'inaccettabile taglio lineare all'università non ci sarà più entro la fine dell'anno, se quei tagli permanessero, infatti - ha spiegato Rutelli - non ci potrebbe essere nessun patto nazionale. Proprio l'approvazione della riforma impone di imboccare la strada opposta rispetto ai tagli lineari". Infine Rutelli ha osservato che "se le riforme si fanno da una maggioranza contro l'altra non sono vere riforme" ribadendo di voler "accogliere la sollecitazione del ministro a un patto nazionale per l'università" che comporta "scelte" per il governo e "responsabilità per l'opposizione".
"Questa non è una riforma ma una procedura di implosione. Mancano le risorse e Tremonti una parte dei fondi che dovrebbero andare all'università pubblica li destina all'Istituto italiano di tecnologia, una struttura che è l'università privata del ministero del Tesoro". Con queste parole il senatore dell'Italia dei Valori Francesco Pardi ha annunciato il voto negativo dell'Idv al ddl Gelmini di riforma dell'università.
Secondo Pardi la riforma "blocca il ricambio generazionale" ed è ispirata a una "filosofia aziendalistica che si manifesta anche dentro il processo di rovesciamento gerarchico tra senato accademico, che certo non è la settima meraviglia del mondo, e Consiglio di amministrazione". "In questa riforma - ha concluso Pardi - non ci sono nè risorse nè autonomia".
Fonte: www.unita.it
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 di Francesco Piccioni (ilManifesto del 29 luglio 2010)
Altra privatizzazione «alla Berlusconi» di un pezzo rilevante dei sistema di trasporto nazionale. Dopo l'Alitalia, gentilmente regalata a Colaninno & Co. (in attesa di finire per intero ad Air France), ora tocca a Tirrenia e Siremar, le compagnie che collegano le isole tra loro e alla terraferma.
Una «cordata» inedita e abborracciata - Mediterranea Holding, unica concorrente rimasta in lizza - se l'è aggiudicata offrendo l'«incredibile» cifra di 25 milioni (un rialzo dalla precedente offerta: solo 10 milioni), di cui soltanto uno da pagare subito; gli altri in comode rate decennali. In compenso, però, i «nuovi proprietari» hanno chiesto garanzie sulla continuità delle sovvenzioni statali alle due compagnie (72,6 milioni l'anno per Tirrenia, 55,7 per Siremar), altrimenti l'offerta verrà ritirata. Del resto è risaputo che gestire questo servizio di collegamento non è un'occasione di business, ma un «servizio pubblico» dovuto e che produce perdite di esercizio. Insomma: perché privatizzare qualcosa che il privato - da solo - non può gestire con i propri criteri?
Altrettanto divertente, diciamo così, la composizione della cordata. In testa c'è la Regione Sicilia, con il 37%, ma la parte industriale verrà curata soprattutto dall'armatore greco Alexis Tomatos (che ha il 30,5% con la sua Ttl), già nominato amministratore delegato. Una buona fetta va pure alla famiglia Lauro (18%), mentre le briciole rimangono per la famiglia Busi (5,%), la società Isolemar (8) eNicola Coccia (0,5).
Le questioni più gravi sono però di altro ordine. Già la Corte dei Conti, ancora pochi giorni fa, aveva sollevato «riserve» sul decreto governativo di nomina dell'amministratore unico, che di fatto «esenta preventivamente dalla resposabilità amministrativa-contabile chi (amministratori, ecc) potrà cagionare danni all'erario». Curiosa abitudine, questa di salvare giudiziariamente gli amministratori ancor prima che commettano reati...
La seconda questione è ovviamente legata ai dipendenti. Tomatos aveva parlato sulla stampa di circa 520 «esuberi». Ieri ha smentito, riducendo la pretesa a «soli» 200. Ma lo stesso Tomatos ha voluto chiarire subito come vanno le cose: «se avremo continuamente i bastoni tra le ruote e ci verrà impedito di operare, chiediamo al governo di tutelare Mediterranea e il nostro progetto; sia dagli armatori che sono pronti a fare ricorso contro l'aggiudicazione della gara sia dalle pressioni dei sindacati».
I quali, naturalmente, vogliono conoscere quale sia il «piano industriale» del compratore e ricevere garanzie sulla tenuta occupazionale nonché sugli aspetti contrattuali per tutto il periodo della convenzione. Al governo viene chiesto di convocare le parti al più presto e comunque prima della firma del contratto, ormai fissata per mercoledì 4 agosto. Occhio al traghetto di ritorno dalle vacanze, gente! Read more
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 di Loris Campetti (ilManifesto del 29 luglio 2010)
«Le parole non servono a lavorare e a produrre». Di parole ne bastano due, «una è sì, l'altra è no». Sì alla modernizzazione, «no alle cose come stanno». E come stanno? Malissimo, per l'inefficienza e l'impossibilità di «produrre utili», quindi «conservare o aumentare i posti di lavoro». Un Marchionne ultimativo ha sfoderato i mitici «20 miliardi» per la «Fabbrica Italia», sempre che ce ne siano le condizioni. Marchionne a muso duro, di fronte alle istituzioni piemontesi, al ministro Sacconi e ai segretari sindacali sembrava Alberto Sordi nel Marchese del Grillo: «Io so' io e voi non siete un cazzo».
Marchionne che, dopo aver ascoltato con una malcelata punta di fastidio gli ospiti del tavolo senza neanche guardarli in faccia, ha preso la parola e ha letto il suo intervento senza rispondere a nessuno. Le chiacchiere stanno a zero e l'a.d. più famoso d'Italia e amato negli Usa sia dai suoi operai (quelli rimasti dopo la cura) che da Obama, ha fretta. Di partire per Roma e incontrare una presidente di Confindustria Marcegaglia quasi dimezzata, se non si troverà il sistema di risolvere i problemi di Marchionne senza farlo uscire dall'organizzazione principe dei padroni italiani.
Alla fine dell'incontro, nelle conferenze stampa dei protagonisti, tutti si sono detti soddisfatti, qualcuno addirittura entusiasta, con il segretario della Fim Farina che ha gridato al «mi-ra-co-lo» per quei 20 miliardi promessi da Marchionne (in cambio dei diritti). Tutti salvo salvo due: Epifani, che aveva chiesto senza successo all'uomo dei miracoli di abbassare i toni, e il segretario della Fiom Maurizio Landini, che si è persino permesso di chiedere la revoca dei licenziamenti per rappresaglia contro chi non si inginocchia al cospetto del principe, anzi del Marchese. Anche la richiesta di Landini non ha subito miglior sorte.
«La catena non si ferma, non c'è ragione», recita una vecchia ballata del Canzoniere pisano sulla Piaggio. Il principio vale anche per Marchionne, e regole, leggi, contratti, conflitti, trattative che rallentano la corsa delle linee di montaggio vanno cancellati. Che problema c'è, se ne fanno di nuovi con chi ci sta per garantire il flusso del progresso a quattro ruote. Il modello è Pomigliano, sia nei contenuti che travolgono il sistema di relazioni sindacali conquistato nel dopoguerra (prima di Cristo) sia nel metodo «chi ci sta ci sta». Marchionne non ha detto quali modelli porterà a Mirafiori al posto della monovolume (L0 e L1) volata a Kragujevac in Serbia. Ha detto che se calerà la conflittualità (Giorgio Airaudo, Fiom, sobbalza all'idea che a Mirafiori sia esplosa la conflittualità), i modelli e per di più di fascia alta, ad alto valore aggiunto, arriveranno da Fiat e Chrysler. La stessa cosa che ha detto, oltre ai 5 mila di Mirafiori, ai mille della neoacquistata Bertone, sempre nell'area torinese. Marchionne, come Sacconi, Angeletti, Bonanni e quasi tutti gli altri se la prende con la Fiom ma non spiega come passerà dalle 600 mila vetture prodotte in Italia al milione e quattrocentomila, quando saranno pronti i nuovi modelli. Che sono in ritardo, per un anno non se ne vedrà uno fino all'arrivo delle prime Chrysler, e in un contesto di mercato catatonico e dall pessime performances Fiat in Europa, dove sta perdendo quote di mercato e posizioni nella hit-parade dei costruttori. Fiat è presente solo nella fascia A (Panda) e sempre meno in quella B (Punto), niente ammiraglie, spyder, coupè, Suv, grandi monovolumi. Per ora, all'orizzonte si vede solo tanta cassa integrazione.
La disdetta dalla Confindustria? È una «strada praticabile» per liberarsi del contratto dei meccanici di cui si comincerà a discutere oggi, sempre a Torino, con i sindacati di categoria, nella prima delle verifiche «stabilimento per stabilimento». E per attuare l'accordo separato di Pomigliano, lavoro in cambio di diritti? «Una nuova società, che si occuperà anche della componentistica locale di proprietà della Fiat». L'importante è togliersi dalla testa l'idea di «produrre a singhiozzo, con livelli ingiustificati di assenteismo o vedere le linee bloccate per giorni interi», «un rischio che non possiamo permetterci... è inammissibile tollerare e difendere alcuni comportamenti, la mancanza di rispetto delle regole, l'abuso di diritti... gli illeciti che in qualche caso sono arrivati al sabotaggio». Mancano solo le Brigate rosse per annunciare urbi et orbi che siamo tornati nel cuore degli anni di piombo. Una rappresentazione imbarazzante, un reportage da Marte.
Interessante un altro passaggio della relazione di Marchionne: «L'appartenenza a una rappresentanza sindacale è una scelta che fanno i singoli e che può essere cambiata. L'appartenenza all'azienda è un dato di fatto che è immutabile», almeno fino al licenziamento per sciopero, si potrebbe aggiungere. Comunque, la scelta sindacale si può cambiare. C'è una parola che in questi giorni ha fatto letteralmente infuriare l'irascibile manager col golfino, ed è la parola «minaccia» in relazione al diktat di Pomigliano. Chi la pronuncia «non ha la minima idea di cosa significhi competere sul mercato». Significa, evidentemente, fare un rogo con i diritti individuali e collettivi. Punto. Gli operai devono rispettare le regole (imposte da Marchionne), la Fiat non ha accordi da rispettare salvo quello di Pomigliano, «Fabbrica Italia è stata una nostra iniziativa» e non il prodotto di un accordo con il governo o i sindacati.
Il ministro Sacconi, fresco della minaccia di sostuire rapidamente lo Statuto dei lavoratori con uno Statuto dei lavori, ha detto che il governo è soddisfatto e soprattutto impegnato. Peccato che non esista neanche un ministro per l'industria. Contento il presidente forse a termine del Piemonte, Cota, che può annunciare ai suoi elettori che Marchionne ha promesso di salvare Mirafiori. Come, non importa. Contento ma anche un po' attento ai fatti più che alle promesse il sindaco Chiamparino. Contento ogni oltre ragionevolezza il presidente della Provincia di Torino Saitta. Peccato che né Cota né Saitta né Chiamparino abbia ricordato a Marchionne che non chiede mai «soldi pubblici», quei 70 milioni sborzati dagli enti locali alla Fiat per tenere un modello a Torino. Non un secolo fa, nel 2005, quando Marchionne era inclusivo e dialogante. Un altro uomo rispetto al tirannosauro di oggi. Read more
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 di Fabio Sebastiani per controlacrisi.org
Le retribuzioni contrattuali orarie nel mese di giugno sono aumentate del 2,5% rispetto allo stesso mese del 2009 e dello 0,1% rispetto a maggio, mentre l'inflazione a giugno ha segnato un +1,3%. Ecco qui, in due parole, l’Italia dell’Istat: tutti allegri e felici perché le buste paga registrano un aumento che è addirittura doppio rispetto al tasso dell’inflazione. Ma di cosa stiamo parlando? Dove è il trucco? Il trucco è puerile quanto devastante: l’aumento delle retribuzioni viene calcolato su quei due o tre contratti chiusi nell’annualità presa in considerazione. Tutto qui. Si spaccia per retribuzioni di “tutti i lavoratori italiani”, quello che in realtà riguarda una esigua minoranza. Lasciamo stare, per carità di patria, il modo di calcolare l’inflazione, di cui si aspetta una riforma che tarda ad arrivare e che, se possibile, verrà resa ancora più oscura dall’indice Ipca, cioè il livello dei prezzi “depurato” dagli aumenti dei prodotti energetici.
L’economia scienza triste? Peggio. Così diventa una “opinione criminale”. Per carità, qui stiamo solo parlando dei dati di partenza. L’economia è ben altra cosa. Ma ogni volta, su questi benedetti dati, sia i politici, sia gli opinionisti, sia i cosiddetti esperti, costruiscono una immagine di una Italia che non esiste. Sui redditi da lavoro dipendente, poi, c’è proprio una vera e propria scuola di pensiero che ha sempre parlato di aumento, quando in realtà non è affatto così. E lo dimostrano nono solo i famosi dieci punti di prodotto interno lordo che in quest’ultimo decennio sono “migrati” da salari e pensioni verso i profitti, ma, tanto per citare un indicatore, dal potere di acquisto effettivo di quelle classi sociali che vivono di reddito fisso. E’ da tempo che tutte le indagini dicono che i consumi sono in calo netto. Da qualche mese questo calo interessa anche i generi di prima necessità. Nessuno, tra i tanti esperti che affollano gli editoriali dei giornali nazionali, è in grado di costruire su questo un ragionamento serio. Nessuno sa farne l’oggetto di una analisti seria sulla direzione in cui sta andando la nostra società. Senza contare che, e di questo dovrebbe ragionare soprattutto l’Istat, il calo dei consumi ha un effetto diretto sulla stessa inflazione. Non è un mistero per nessuno, infatti, che nel settore della distribuzione è in atto una guerra a suon di sconti sui prodotti. Quindi l’indice Istat sull’aumento dei prezzi non è veritiero perché non tiene conto del calmiere naturale del mercato esercitato dal calo della domanda. Non lo è non da un punto di vista numerico, ma da un punto di vista sostanziale. Leggi tutti i prezzi della crisi... Read more
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 La riforma Zapatero è un grave attentato ai diritti dei lavoratori, così i sindacati spagnoli.
SPAGNA: RIFORMA LAVORO AL CONGRESSO SENZA ACCORDO PARTITI (ANSAmed) - MADRID, 29 LUG - È cominciato oggi l'esame della riforma del lavoro nella Commissione lavoro del Congresso, che dovrà approvare il progetto di legge di misure urgenti proposto dal governo socialista. Una volta approvata, la riforma passerà all'esame del Senato. Ma il suo futuro è ancora avvolto da incertezza dal momento che, sottolinea oggi la stampa spagnola, il Psoe, senza maggioranza assoluta alle Camere, non ha ancora raggiunto un accordo sul testo del progetto di legge con i principali gruppi politici, con i nazionalisti di CiU e del Pnv, e tantomeno col PP all'opposizione. D'altra parte, i sindacati Ugt e CcOo sottolineano che la riforma «rappresenta un grave attentato ai diritti dei lavoratori» e hanno chiesto ai gruppi parlamentari di «ricondurla», anche in vista dello sciopero generale fissato per il 29 settembre prossimo. Il governo, attraverso il ministro del lavoro Celestino Corbacho, si è detto disponibile a dibattere gli emendamenti parziali al testo, presentati dai gruppi politici. Da parte sua il Psoe ha presentato martedì 17 emendamenti per ottenere il possibile voto favorevole del PP. Il progetto di legge generalizza l'impiego del contratto di sviluppo del lavoro a tempo indefinito, che prevede un'indennità di licenziamento pari a 33 giorni per anno lavorato. Prevede, inoltre, che 8 dei giorni di indennità siano a carico del Fondo statale di Garanzia Salariale. Un'altra delle misure introdotte dal governo è la possibilità, per le imprese, di ricorrere ai licenziamenti anche senza giusta causa, in caso di situazione economica negativa o di crisi delle aziende. D'altra parte, la riforma prevede un incremento da 2 a 3 anni della durata massima dei contratti lavorativi per opera o servizi. La Commissione lavoro ha competenza legislativa piena, per cui la riforma sarà rimessa al Senato senza necessità di passare per la Camera Bassa in sessione plenaria. Read more
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 (NAPOLI), 29 LUG - «Oggi abbiamo avuto la conferma che la Fiat vuole attuare l'accordo di Pomigliano in tutti gli altri stabilimenti del gruppo: vogliono imbrogliare i lavoratori continuando a violare le leggi e la Costituzione». Così Andrea Amendola, segretario provinciale della Fiom di Napoli, annunciando che il sindacato si sta attrezzando per verificare la possibilità di intraprendere azioni legali contro l'accordo separato sottoscritto con Fiat dalle altre organizzazioni sindacali. Amendola, inoltre, ha comunicato che lunedì il segretario nazionale Masini incontrerà i delegati di fabbrica nella sede del sindacato a Napoli, per discutere la questione. «Mentre si apprestano a far partire l'operazione della newco - ha aggiunto Amendola - nel frattempo cambieranno il Contratto nazionale del lavoro per salvare capra e cavoli. Ed il dramma è che tutte le altre organizzazioni sindacali, che fino a qualche giorno fa dicevano che l'accordo di Pomigliano non era esportabile, ora sostengono il contrario». «Il problema non è solo di tipo legale - ha proseguito il segretario della Fiom - ma anche di rapporti sindacali, in quanto questa newco, che mi convince sempre meno, potrebbe celare, dietro la facciata annunciata di 'blindarè l'accordo di giugno, una serie di licenziamenti con la scusa della mancata adesione dei lavoratori all'accordo. Gli operai, infatti, checchè si voglia dire, saranno costretti a firmare l'accordo in quanto non sarà applicato il Ccnl». Amendola, infine, ha sostenuto che con la nuova società si va incontro «ad un migliaio di esuberi»: «Mi chiedo, infatti, quanti operai resteranno fuori, in quanto ci sono i lavoratori dislocati a Nola, quelli di Pomigliano, ed ora anche quelli della Ergom. In tutto dovrebbero entrare nella nuova società oltre 5700 lavoratori, e credo che un migliaio sarà in esubero».(ANSA). Y2W-CER 29-LUG-10 17:36 NNN
FINE DISPACCIO Read more
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 (ANSA) - ANCONA, 29 LUG - «Stupefacenti e al tempo stesso estremamente preoccupanti» le notizie sulla vendita di asset dell'Antonio Merloni, secondo la valutazione del segretario regionale del Prc delle Marche Marco Savelli. Savelli non capisce la preoccupazione del sindaco di Fabriano Roberto Sorci sullo 'spezzatinò del gruppo industriale («non era una strategia condivisa quella della cessione di asset del gruppo per rendere più praticabili le ipotesi di salvataggio delle varie realtà produttive e di tutela occupazionale?»), e chiede che fine hanno fatto i cinesi della China Machi Holding, che sembravano «pronti a rilevare gli stabilimenti del 'biancò di Santa Maria e Maragone a Fabriano e Gaifana in Umbria». La sensazione, dice Savelli, «è che la Cina non sia tanto vicina, anzi non lo sia mai realmente stata, e che oggi qualcuno cerchi di alzare un gran polverone per nascondere quanto fumo abbia venduto negli ultimi mesi». «Impedire lo spacchettamento delle varie realtà produttive, nella logica del 'muoia Sansone con tutti i filisteì, può servire solo a nascondere il fatto che da due anni a questa parte non è stato fatto assolutamente niente di serio per salvare i 2.500 posti di lavoro della Ardo». «A pensare male si fa peccato, ma questa sostanziale inazione si spiega forse con i fatto che il gruppo Indesit, il ramo 'sanò della famiglia Merloni, non voleva e non vuole mettersi nessun concorrente in casa». Magari, ipotizza Savelli, «aspetta solo di comparire in extremis per comprare per quattro soldi, salvando poche decine di lavoratori, quella che ritiene essere ancora una proprietà di famiglia». «Se non ci fossero di mezzo quei 2.500 lavoratori in carne e ossa e quelli dell'indotto, si potrebbe anche stare ad aspettare gli sviluppi con curiosità e ironico distacco». Ma così non è. Read more
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 Le bombe di Obama sono come quelle di Bush, certo, cambia la narrazione e l'emotività dei discorsi con le quali vengono giustificate ma alla fine ammazzano lo stesso. Oggi a dar sostegno alla guerra arrivano come al solito le dichiarazioni di uno degli esponenti principali del centro sinistra italiano, Massimo D'Alema che non riesce a dire niente altro se non che serve una riflessione su come portare avanti la missione. L'Olanda che sull'argomento ha riflettuto abbastanza saluta la coalizione a guida americana proprio questa domenica ritirando i propri cannoni. Visto che D'Alema ha tempo per riflettere si faccia un giro da quelle parti magari qualcuno gli spiega che quella guerra è inutile.
AFGHANISTAN:D'ALEMA;MISSIONE NECESSARIA,MA SERVE RIFLESSIONE
POL S0A QBXB AFGHANISTAN:D'ALEMA;MISSIONE NECESSARIA,MA SERVE RIFLESSIONE (ANSA) - ROMA, 29 LUG - «Resto convinto che la missione in Afghanistan fosse necessaria e che un ritiro non sarebbe positivo, ma serve una riflessione seria su come portarla avanti». Lo ha detto il presidente del Copasir, Massimo D'Alema. «Ci vuole - ha spiegato d'Alema - un mix di azione militare, ricerca del consenso e costruzione dello Stato, ma è un processo problematico. La priorità deve essere quella di evitare perdite civili. Io - ha ricordato - da ministro degli Esteri avevo sollecitato la necessità di una revisione strategica centrata sulla riappacificazione e ora vedo che, con molto ritardo, questo tema sta diventando l'asse dello sforzo internazionale». Read more
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 TORINO, 29 LUG - Le assunzioni dei lavoratori nella newco Fabbrica Italia Pomigliano inizieranno a settembre 2011, quando inizierà la produzione della Futura Panda e avverranno attraverso la 'cessione dei contratti individualì. I 5.200 lavoratori dello stabilimento Gian Battista Vico, oggi tutti in cassa integrazione straordinaria (poi diventerà cassa in deroga), passeranno gradualmente da Fiat Group Automobiles alla newco. Sarà quindi necessario l'assenso dei lavoratori. Se qualcuno dovesse non accettare resterà in cassa integrazione e poi andrà in mobilità perdendo quindi il posto di lavoro. Alla newco passerà anche gran parte dei lavoratori della Ergom di Napoli.
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 (ANSA) - ROMA, 29 LUG - «Com'era ovvio, Fiat, Confindustria, Cisl e Uil sono completamente d'accordo tra loro. Certo, oggi hanno qualche piccola divergenza sul 'comè salvaguardare i reciproci ruoli e poteri, ma non hanno alcun dissenso sul 'cosà, cioè sullo smantellamento del Contratto nazionale, prima in Fiat e poi per tutti i lavoratori italiani e sul trasformare Pomigliano nella regola da applicare fabbrica per fabbrica, territorio per territorio». È quanto sottolinea il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Cremaschi precisando che «già si avvertono i primi segnali in questa direzione, oltre la Fiat». «L'associazione industriali di Brescia - precisa - ha convocato Cgil, Cisl e Uil e ha proposto un patto territoriale che riproponga i contenuti del diktat di Pomigliano. Solo uno sciocco può pensare che quello che vuole ottenere la Fiat non lo pretendano tutti gli altri industriali italiani. Sarebbe davvero un'agevolazione di mercato per una sola azienda». Secondo Cremaschi, «siamo di fronte al più grave attacco ai diritti sindacali, anzi ai diritti puri e semplici dei lavoratori dal 1945 ad oggi. E questo attacco avviene con il totale consenso di Cisl e Uil». «La Cgil deve muoversi e decidere - conclude il sindacalista della Fiom -. A metà settembre ci sarà il direttivo nazionale della confederazione, che prima di tutto dovrà assumere un orientamento politico: quello di considerare la vicenda Fiat una questione che riguarda tutti i lavoratori italiani e di accollare non solo a Marchionne, ma alla Confindustria tutte le responsabilità. Il che significa scegliere una via di rottura con la Confindustria, abbandonando ogni velleità di ricostruzione unitaria con gli attuali gruppi dirigenti di Cisl e Uil. Queste sono le scelte vere, tutto il resto rischia di portare la Cgil in una posizione di assoluta marginalità». Read more
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 I voti favorevoli al decreto sono stati 321, 270 i contrari, 4 gli astenuti. Dopo un iter parlamentare di circa 2 mesi, dunque, il testo taglia l’ultimo traguardo, senza modifiche e blindato dalla fiducia. Pd: "Tra due mesi avremo una nuova manovra"
La manovra da 25 miliardi del governo è legge. E’ arrivato il sì definitivo dell'Aula di Montecitorio che ha confermato il testo del Senato. I voti favorevoli al decreto sono stati 321, 270 i voti contrari, 4 gli astenuti.
Dopo un iter parlamentare di circa 2 mesi, dunque, il testo contenente la manovra economica taglia l’ultimo traguardo. Il disco verde al testo è arrivato con doppia fiducia, prima a Palazzo Madama, poi Montecitorio dove il provvedimento arrivato blindato. Le uniche modifiche al provvedimento sono dunque arrivate dal Senato, mentre la Camera dei deputati lo gha votato così com’era. Dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, attesa già per domani, la manovra sarà quindi legge dello Stato.
» Scheda: tutte le misure
Il provvedimento vale 24,9 miliardi era stato approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 25 maggio per rispettare gli impegni chiesti da Bruxelles sul deficit (ridurlo dal 5 per cento del Pil del 2010 al 3,9 per cento nel 2011 e al 2,7 per cento nel 2012) e mettere al riparo l'Italia da
ulteriori turbolenze finanziarie.
Una manovra pesante, dunque, riconosciuta da tutti come necessaria, ma contestatissima fin dalla sua approvazione. In trincea, in primis, i governatori sul piede di guerra contro i pesanti tagli alle Regioni. A contestarla anche molte altre categorie: dalle Province e i Comuni, ai disabili, i farmacisti, gli ambientalisti, i magistrati fino ai diplomatici e i rappresentanti del mondo della cultura. Contraria anche la Cgil, che sin dall’inizio ha definito il testo “iniquo” e “sbagliato”.
“Non è con la demagogia che si risolve il fatto che i tagli della manovra sono insostenibili” ha detto il presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, Vasco Errani, al termine della seduta odierna della Conferenza. “La nostra posizione - ha chiarito Errani - non cambia: la manovra per le Regioni è iniqua, pesa sui servizi che le Regioni finanziano a favore dei cittadini, delle imprese, delle famiglie”.
Fonte: Rassegna.it (il titolo è stato modificato dalla redazione di controlacrisi.org) Read more
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 (ANSA) - ROMA, 29 LUG - Il Tar del Lazio ha sospeso il decreto che ha disposto l'aumento dei pedaggi autostradali. I giudici hanno accolto le richieste della provincia di Roma, del Comune di Fiano Romano e della Provincia di Pescara Read more
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 E adesso che si fa? Facciamo questa domanda proprio mentre Marchionne compie una scelta che peserà profondamente nelle relazioni industriali di questo paese. La complicità del Governo e l'assenza dell'opposizione parlamentare su questo tema segnano uno scarto profondissimo tra la realtà materiale e la realtà del dibattito politico. Basta semplicemente citare che D'Alema proprio ieri non ha trovato di meglio da fare che offendere gli operai di Pomigliano accusandoli di essere assenteisti. Marchionne ha dichiarato guerra all'Italia del lavoro, usa la crisi come strumento per ridefinire i rapporti di forza nel terreno liscio della globalizzazione dove le multinazionali tutto possono fare. Non possiamo lasciare soli gli operai della Fiat a difendere i diritti di tutti e tutte, occorre schierarsi ed occorre farlo alla svelta perchè lo scontro si gioca in questi giorni e settimane. La manifestazione del 16 ottobre della Fiom è senza dubbio un appuntamento importante, ma da sola non basta rispetto alla sfida che Marchionne ci pone.
Riteniamo che Marchionne abbia definitivamente fatto saltare ogni tipo di mediazione sociale, altro che patto tra lavoratori e produttori come illustrava Veltroni. Qui siamo al 1800, quando si mettevano fuori legge i sindacati. La prima cosa da fare pertanto è supportare ovunque le mobilitazioni della Fiom e dei sindacati di base, ma questo non basta, occorre mettere in piedi un patto di mutuo soccorso tra tutte le realtà politiche, associative, sindacali che convochino in maniera congiunta uno sciopero generale a difesa dei diritti del lavoro. Uno sciopero vero in grado di bloccare il paese come hanno fatto i nostri compagni greci.
Controlacrisi.org Read more
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Atene, 29 lug. - (Adnkronos) - Disordini e tafferugli si sono registrati oggi ad Atene, dove migliaia di autotrasportatori sono scesi in piazza per protestare contro l'ordine del governo di revocare lo sciopero che da oltre tre giorni tiene il Paese a secco di benzina e di altri beni e che ha costretto molti turisti a cancellare le vacanze. L'apice della tensione si è registrato davanti al ministero dei Trasporti, dove la polizia è ricorsa a gas lacrimogeni per disperdere la folla di manifestanti che lanciava sassi e bottiglie contro i cancelli dell'edificio, cercando in qualche caso di scavalcare e fare irruzione nella struttura. All'origine dello sciopero c'è la decisione del governo socialista di George Papandreou di avviare una liberalizzazione delle licenze dei camion, nell'ambito di un piano di risanamento dell'economia nazionale varato d'accordo con l'Unione Europea e con il Fondo monetario internazionale in cambio di un prestito da 110 miliardi di euro. Tra i punti più contestati del piano, quello di abbassare notevolmente il prezzo di partenza delle licenze rispetto ai quasi 300mila euro attuali. L'ordine di revocare lo sciopero, emanato ieri dall'esecutivo di Atene, rappresenta una misura straordinaria a cui in genere si fa ricorso soltanto in tempo di guerra o in caso di catastrofi naturali. Secondo quanto riferito dalla Bbc, la polizia di Atene avrebbe intenzione di consegnare ai camionisti una nota di precettazione, ma molti degli autotrasportatori hanno abbandonato i loro mezzi e non possono essere raggiunti dal provvedimento. Lo sciopero ha già causato seri danni all'industria turistica, una delle più redditizie del Paese, costringendo le strutture alberghiere a congelare le prenotazioni. Migliaia di turisti dell'est europeo, in viaggio per la Grecia sulle loro auto, sono tuttora bloccati nel nord del Paese a causa della mancanza di benzina. Read more
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 PERUGIA, 29 LUG - È stato il 2009 l'annus horribilis del manifatturiero in Umbria. Un periodo buio in cui le imprese, già provate da un 2008 non certo facile, hanno continuato a subire cali importanti di ordini e fatturato, pur mantenendo con grandi sofferenze l'occupazione, anche grazie all'utilizzo della cassa integrazione: è quanto emerge dall'indagine di Cna produzione Umbria, illustrata stamani in una conferenza stampa. Dal questionario emerge, per il 2009, una netta diminuzione del fatturato (per il 56,9% del campione) ed un'altrettanto consistente riduzione degli ordinativi (per il 54,2% delle aziende esaminate). In particolare, il 57,1% delle aziende che dichiarano aumenti degli ordini appartiene al settore meccanica e il restante 42,9% al settore alimentare, mentre tutti gli altri settori dichiarano di non aver avuto aumenti. Rispetto poi alla dimensione aziendale, il 71,4% del campione che ha avuto aumenti appartiene alla classe di addetti 10-49. Le diminuzioni più consistenti, sia per fatturato che per ordinativi, si registrano nella meccanica (38,5%), nell'artistico-tradizionale (33,3%) e nel legno serramenti. Lievi aumenti di fatturato si registrano, per contro, solo per i settori meccanica e alimentare e solo per le aziende di dimensioni maggiori, con più di dieci addetti. Va meglio nel 2010, quando, sulla base delle previsioni, tutti gli indicatori rilevano stime ottimistiche. «Ma è ancora presto - ha puntualizzato Francesco Vestrelli, responsabile Cna Produzione Umbria - per parlare di ripresa, sia perchè i dati 2010 sono ancora al di sotto della media del quinquennio precedente, sia perchè assistiamo ad una stabilizzazione della situazione già rilevata nel 2009». Sono le imprese più strutturate, cioè quelle dai 10 ai 49 dipendenti, soprattutto nel settore della meccanica, a recuperare parte del fatturato rispetto agli anni precedenti, in misura sufficiente a mantenere la loro capacità produttiva. «Per contro - ha proseguito Vestrelli - c'è da registrare un relativo aumento delle difficoltà delle piccole imprese di subfornitura al di sotto dei dieci dipendenti, ovvero quelle che si rivolgono al mercato locale». Dal punto di vista occupazionale la crisi non ha comunque destabilizzato troppo il settore che mantiene una certa omogeneità rispetto al passato per la dimensione aziendale, e anche il ricorso agli ammortizzatori sociali è rimasto costante. Nel dettaglio, nel 2009 l'8,3% delle aziende ha dichiarato di aver aumentato le risorse umane, l'80% di averle mantenute stabili e l'11,7% di averle diminuite. Le previsioni per il 2010 indicano che il 13,1% prevede aumenti, il 73,8% stabilità e il 13,1% diminuzione. Rispetto alle forme di finanziamento utilizzate l'indagine ha evidenziato un maggior ricorso a finanziamenti sia a breve che a medio-lungo termine per reperire la liquidità necessaria da reinvestire nel riposizionamento nei mercati esistenti, nella ricerca di nuovi mercati e nell'innovazione. L'aumento del ricorso a finanziamenti a medio/lungo termine è presente un pò in tutti i settori, con una leggera prevalenza del settore meccanica e delle aziende con oltre 10 addetti. Un problema, quello dell'assenza di liquidità, messo in evidenza anche dal presidente di Cna Produzione Umbria, Flaminio Flavi. «Le aziende - ha detto - specialmente le più piccole non hanno più risorse per investire in ricerca e sviluppo, nè per garantire un'adeguata formazione continua alle proprie maestranze. La piccola impresa non può sostenere da sola i costi dell'internazionalizzazione, oggi più che mai necessaria, e le banche, dal canto loro non stanno rispondendo in maniera adeguata ad una sempre maggiore richiesta di credito». Read more
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 (ANSA) - ROMA, 29 LUG - In cinque anni, dal 2005 al 2009, i redditi degli agricoltori italiani hanno subito un vero e proprio colpo di scure: -35%. Nello stesso periodo i costi per i mezzi di produzione, dei contributi e quelli burocratici si sono triplicati, mentre i prezzi sui campi sono crollati di circa il 20%. È quanto sottolinea la Cia-Confederazione italiana agricoltori, per la quale la situazione dei nostri produttori nei prossimi mesi diventerà ancora più drammatica con la fine al 31 luglio della proroga della fiscalizzazione degli oneri sociali per le zone svantaggiate di montagna e con il mancato ripristino del 'bonus gasoliò per le serre. Il colpo di grazia per i redditi degli agricoltori italiani è venuto - afferma la Cia - lo scorso anno, quando sono crollati del 21%. Il mix costi alle stelle e prezzi sui campi in caduta libera - prosegue la Cia - è stato micidiale e ha generato una situazione esplosiva che rischia di trascinare nel baratro molti imprenditori che non riescono più a stare sul mercato. Il campanello d'allarme è, d'altra parte, già suonato: lo scorso anno con l'abbandono di migliaia di agricoltori. Nei prossimi tre-quattro anni si corre il fondato pericolo che, se non interverranno misure e politiche realmente incisive per il settore primario, altre 250 mila aziende siano costrette a cessare l'attività. Read more
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 (Il Sole 24 Ore Radiocor) - Torino, 29 lug - «Siamo nella stessa condizione. Legano gli investimenti alla necessità di fare deroghe al contratto nazionale, il che per noi è un terreno impraticabile. Fiat sta usando la crisi in modo spregiudicato per cambiare i rapporti sindacali con i lavoratori e faremo di tutto per resistere a questo. Le condizioni poste sono inaccettabili e stravolgono il sistema di relazioni nel Paese». Così ai giornalisti Enzo Masini, responsabile dell'Auto per la Fiom, all'uscita dall'incontro con Fiat, che ha illustrato ai sindacati il piano Fabbrica Italia. Masini ha aggiunto che «esistono tutte le condizioni all'interno del contratto nazionale per far fronte all'uso degli impianti e alla flessibilità e abbiamo proposto un terreno di confronto e la costruzione di un meccanismo di affidabilità degli impianti, ma l'azienda ha confermato che Pomigliano è il modello che intende esportare a Fiat Group Automobiles e poi in generale al gruppo Fiat e su quello non li seguiamo. Fiat rischia di gettare benzina sul fuoco». Secondo Masini, l'accordo su Pomigliano «è illeggittimo perchè non sta dentro il contratto e rischia di aprire contenziosi giuridici e di innescare una situazione di conflitto sui luoghi di lavoro. La pressione resta fortissima perchè la crisi c'è. Anche Mirafiori dovrà fare un periodo lunghissimo di cassa integrazione, si prevede due anni, e anche quando ci saranno gli investimenti si rischia una situazione di conflitto». Masini ha aggiunto che la Fiat «ha deciso da sè lo spostamento in Serbia (del modello L0). Se volevano discuterne, il tempo c'era. È un segnale per costringere le organizzazioni sindacali ad accondiscendere a tutto. Vedremo» Read more
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 «La Commissione Europea è delusa di apprendere che l'Italia ha votato una misura che sembra essere contraria alle regole dell'Ue sul rimborso delle multe per il superamento delle quote latte. Ora esaminerà sotto il profilo giuridico il testo votato e non esiterà a intraprendere l'azione necessaria contro l'Italia se la misura non è conforme alle regole Ue». Queste le dure parole del commissario europeo all'agricoltura Dacian Ciolos subito dopo il voto definitivo sul decreto legge alla camera. Read more
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 Da fine settembre tutti i lavoratori dello stabilimento Fiat di Pomigliano saranno riassunti dalla newco, la nuova società costituita per gestire l'accordo del 15 giugno, non firmato dalla Fiom. La newco Fabbrica Italia non sarà iscritta all'Unione Industriale di Napoli. Lo ha riferito il segretario generale Fismic, Roberto Di Maulo, al termine dell'incontro in cui l'azienda ha comunicato ufficialmente ai sindacati la nascita della new company. Della newco, controllata da Fiat Partecipazioni, faranno parte anche i mille lavoratori della Ergom, azienda dell'indotto Fiat. All'incontro non ha partecipato la Fiom.
«La Fiat ci ha comunicato che sono già partiti tutti gli ordini relativi all'investimento per la Panda - ha spiegato Di Maulo - e che già ad agosto cominceranno i lavori per la ripulitura dell'area che ospiterà la linea della vettura a partire dalla lastratura». A settembre saranno definite le regole contrattuali della newco e verrà sottoposta ai 5.200 lavoratori la lettera di riassunzione, man mano che ci saranno le esigenze produttive. Quindi, per un periodo, una parte dei dipendenti continuerà a far parte di Fiat Group Automobiles per produrre l'Alfa 159. (ANSA). Read more
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 TORINO, 29 LUG - «La Fiat pensa che il modello Pomigliano debba valere per tutti, conferma l'idea che sia stata una prova generale. Su questo non li seguiamo. Così l'azienda rischia di buttare benzina sul fuoco». Lo ha dichiarato Enzo Masini, responsabile Auto della Fiom, al termine della prima parte dell'incontro all'Unione Industriale di Torino, dedicata a al progetto Fabbrica Italia.
«Per noi quello delle deroghe al contratto nazionale - ha aggiunto - non è un terreno praticabile, ci sono le condizioni per affrontare i problemi di flessibilità e raffreddamento del conflitto. Dobbiamo costruire insieme un meccanismo». (ANSA). Read more
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 di Rinaldo Gianola (l'Unità del 29 luglio 2010)
Nessun passo avanti, nessuna apertura. Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, è molto deluso dall'incontro con Sergio Marchionne: «Ha ribadito le sue posizioni, al limite del ricatto. Se non fate quello che dico io me ne vado altrove perché la Fiat è un gruppo mondiale e posso scegliere dove fabbricare. Non ci sono cambiamenti nel suo diktat, né oggi, bisogna sottolinearlo, ci sono certezze sui volumi produttivi e sugli investimenti del gruppo in Italia. Resta tutto avvolto nell'incertezza ma la strada scelta dal Lingotto non conviene a nessuno, nemmeno all'azienda».
Epifani, la Cgil non condivide il piano Marchionne e così i nuovi modelli vengono spostati in Serbia.
«Non è così. Lo stesso Marchionne ha detto che il trasferimento in Serbia è stato deciso per una questione di tempi, perché Mirafiori non sarebbe stata pronta. La verità è che Marchionne continua a promettere investimenti che restano confusi, chiede una nuova organizzazione del lavoro, nuovi ritmi, deroghe alle leggi e al contratto nazionale ma poi non c'è la certezza di cosa produrranno le fabbriche italiane. L'incontro è stato deludente, non capisco l'ottimismo del governo, di Cisl e Uil. Il futuro degli stabilimenti italiani oggi è in dubbio. Né il governo né la Regione Piemonte sono riusciti a convincere Marchionne a fare un passo in avanti».
Fabbrica Italia, dice Marchionne, è un progetto aziendale, non un piano condiviso. Quindi: ci state o no?
«Se Fabbrica Italia è una proposta aziendale perché non farla diventare un progetto condiviso dai lavoratori, dai sindacati, dalle istituzioni, perché non renderla più forte con il consenso e la partecipazione di tutti? Ci sono le condizioni, se la Fiat vuole, di riaprire il negoziato e trovare un accordo ampio, su produzioni, organizzazione del lavoro, saturazione degli impianti. L'obiettivo principale della Cgil e della Fiom è di mantenere e di rafforzare l'industria dell'auto in Italia, di consentire alla Fiat di realizzare in sicurezza i suoi investimenti, di rendere più efficienti le fabbriche, di garantire i posti di lavoro. Noi ci stiamo e siamo disposti a dare il nostro importante contributo, nel rispetto della Costituzione, delle leggi dello Stato, dei contratti».
Ma Marchionne non ne vuole sapere di contratti e di tutto il resto. La Cgil si ostina su questi argomenti mentre Marchionne vuole uscire da Federmeccanica e denunciare il contratto nazionale di lavoro. Lui è già nel futuro, è “inarrivabile” come dice il Corriere della Sera...
«Marchionne sta compiendo un'operazione molto pericolosa che danneggia l'intero sistema delle relazione industriali. Uscire da Federmeccanica e derogare dal contratto vuol dire, prima di tutto, dare uno schiaffo alla Confindustria e alla signora Marcegaglia. Se la Confindustria non è in grado di far rispettare gli accordi ai suoi associati quale credibilità potrà avere con le controparti? Marchionne vuole davvero passare sopra tutto, distruggere anni di storia di relazioni industriali, vuole farla finita con i corpi intermedi di rappresentanza? È un rischio molto grave, soprattutto in un paese colpito da una crisi profonda, dove la tenuta del tessuto sociale è in forte pericolo».
Forse Marchionne, alla pari di Berlusconi, si accontenta di tenere la Cgil fuori dalla porta. Non le pare?
«Non voglio pensare che un gruppo importante come la Fiat possa ricercare la sistematica esclusione del più grande sindacato italiano. Sarebbe un gravissimo errore, perché fabbriche con migliaia di dipendenti e produzioni molto complesse non si governano trasformandole in caserme. La Cgil e la Fiom restano in campo con la piena disponibilità a negoziare e a trovare un accordo nell'interesse di tutti. Se, invece, la Fiat sceglierà un'altra strada ne prenderemo atto».
Il sindaco Chiamparino ha detto che il sindacato, e si riferiva alla Cgil e alla Fiom, non è stato all'altezza della sfida Fiat, che Mirafiori non può pagare per Pomigliano...
«Il giudizio di Chiamparino è sbagliato. Che cosa vuol dire, che cosa c'entra Pomigliano con Mirafiori? Il sindaco non ha capito che, comunque, la produzione di Torino sarebbe stata trasferita in Serbia, come ha detto lo stesso Marchionne? E poi bisogna chiarire una volta per tutte: se la politica, anche la sinistra, ritiene che un sindacato moderno sia quello che accoglie tutte le richieste delle imprese a partire dalla Fiat senza fare obiezioni, allora è bene ribadire che questo non è il modello di sindacato che appartiene alla Cgil. Forse il sindaco di Torino ritiene che la Cgil e la Fiom non siano abbastanza responsabili davanti a una sfida come quella della Fiat? Bene, invito lui e la Fiat a metterci alla prova».
La verità, comunque, è che di fronte a Fabbrica Italia la capacità di analisi e di risposta del sindacato e della politica, in particolare delle forze progressiste, sono state insufficienti, è stato impiegato un armamentario vecchio mentre Marchionne fa la parte del modernizzatore in maglioncino.
«Non c'è dubbio che ci siano difficoltà perché l'operazione Fabbrica Italia è ambiziosa e impegnativa per tutti. Ma vorrei aggiungere che la difficoltà più grande è quella di trovarsi di fronte non a disegno industriale, condivisibile o meno, ma a una filosofia del ricatto che ispira le trattative, o meglio: le comunicazioni ai sindacati, e sostanzialmente si basa su un solo principio».
Quale sarebbe questo principio?
«L'azienda è al centro di tutto, vado a produrre dove mi conviene e tutto il resto non conta. Vado dove gli operai costano meno e posso sfruttarli di più, dove i governi mi danno soldi e non mi fanno pagare le tasse. Marchionne, forse, è un po' troppo americano, per questo rischia di compiere gravi errori».
Se questo è il principio che ispira Marchionne, allora la Fiat in Italia durerà poco? Che idea si è fatto della strategia di Marchionne, dove sta andando?
«Il suo primo, principale fronte è l'America. Non ci sono dubbi. Deve riportare in Borsa la Chrysler, rimborsare il maxi-prestito e cercare di sfruttare la congiuntura positiva del mercato. Poi nel medio termine è possibile la fusione tra Fiat e Chrysler, speriamo che ci sia ancora spazio per l'Italia e per l'Europa. Per questo è importante oggi difendere e sviluppare una forte industria dell'auto in Italia».
Non teme che la linea dura di Marchionne possa far presa su altre imprese che affrontano pesanti ristrutturazioni?
«Penso che le imprese italiane non seguiranno questa strada che porterebbe dritti dritti alla balcanizzazione delle relazioni industriali dove comanda il più forte. Mi chiedo e chiedo alle aziende intelligenti: conviene buttare a mare un grande patrimonio di relazioni industriali per colpire momentaneamente lavoratori e sindacati, per fare la faccia dura? No, non credo che seguiranno Marchionne perché già oggi nel nostro paese grandi imprese italiane e multinazionali nella chimica, nel tessile, nell'industria degli occhiali, si accordano con il sindacato per ristrutturare le attività produttive al fine di restare in Italia e difendere l'occupazione».
Cosa succede adesso?
«Attendiamo di conoscere le scelte ufficiali di Marchionne, se esce da Confindustria, se denuncia il contratto, come e se manterrà gli impegni per le fabbriche Fiat in Italia. La Cgil e la Fiom sono pronte a riprendere il confronto per garantire all'azienda di raggiungere gli obiettivi ambiziosi che si è data. Se il governo non si limitasse, come ho detto, a fare il notaio ma mettesse in campo qualche idea di politica industriale darebbe un bel contributo. D'altra parte ricordo che tutta la partita Fiat iniziò a Palazzo Chigi, lì dovrebbe tornare». Read more
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 Roma, 29 lug. - (Adnkronos) - A maggio 2010, l'indice dell'occupazione nelle grandi imprese ha registrato - al lordo della Cig - un calo dell'1,8% rispetto allo stesso mese dell'anno precedente, calo che scende allo 0,5 per cento al netto della cassa integrazione guadagni. Lo rende noto l'Istat, sottolineanco come complessivamente, nei primi cinque mesi del 2010 la variazione media dell'occupazione, rispetto allo stesso periodo del 2009, e' stata di meno 1,9 per cento al lordo della Cig e di meno 1,2 per cento al netto. L'isituto registra una variazione congiunturale di meno 0,1 per cento al lordo della Cig e una variazione nulla al netto. Nel confronto tra la media degli ultimi tre mesi (marzo-maggio 2010) e quella dei tre mesi precedenti (dicembre 2009-febbraio 2010) si e' registrato un calo dello 0,3 per cento al lordo della Cig e una variazione nulla al netto.In particolare, nell'industria a maggio si segnala al netto della stagionalita' un calo su aprile di -0,1% al lordo della Cig e un aumento dello 0,5% al netto della Cig. Nella media degli ultimi tre mesi rispetto ai tre precedenti, il calo e' stato dello 0,6 % al lordo della c.i.g. e dello 0,1 % al netto della Cig. Rispetto a un anno fa l'occupazione nelle grandi imprese dell'industria vede una diminuzione del 2,6 per cento al lordo dei dipendenti in Cig e, al netto, un aumento dell'1,1 per cento. Nelle grandi imprese dei servizi ha registrato il calo rispetto al mese precedente e' dello 0,1 per cento sia al lordo, sia al netto della Cig mentre, rispetto al maggio 2009, l'indice scende dell'1,4 per cento al lordo della Cig e dell'1,3 al netto. Read more
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 Arrestata a Napoli l'imprenditrice Olga Acanfora, di 53 anni, presidente del Gruppo piccola industria dell'Unione industriale di Napoli, per il reato di estorsione aggravata. L'ordinanza è stata eseguita nell'ambito delle indagini per l'omicidio del consigliere comunale di Castellammare di Stabia Luigi Tommasino, ucciso nel febbraio del 2009.
Il provvedimento è stato emesso su richiesta della locale Direzione distrettuale antimafia in quanto la Acanfora, con l'intermediazione di Tommasino, avrebbe tra la metà del 2008 e gli inizi del 2009 richiesto l'intervento del clan D'Alessandro per estorcere la riduzione dei costi di lavori professionali prestati alla sua azienda. All'Acanfora è contestata l'aggravante di aver favorito l'associazione cammorristica. Read more
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 Dopo 15 anni di dibattiti approvata una risoluzione non vincolante. Oltre due miliardi e mezzo di persone in condizioni igienico-sanitarie insufficienti. Ne muoiono ogni anno un milione e mezzo di bambini
NEW YORK - L'accesso all'acqua potabile è uno dei diritti fondamentali, un "diritto umano". Lo stabilisce una risoluzione delle Nazioni Unite, approvata nella notte dall'Assemblea generale dopo più di 15 anni di dibattiti.
Il documento, non vincolante, era stato presentato dalla Bolivia ed è passato con il voto a favore di 122 Paesi, nessun contrario e 41 astensioni. Nel testo si afferma che "l'accesso a un'acqua potabile pulita e di qualità, e a installazioni sanitarie di base, è un diritto dell'uomo, indispensabile per il godimento pieno del diritto alla vita". E si invitano gli Stati e le organizzazioni internazionali ad adoperarsi per fornire aiuti finanziari e tecnologici ai Paesi in via di sviluppo, esortandoli ad "aumentare gli sforzi affinché tutti nel mondo abbiano accesso all'acqua pulita e a installazioni mediche di base".
L'inserimento nella dichiarazione dei diritti umani è un passo decisivo per affrontare la questione sempre più urgente della mancanza di risorse idriche sufficienti per centinaia di milioni di persone. Secondo le stime dell'Onu, ogni anno un milione e mezzo di bambini sotto i cinque anni muore per malattie legate alla carenza d'acqua o di strutture igieniche. E nel testo della risoluzione si afferma che 884 milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile e 2,6 miliardi vivono in condizioni igienico-sanitarie insufficienti.
Fra le nazioni che si sono astenute gli Stati Uniti, il Canada, il Regno Unito, l'Australia: a loro parere la risoluzione potrebbe minare l'iter in corso a Ginevra presso il Consiglio dei diritti umani per costruire un consenso sui diritti legati all'acqua. Read more
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 di VINCENZO COMITO (IL MANIFESTO del 29 LUGLIO 2010)
La Fiat e Marchionne ci stanno abituando a novità importanti. Negli ultimi giorni le notizie sono, come è noto, due. La prima riguarda il progettato trasferimento in Serbia della produzione di un nuovo modello, in precedenza promesso a Mirafiori. La seconda attiene alla creazione di una nuova società, nella quale dovrebbero confluire le produzioni di Pomigliano e alla parallela minaccia di fuoruscita del gruppo Fiat dalla Federmeccanica, nonché di disdetta del contratto nazionale di settore. Per quanto riguarda la prima notizia, tra i molti filoni di analisi che se ne potrebbero trarre, uno riguarda una serie di considerazioni sui possibili processi di delocalizzazione produttiva indotti dalla globalizzazione e sulla risposta in merito da parte dei governi. Bisogna a questo proposito premettere che un articolo di Eugenio Scalfari di qualche settimana fa su La Repubblica, di cui si è molto parlato, ha posto il dibattito sulla questione, almeno in parte, secondo noi, in una prospettiva non del tutto accettabile. L'articolo sembrava giustificare sostanzialmente le decisioni di Marchionne affermando che si trattava di un processo inevitabile, indotto dalla globalizzazione, che riguarda allo stesso modo l'Italia come la Germania o la Francia.
Ma non tutte le vacche sono nere e quello che sta succedendo con la Fiat è difficile da paragonare agli avvenimenti che si svolgono da tempo negli altri paesi europei. Quello italiano appare, per molti aspetti, un caso a parte. Primo, perché le retribuzioni dei lavoratori, ad esempio di quelli tedeschi e francesi, sono parecchio più elevate di quelle del nostro paese; peraltro, in Germania, il costo della vita è inferiore e quindi qualche sacrificio in termini di remunerazioni e di condizioni di lavoro, come è accaduto già molti anni fa con le riforme di Schroeder, è più sopportabile. Secondo, perché nessuno in Germania e in Francia si è ancora seriamente sognato di chiedere ai dipendenti una così pesante rinuncia ai propri diritti. Terzo, perché l'Italia non sta svolgendo alcuna politica attiva di sostegno alla localizzazione delle imprese nel proprio territorio.
È ad esempio di qualche giorno fa la notizia dell'entrata in vigore in Francia di una legge che mira a incoraggiare la rilocalizzazione nel paese di siti di produzione e di unità di ricerca collocate precedentemente all'estero. La nuova norma focalizza l'attenzione sulle imprese con meno di 5.000 addetti, ma è comunque una testimonianza importante che si può fare molto per affrontare il problema. Pensiamo a un'impresa come la STMicroelectronics, la più grande società europea di semiconduttori e una delle punte avanzate dell'innovazione tecnologica del nostro continente; essa è a proprietà pubblica congiunta italo-francese. Il gruppo possiede grandi laboratori di ricerca a Catania, ma se essi fossero trasferiti in Francia, il governo di quel paese contribuirebbe alle sue spese per il 25% del totale. Così, magari per piccoli passi, il processo di trasferimento potrebbe prima o poi aver luogo.
I processi di delocalizzazione non appaiono inevitabili. Dopo ormai molti anni dall'apertura delle frontiere essi non hanno assunto un carattere dirompente e in molti paesi europei la situazione appare abbastanza sotto controllo. Ci si potrebbe anzi chiedere a questo punto, semmai, perché le imprese occidentali non si siano precipitate già una decina di anni fa a chiudere i loro stabilimenti in Europa e negli Stati Uniti e a riaprirli in Asia o in America Latina. Il fatto è che esistono diversi importanti fattori di «attrito» rispetto ai cosiddetti vasi comunicanti intravisti da Scalfari. Uno, fondamentale, riguarda il fatto che le imprese, per quanto grandi e potenti, hanno un forte bisogno del sostegno del proprio stato nazionale. Ne hanno bisogno per aprire nuovi circuiti commerciali e produttivi all'estero, per essere protetti dalle mosse ostili di altri paesi, per gestire meglio gli affari da una base nazionale sicura e così via. Perciò i grandi gruppi, tranne rare eccezioni - tra le quali ad esempio il caso della Ferrero - non trasferiscono la loro sede principale in qualche paradiso fiscale, come potrebbero tecnicamente fare. Risulta poco credibile poi che Marchionne prometta contemporaneamente di mantenere a Mirafiori la piena utilizzazione degli impianti, portandovi altri modelli. L'obiettivo della produzione e vendita di 6 milioni di auto nel 2014 da parte del gruppo, appare, a detta di molti osservatori, di realizzazione molto difficile, così come sembra poco credibile che in Italia si riusciranno mai a produrre 1,4 milioni di vetture, di cui 280.000 Panda a Pomigliano: anche se Marchionne fosse in buona fede nelle sue promesse, le condizioni del mercato non sembrano poterlo permettere. Quindi il gioco appare, per alcuni versi, falsato alla radice.
E veniamo alla seconda questione. I temi in discussione sono due, la creazione di una nuova società a Pomigliano e l'abbandono della Federmeccanica e del contratto nazionale dei metalmeccanici. Marchionne vuole liberarsi dai vincoli del contratto nazionale del settore - ora peraltro a firma separata - per sostituirvi un sistema di relazioni sindacali creato esattamente a misura delle proprie esigenze produttive e aperto al riconoscimento dei soli sindacati, i quali, tramite i relativi accordi aziendali, accettino incondizionatamente di farne parte. Appare chiaro altresì che Marchionne abbia desiderio di stringere i tempi, almeno con riguardo allo stabilimento di Pomigliano, ove esiste il noto accordo con Fim, Uilm (cui si è aggiunto ex post anche il consenso della UGL), alla cui applicazione l'azienda condiziona il decollo del proprio progetto Fabbrica Italia.
Non basterebbe però probabilmente la fuoriuscita dal sistema contrattuale nazionale per garantire un tale risultato. Questo si presenta assai incerto, data l'estrema informalità del nostro diritto sindacale, a cui inspiegabilmente i suoi principali attori non hanno ancora concretamente fatto fronte, al di là delle dichiarazioni d'intenti, se si eccettua l'iniziativa di Fiom per una legge d'iniziativa popolare sulla rappresentatività sindacale. È proprio la strada prospettata da Marchionne a sollevare le maggiori perplessità. La creazione di una nuova società ad hoc appare in tal caso sorretta non tanto da motivazioni tecnico-produttive, quanto dall'esigenza di far fronte indirettamente a problemi di natura prettamente sindacale. Ora, il nostro diritto in materia, seppur informale, contiene comunque regole e principi capaci di rendere quanto meno ardue simili operazioni.
Certo è che, al di là delle specificità del caso Pomigliano, una fuoriuscita delle società del gruppo Fiat dal sistema nazionale delle relazioni industriali di settore darebbe una spallata non da poco a quel modello contrattuale a doppio livello - nazionale e decentrato - inaugurato, nel 2009, dall'accordo quadro sulla riforma degli assetti contrattuali e dal relativo accordo interconfederale attuativo - entrambi a firma separata - che tanto Cisl e Uil hanno voluto, insieme ad Ugl, governo e associazioni imprenditoriali. Insomma, una spina nel fianco per le stesse due organizzazioni sindacali, a tutto vantaggio di quella dissenziente, la Cgil. E una sfida non da poco, forse, per la stessa Confindustria, la cui capacità rappresentativa potrebbe essere messa a dura prova dalla scelta di Marchionne di chiamarsi fuori da Federmeccanica, un tempo dominio quasi esclusivo della stessa Fiat. Read more
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 di Paolo Ferrero (Editoriale di Liberazione del 29 luglio 2010)
Come sempre la Fiat segna i tornanti fondamentali della storia del paese. Nel ’69 le lotte operaie aprirono la stagione dell’autunno caldo e del sindacato dei Consigli. Nel 1975 la firma tra Agnelli e Lama sul punto unico di contingenza aprì la strada del compromesso sociale e produttivo su cui si innervò il compromesso politico nell’unità nazionale. Nel 1979 prima e nel 1980 poi la Fiat decise di porre fine a quel compromesso sociale e politico con il licenziamento dei 61 prima e con la messa in cassaintegrazione dei 23.000 poi. E non si dica che questi passaggi riguardano solo il rapporto tra operai e azienda. La Fiat agisce come classe dirigente che si pone il problema di modificare il quadro complessivo del paese, agisce come un partito. Se volete, per essere più precisi, la Fiat agisce come un comando militare, fortemente centralizzato, che si pone l’obiettivo di sbaragliare le truppe avversarie. Il linguaggio della guerra parla infatti in queste settimane Marchionne, che non a caso si pone l’obiettivo di fare , attraverso un plebiscito prima e un colpo di stato poi, la riscrittura complessiva della costituzione materiale e formale della Repubblica Italiana. A Pomigliano ha cercato il plebiscito, cioè il consenso passivo degli operai sulla distruzione del contratto nazionale di lavoro, sull’aggiramento delle leggi della repubblica e sulla violazione della Costituzione. Gli è andata male e la reazione di Marchionne è stata rabbiosa, da coniglio mannaro qual è: taglio degli stipendi, licenziamenti politici, ulteriori ricatti sui posti di lavoro. Oggi nei fatti annuncia un colpo di stato con la scelta unilaterale di far saltare il contratto nazionale di lavoro. E non si dica che Marchionne è isolato. Tanto il centro destra quanto il centro sinistra condivide l’idea di Marchionne che la globalizzazione neoliberista è un fenomeno naturale, oggettivo e che il compito dell’impresa è quello di sbaragliare la concorrenza. Da questa impostazione Marchionne ne trae l’idea che la fabbrica deve essere una comunità combattente, deve avere la disciplina di un plotone al fronte e che quindi qualsiasi dialettica sindacale è intollerabile. Per Marchionne uno sciopero equivale alla diserzione e non a caso il dictat di Pomigliano prevede il licenziamento se uno sciopera quando c’è lo straordinario. Questa idea di impresa è condivisa caldamente da tutta la destra e in modo più velato da larga parte del PD, che non a caso è sostanzialmente muto. E’ del tutto evidente che in questo quadro Marchionne appare semplicemente come uno che tira le conseguenze logiche di un ragionamento che in realtà quasi tutti condividono. Qui sta la forza di Marchionne e qui sta l’intreccio tra il suo golpe in fabbrica con la politica di Berlusconi. A nessuno può infatti sfuggire che Berlusconi si propone di modificare la Costituzione e Marchionne lo fa. A nessuno può sfuggire che Berlusconi estende alla politica la stessa idea organicista ed antidemocratica che Marchionne ha della fabbrica. Qui sta il nocciolo completamente antidemocratico del capitalismo odierno. L’idea che la società sia un immenso campo di battaglia in cui le aziende organizzate come eserciti si combattono è una idea non solo estranea ma completamente incompatibile con la democrazia.
Quello di Marchionne è quindi un vero e proprio colpo di stato, è un passaggio dalla guerra di posizione alla guerra di movimento, è un “blitz krieg” alla Rommell. L’obiettivo di Marchionne -come quello di Berlusconi – è quello di chiudere il secondo dopoguerra con il suo riconoscimento costituzionale della dignità del lavoro e dei limiti vincoli sociali all’iniziativa privata. Risulta chiarissimo come la crisi venga utilizzata come crisi costituente, come una guerra, che deve portare con se la chiusura di una fase per aprirne un’altra. Vogliono chiudere la fase della “repubblica fondata sul lavoro e nata dalla resistenza” per sostituirla con un regime basato sulla centralità dell’impresa, sulla mercificazione integrale e la distruzione di ogni soggettività del lavoro.
In questo contesto l’appello alla politica per mitigare gli effetti delle scelte dell’aziende o il richiamare ai comuni interessi tra lavoratori è peggio di un errore, è una insopportabile mistificazione.
Per sconfiggere questo disegno occorre in primo luogo demistificarlo. Occorre spiegare cosa sta succedendo usando il linguaggio crudo della lotta di classe, perché di questo si tratta. L’ideologia neoliberista ci ha tolto le parole, occorre riappropriarsene rapidamente per poter nominare cosa sta succedendo: un gigantesco processo di modernizzazione reazionaria che punta ad un cambio di regime. Occorre spiegare chiaramente che la globalizzazione neoliberista così come le scelte della Fiat non sono oggettive, non sono dettate da uno stato di necessità. Sono scelte politiche e come tali contestabili e modificabili. Occorre mettere in discussione l’universo simbolico neoliberista costruito in anni di pensiero unico.
In secondo luogo è chiaro che l’attacco della Fiat non può essere sconfitto su un piano puramente sindacale, o lasciato semplicemente sulle spalle dei lavoratori della Fiat. Il progetto di Marchionne deve essere attaccato e sconfitto sul suo terreno, quello politico. Il punto è allora la costruzione di una opposizione che intrecci questione democratica e questione sociale. Partiamo da subito a preparare la manifestazione del 16 di ottobre convocata dalla Fiom. Costruiamola sui territori e nei luoghi di lavoro per farne il punto attorno a cui costruire l’opposizione al progetto di Berlusconi, Marchionne e Banca Centrale Europea. Il no di Pomigliano, le lotte degli operai Fiat, le firme contro la privatizzazione dell’acqua ci parlano di una soggettività non piegata. Dobbiamo unificare queste soggettività in un movimento di massa contro il regime Marchionne-Berlusconi, per coprire il vuoto di opposizione, per costruire una sinistra degna di questo nome. Read more
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Il nuovo padrone è Mediterranea, al 37% della Regione Sicilia. Ora i sindacati chiedono garanzie sui posti di lavoro, si temono 540 esuberi
ROMA - Addio traghetti di Stato. Dopo vari anni di inutili tentativi, finalmente il Tesoro è riuscito a vendere la compagnia di navigazione Tirrenia. È vera privatizzazione? Solo il tempo lo dirà, ma per il momento Mario Staderini, segretario di Radicali Italiani, ha buon gioco nell´affermare che si tratta in realtà di una «regionalizzazione». Infatti la società che ha vinto la gara (peraltro l´unica alla fine rimasta tra i 16 potenziali acquirenti iniziali) è Mediterranea Holding, partecipata ben al 37 per cento dalla Regione Sicilia. Gli altri azionisti, dopo l´aumento di capitale dei giorni scorsi propedeutico alla conclusione dell´affare, fanno capo all´armatore greco Alexis Tomasos, che ha il 30,5 per cento ed è anche l´ad della società; al gruppo Lauro con il 18,5; a Isolemar (società che ha fra gli azionisti operatori del settore turistico e lavoratori marittimi) con l´8; all´ex presidente di Confitarma Nicola Coccia con lo 0,5 e alla famiglia Busi Ferruzzi con il 5,5. La novità di questi ultimi giorni riguarda proprio questi ultimi due azionisti: Coccia ha infatti deciso di non sottoscrivere l´aumento di capitale, passando dal 3 allo 0,5. Per contro è salita la quota della famiglia Busi Ferruzzi, passata dal 3 al 5,5, tornando quindi alla ribalta dopo una quindicina di anni dalla fine dell´impero costruito da Gardini. Per il futuro è previsto comunque un lento distacco della Regione Sicilia: dopo il periodo di lock-up di un anno, la sua quota dovrebbe passare, secondo l´ad Tomasos, al 21 per cento, ma potrebbe poi ulteriormente scendere al 16. In questo modo - ha spiegato l´altro grande socio privato, Salvatore Lauro, che è anche presidente di Mediterranea Holding - potrebbero entrare nuovi soci internazionali (in particolare maltesi, tunisini e libici) che hanno manifestato interesse per l´operazione. La vera privatizzazione di Tirrenia sembra dunque al momento ancora un work in progress. La vendita si è potuta concludere ieri (ma la firma arriverà il prossimo 4 agosto) dopo che la newco aveva presentato un´offerta migliorativa rispetto a quella iniziale del 28 giugno scorso. Fintecna, la società controllata al Tesoro al 100 per cento cui fanno capo le azioni Tirrenia, aveva chiesto una rimodulazione dell´offerta, che è arrivata: si è passati da 10 a 25 milioni, anche se uno solo verrà versato subito, mentre il resto nell´arco di 10 anni. Tuttavia Mediterranea Holding si accollerà il debito di ben 520 milioni di euro. Per contro, i nuovi proprietari hanno chiesto garanzie sul mantenimento delle sovvenzioni statali previste per Tirrenia (72,6 milioni di euro all´anno per otto anni) e Siremar (55,7 milioni all´anno per sette anni). Rimangono sul tappeto almeno due grossi scogli: da una parte la possibilità che gli altri armatori possano far ricorso contro l´aggiudicazione della gara a Mediterranea Holding, dall´altra il piano industriale su cui già i sindacati hanno messo le mani avanti chiedendo al governo una rassicurazione sul mantenimento degli attuali organici (ma secondo Giuseppe Caronia della Uiltrasporti la società ha parlato di 540 esuberi). Su entrambi i punti, però, anche l´ad Tomasos ha chiesto al governo un intervento «per tutelare Mediterranea sia dal ricorso degli armatori sia dalle pressioni dei sindacati». Le prossime, e forse le vere partite della privatizzazione di Tirrenia, saranno proprio queste due.
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 Da qualche tempo le mosse di Fiat Auto stanno diventando frenetiche. A fine aprile è arrivato il piano per trasferire a Pomigliano una quota della produzione della Panda che ora si fa in Polonia. Una settimana fa, l'annuncio che un modello di notevole peso industriale e commerciale sarebbe stato costruito in Serbia e non a Mirafiori. Poco dopo si è saputo che è già stata costituita una nuova società per gestire lo stabilimento campano, nonché per assumere con un nuovo contratto i lavoratori che accetteranno in toto di lavorare secondo i drastici standard indicati nel piano di aprile. Infine ieri l'Ad di Fiat ha avanzato come affatto realistica l'ipotesi di uscire dal contratto nazionale dei metalmeccanici, ed ha ribadito che ciò che vuole sono comportamenti dei lavoratori che non mettano mai, in nessun modo, a rischio la produzione e l'azienda. In altre parole, niente scioperi, niente vertenze sindacali, assenteismo meglio se vicino a zero, massima disciplina in fabbrica. A queste condizioni Fiat auto potrebbe anche restare in Italia. La sequenza di queste mosse rientra chiaramente in una precisa strategia: portare per quanto possibile nel nostro Paese le condizioni di lavoro dei paesi emergenti, e in prospettiva i salari che in quelli prevalgano, perché ciò appare indispensabile allo scopo di reggere alla competizione internazionale. Se questa come sembra è la strategia Fiat, bisogna chiedersi dove essa potrebbe portare il Paese, ma anche la Fiat, e se la strategia stessa non avesse o non abbia ancora delle alternative. Nel nostro Paese la strategia Fiat potrebbe in realtà non diminuire, grazie agli investimenti promessi, bensì aumentare il rischio di un marcato inasprimento e diffusione del conflitto sociale. Non può esservi dubbio, quali che siano le previsioni in contrario di questo o quel ministro o sindacalista, che migliaia di aziende le quali hanno sussidiarie all'estero chiederanno quasi subito, ove la strategia del Lingotto si affermasse, di adottarle a loro volta. è vero che c'è la crisi, che ha indebolito allo stesso tempo i sindacati e i singoli lavoratori; per cui molti di questi, dinanzi allo spettro della disoccupazione, accettano qualsiasi condizione pur di mantenere od ottenere un lavoro. Tuttavia non è affatto detto che in tutte le categorie, in tutte le zone industriali, in tutte le fabbriche e in tutti gli uffici, la grande maggioranza dei lavoratori accetti senza fiatare i dettami dell'organizzazione del lavoro "di classe mondiale". Ivi compreso il divieto di far sciopero, di manifestare, di aprire vertenze e perché no di ammalarsi. È questo uno scenario che l'amministratore delegato Sergio Marchionne parrebbe aver notevolmente sottovalutato, nella sua foga di giocatore che punta soprattutto a vincere la partita, quali che siano le conseguenze per gli spettatori. Dovrebbe essere il governo a ricordarglielo con una certa fermezza; ma dove stiano il governo, i ministri competenti, i politici che non si limitino a dire di supporre che tutto finirà bene, nessuno lo sa. Avrebbe potuto adottare altre strategie la Fiat, dinanzi a quella che senza perifrasi va definita come la crisi mondiale dell'autoindustria? La risposta è sì, alla quale è doveroso aggiungere che forse è troppo tardi. In primo luogo, anziché battersi per portare da noi le aspre condizioni di lavoro, i bassi salari, l'assenza di diritti dei paesi emergenti, Fiat avrebbe potuto battersi per addivenire ad accordi internazionali intesi a portare gradualmente in questi ultimi condizioni di lavoro, salari e diritti vigenti nei nostri paesi. Non è roba da fantapolitica. In molti settori, dall'abbigliamento all'industria mineraria, accordi del genere sono stati sottoscritti, e miglioramenti non trascurabili conseguiti per i lavoratori di entrambe le sponde. Naturalmente, in una simile operazione strategica Fiat avrebbe dovuto di nuovo avere dietro o accanto un governo capace di muoversi su questa complessa scacchiera. Anche in tema di strategie industriali la Fiat avrebbe potuto imboccare strade diverse. L'autoindustria mondiale soffre di tre gravi problemi: un eccesso enorme di capacità produttiva, un serio ritardo tecnologico, e una sostanziale incapacità di affrontare lo snodo cruciale della mobilità sostenibile (ad onta di quel che dice il sito dell'Associazione europea costruttori d'auto). In una simile situazione l'autoindustria avrebbe dovuto scegliere la strada schumpeteriana della concorrenza cooperativa, in luogo della concorrenza distruttiva. La prima prevede lo sviluppo di oligopoli che sappiano mettere in comune piani di produzione e tecnologie, oltre a dividersi saggiamente aree di mercato. La seconda prevede la guerra di tutti contro tutti, nella quale mors tua vita mea. Anche in questo caso la Fiat non poteva sviluppare da sola forme di cooperazione internazionale, ma con il suo peso industriale e il suo prestigio poteva almeno provarci. Per contro ha imboccato con eccezionale tenacia e durezza la strada della guerra a oltranza dei costruttori. Essere costretti a sperare, come capita ora con le sue ultime mosse, che Fiat nei prossimi anni vinca almeno qualche battaglia, se non la guerra, non aiuta a formarci una visione serena né di quel che resta o potrebbe restare dell'industria italiana, né delle virtù competitive di cui parrebbe doversi universalmente dotare la società in cui viviamo. Quella che si diceva fosse fondata sul lavoro. Read more
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 La Finanziaria di Tremonti e del Governo Berlusconi scarica ancora una volta la crisi sui lavoratori e sugli Enti Locali. Nel nome del tanto declamato federalismo le Regioni, le Provincie e i Comuni dovranno rinunciare a prestare servizi fondamentali per i cittadini, quali il Trasporto Pubblico, l’Assistenza Sociale, il sostegno alla Scuola Pubblica e alla Sanità.
Anche per questo la Regione Puglia ha dovuto accelerare la proposta di un piano sanitario di “riordino” che la Giunta Vendola sta per approvare senza aver fatto doverose consultazioni e percorsi partecipativi con Comuni, Enti, Associazioni e i soggetti sociali dei territori. Come Rifondazione sollecitiamo fortemente il presidente Vendola e la coalizione di centro sinistra ad attivare momenti partecipativi per evitare che il “riordino” si materializzi in tagli di risorse e attività di presidio della salute anziché in tagli di sprechi, doppioni e privilegi.
Tagliare 1400 posti letto pubblici sui 2200 previsti non ci sembra sia una scelta da decidere “calandola dall’alto”,metodi di fittiana memoria, senza ampio coinvolgimento delle comunità locali.
“Riconvertire” (dove? come? quando?) 18 strutture ,tra cui Noci, Rutigliano, Grumo Appula, Santeramo, Bitonto, Spinazzola, Ruvo e Minervino , Terlizzi ( … anzi no, Terlizzi no…) deve essere pianificato solo con il contestuale potenziamento di presidi di assistenza e prevenzione efficaci ed efficienti, senza rischiare di lasciare “spazi di mercato” agli Operatori privati che in Puglia hanno da tempo trovato la loro “Bengodi” (vedi don Verzè a Taranto) anche ben oltre le effettive ricadute sulla tutela della salute dei cittadini pugliesi.
La eccessiva ospedalizzazione in Puglia è anche frutto di politiche che negli anni hanno sempre ridimensionato il servizio pubblico e favorito la sanità privata e/o ecclesiale. Ancora in questi giorni i guasti dell’abnorme ruolo dei privati nella gestione della sanità ha mostrato il “marcio” che ormai coinvolge a vari livelli dirigenti e funzionari pubblici, politici e amministratori ( di tutti i colori) e la corruzione è diventata “naturale” come una protesi artificiale!
Rifondazione chiede quindi di aprire in tempi brevissimi un percorso partecipato e diffuso di confronto e di condivisione con i soggetti tutti del territorio e che gli interventi di riordino non lascino fuori dalla porta i lavoratori delle ditte appaltatrici e i precari della sanità che aspettano – come promesso da Vendola – la stabilizzazione.
La salute va tutelata, la salute non è finanza!
Sabino De Razza
Segretario provinciale PRC - Bari Read more
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Sicurezza sul lavoro, le tante responsabilità degli imrpenditori secondo la Corte di Cassazione. 02-09-2010 di Fabio Sebastiani
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