Lunedì, 12 Luglio 2010
BERSANI NEGLI USA,OBIETTIVO CAPIRE MEGLIO LA CRISI ECONOMICA. CONTROLACRISI: MA IN TUTTI QUESTI ANNI DOVE E' STATO, NELLA FORESTA AMAZZONICA? PDF Stampa Scrivi e-mail

News imageRiportiamo agenzia sui motivi del viaggio negli Usa del segretario del Pd, Bersani, che sarebbe andato per "capire meglio" la crisi economica in atto. Caro Bersani, anche stando in Italia e facendo vera opposizione si potrebbero capire le cause della crisi e combatterle. Non serve fare viaggi transatlantici per scoprire che la crisi è il risultato di anni, decenni di neoliberismo sfrenato, di accumulazione di capitale in poche mani speculative ai danni di milioni di lavoratori, etc. Non serve un viaggio per svegliarsi dal sonno profondo, serve essere consapevoli e responsabili, serve combattere le decisioni del G20 che altro non fanno che riproporre vecchie ricette, le stesse che hanno causato la crisi, senza porre rimedio alle grandi disuguaglianze, povertà, disoccupazioni figlie di un sistema che si vuole mantenere in vita. L'esempio è il mancato accordo sulla tassa globale sulle banche. Uno scandalo, una vergogna che capirebbe anche un bambino.

WASHINGTON, 12 LUG - Pierluigi Bersani sbarca negli Usa con l'obiettivo di «capire meglio» la crisi economico-finanziaria che, partita da Wall Street, ha attraversato il mondo.
Il mondo oggi è difficile da interpretare. Come è questa crisi? Come ne verremo fuori? È giusto che il debito che gli Stati hanno fatto per risolvere i problemi della finanza lo paghino le politiche sociali? O non deve pagarli la finanza?«.
Domande che necessitano di risposte globali, in chiave democratica e progressista. Bersani ne ha parlato oggi, tra gli altri, con il presidente del Center for American Progress, John Podesta. Domani ne discuterà, al Congresso, anche con John Larson, presidente del Caucus democratico alla Camera. E nell'arco della settimana con centri di pensiero, think tank, esponenti del mondo della politica e della finanza. »Per confrontarci su una nostra idea su ciò che l'Europa potrebbe e dovrebbe fare«, ha precisato.(ANSA).
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Manovra, oltre 20 alunni nelle classi con disabili. Nocera (Fish): “Attentato all’integrazione” PDF Stampa Scrivi e-mail

News imagePer il vicepresidente della Federazione italiana per il superamento dell’handicap l’approvazione dell’emendamento Esposito e Latronico che deroga il dpr 81/2009 è un fatto “incredibilmente grave”

ROMA – Accontentati gli invalidi, non altrettanto si può dire degli alunni disabili. Nell’ultima serata di votazione della manovra economica, venerdì sera, la commissione Bilancio del Senato ha approvato un emendamento (firmato dai senatori del Pdl Giuseppe Esposito e Cosimo Latronico) che autorizza la deroga rispetto al tetto dei 20 alunni nelle classi con studenti disabili previsto nel regolamento di riorganizzazione della rete scolastica (dpr n. 81/2009). “Si tratta di un fatto incredibile e gravissimo”, commenta il vicepresidente della Fish Salvatore Nocera. Un vero e proprio “attentato alla qualità dell’integrazione scolastica. Con una norma del genere, infatti, salta tutto” il lavoro fatto in questi anni. E pensare che il tetto dei 20 alunni nelle classi in cui c’è un ragazzo disabile “era stato ribadito perfino da una recente circolare del ministero dell’Istruzione, la n. 37 del 2010”, aggiunge il vicepresidente della Federazione italiana per il superamento dell’handicap.

Ma l’emendamento Esposito e Latronico (il numero 9.143) fa anche di più: mentre il limite previsto dal regolamento di riorganizzazione della rete scolastica riguarda le classi iniziali, il testo approvato venerdì sera in commissione Bilancio si riferisce a tutte le “classi e sezioni delle scuole di ogni ordine e grado”. In teoria, quindi, dovrebbe essere possibile superare il tetto dei 20 alunni anche per le classi già formate. Allo stato attuale, dunque, il decreto-legge n. 78 del 31 maggio 2010 recante misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica, cioè la manovra, se da una parte specifica meglio i criteri per l’accertamento dell’handicap dall’altra prevede una sorta di blocco del numero degli insegnanti di sostegno (che complessivamente devono restare quelli dell’ultimo anno scolastico salvo nelle situazioni più gravi) e consente di superare il tetto dei 20 studenti nelle classi con alunni disabili. Domani il testo passerà all’esame dell’aula del Senato per iniziare la sua approvazione definitiva. (mt)
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CESAR CHAVEZ: IL RACCONTO DELL’ORGANIZZAZIONE SINDACALE PDF Stampa Scrivi e-mail

News image"Lo sciopero e il boicottaggio condotti da Cesar Chavez negli Stati Uniti illustrano in modo esemplare la possibilita' e l'efficacia della lottanonviolenta nel contesto della lotta di classe"

Nel racconto del mitico organizzatore sindacale dei lavoratori chicanos nella California anni '60 molti consigli assai utili per il presente.


IL RACCONTO DELL’ORGANIZZAZIONE SINDACALE

di Cesàr Chavez

Tutto ebbe inizio per me sedici anni fa a San Josè di California, quando lavoravo in una coltivazione di albicocche. Ci sembrava che fosse uno dei tanti sociologi che stava lavorando a uno studio sulle coltivazioni di una azienda agricola e io mi rifiutai di incontrarmi con lui. Ma egli insisteva.. Alla fine, riunii alcuni degli elementi più rudi di San Josè. Ci ripromettevamo di insegnare al gringo quello che noi provavamo. C’erano circa trenta di noi nel luogo convenuto per la riunione, in massima parte giovani. Io dovevo dare loro un segnale (spostare la sigaretta dalla mano destra a quella sinistra) e allora gli avremmo procurato dei seri grattacapi. Ma egli incominciò a parlare e più parlava più io aprivo gli occhi e mi sentivo meno propenso a dare il segnale. Un paio di ragazzi, che erano ubriachi, volevano ancora dare al gringo il fatto suo, ma riuscimmo ad impedirlo. Questo compagno era pieno di buon senso e io volevo sentire ciò che aveva da dire.
Il suo nome era Fred Ross ed era un organizzatore della “Community Service Organization” (CSO) che si occupava dei messico-americani delle città. Io ne fui immediatamente coinvolto. In breve tempo capeggiavo una campagna per registrare i voti. In ogni momento osservavo di nascosto le cose che Fred faceva, perché volevo imparare l’arte di organizzare, volevo vedere come si doveva fare. Io ero rimasto colpito dalla sua pazienza e dalla sua capacità di capire la gente. Pensavo che ciò fosse uno strumento, una delle cose più grandi che egli avesse.
L’inizio fu alquanto arduo per me. Stavo cambiando e sarei stato coperto di ridicolo dai ragazzi della mia età, dai tipi rudi con i quali lavoravo. Mi avrebbero detto:”Ehi, coglione. Ora che sei un politico, perché mai continui a lavorare qui per 65 centesimi all’ora?” Possono aggiungere che il nostro comprensorio aveva la più alta percentuale di diplomati da San Quentin. Era come un gioco tra noi pachucos 1 di difenderci dagli stranieri, sebbene nel circondario le risse non fossero così numerose.

Dopo sei mesi che ogni notte lavorava a San Josè, Fred mi assegnò il controllo della sezione del CSO di Decoto. Era un lavoraccio. Io avrei suggerito qualcosa ma la gente avrebbe detto: “No. Aspettiamo il ritorni di Fred”. Oppure: “Fred non avrebbe fatto così”. Questo, come scoprii, era quello che avveniva con la gente sia quando presi il posto di Fred sia quando, in seguito, qualcun altro prese il posto mio. Dopo l’incarico a Decoto, io fui inviato a impiantare una nuova sezione a Oakland. Prima della mia partenza, mi incontrai con Fred in un locale di San Josè, chiamato il “Buco nel Muro”, e davanti ad una tazza di caffè parlammo per una mezz’ora. Egli aveva fretta di partire ma io volevo continuare a parlare con lui; avevo paura del mio nuovo incarico.
Furono tempi duri a Oakland. Innanzitutto era una grande città e ogni volta che mi recavo in qualche posto mi perdevo. Quindi organizzai una serie di riunioni nelle case dei lavoratori. Sapevo che sarei arrivato in anticipo sull’orario convenuto e che avrei guidato su e giù, troppo nervoso per entrare ad affrontare la gente. Alla fine mi sarei imposto di entrare e sedere in un angolo. A quel tempo ero molto magro e giovane, al contrario la maggior parte dei convenuti era di mezza età. Qualcuno avrebbe detto: “Dov’è l’organizzatore?” e io avrei risposto: “Eccomi qua!”. Alloro loro avrebbe detto in spagnolo (in quanto sono gente molto povera e difficilmente si servono di un’altra lingua che non sia lo spagnolo): “Cosa? Questo ragazzo?” molto di loro, alla fine, sembravano interessati, ma la cosa più difficile era di spingerli a muoversi di loro iniziativa.L’idea era di convocare una riunione-, in un secondo momento ognuno dei partecipanti avrebbe indetto una riunione nella sua casa, invitando altra gente – una sorta di “catena Sant’Antonio”.Dopo ciascuna di queste riunioni io sarei rimasto sveglio a rianalizzare tutta la faccenda, riascoltando la registrazione, cercando di capire perché ad un certo punto avevano riso o perché erano a favore di una cosa e contrari a un’altra. Durante queste nottate stavo pure imparando a leggere e scrivere. Io avevo abbandonato gli studi alla settima classe, dopo aver cambiato ben sessantasette differenti scuole, e la mia capacità di lettura non era delle migliori.

Alla nostra prima riunione organizzativa parteciparono 368 persone: non lo dimenticherò mai perché è stato un momento troppo importante per me. Mi sono mangiato il cuore; la riunione era convocate per le 7 di sera e già dalle 4 avevo cominciato a preoccuparmi. Una lunga attesa! Verranno o non verranno? Alla fine il primo arrivò. Intorno alle 7 c’era soltanto 20 persone; tutto era in ordine, bisognava apparire calmi. Ma a poco a poco cominciarono ad arrivare alla spicciolata e, a un certo punto, mi resi conto che sarebbe stato un successo.
Dopo aver trascorso quattro mesi a Oakland, venni trasferito. La sezione stava cominciando ed essere autosufficiente e così Fred mi mandò ad organizzare la valle di San Joaquin. In questi mesi sviluppai quelli che ero solito chiamare schemi o trucchi (ora le chiamo tecniche) per stabilire i contatti iniziali. La cosa principale per convincere qualcuno è passarci del tempo insieme. Non importa se sia in grado di leggere, scrivere o parlare bene. L’importante è che sia uomo che abbia mostrato un certo interesse iniziale. Una buona maniera per sviluppare una leadership è di portare un uomo in macchina con te e ciò funziona molto meglio se sei tu a guidare, in questo modo domini la situazione. Tu guidi, l’altro siede al tuo fianco, e tu parli. Queste piccole cose erano molto importanti per me; a quel tempo ero impegnato in un grande lavoro cercando di capire ciò che spinga la gente a lavorare nel sindacato. Scoprii così che se lavori abbastanza intensamente, di solito puoi spingere gli altri a fare lo stesso almeno coloro che ne sono rimasti colpiti. Tu lavori sempre più intensamente e, fino ad un certo punto gli altri ti vengono dietro, poi cominciano a fare meglio. Allora ecco che sono autosufficienti.
Ho anche imparato a tenermi alla lontano dai gruppi organizzati e dai cosiddetti leader e a guardarmi dal filosofeggiare.
Lavorare a contatto con gente dal reddito basso è molto differente dal lavorare con professionisti, che amano sedere a chiacchierare del modo di far politica. Quando si sta cercando di reclutare un contadino, bisogna tratteggiare una piccola immagine, e quindi colorarla. Abbiamo scoperto che più uno è difficile da convincere più uno diventa un ottimo leader o militante. Quando fai di tutto per convincerlo, entri nella sua confidenza, ed egli ha una buona motivazione. Un sacco di gente che dice OK, con il tempo comincia a bazzicare la sezione, a occuparsi dei lavoratori.

Durante in periodo maccartista, in una città della valle io fui oggetto di una serie di persecuzioni. A quel tempo stavamo organizzando nella locale scuola superiore dei corsi per ottenere la cittadinanza, quando entrammo in conflitto con l’esaminatore dell’Ufficio Naturalizzazione. Egli stava bocciando i candidati sulla base del fatto che stavano ripetendo a pappagallo ciò che avevano imparato durante i corsi. Un giorno, a Fresno, tenemmo una riunione sull’argomento, e io vi presi parte insieme ai leader della locale sezione. Un funzionario della Commissione per le Attività Antiamericane ci fece passare un brutto momento e la gente si impaurì e si schierò al suo fianco. Lo fecero perché sul momento sembrava la cosa più facile da fare anche se sapevano che schierarsi con me era la cosa giusta da farsi. Era disgustoso. Quando lasciammo l’edificio se ne andarono per i fatti loro tenendomi a distanza come un appestato. Avevo lavorato con questa gente per tre mesi ed era molto triste vedere ciò. Questo mi fu di grande lezione.
Quella notte venni a sapere che i funzionari della sezione stavano tenendo una riunione per analizzare le mie lettere e i materiali a stampa per vedere se io fossi realmente un comunista. Così mi recai là e entrai nel luogo della riunione. Dissi:”Ho udito che state discutendo di me, e penso che sarebbe meglio che io fossi qui a difendermi. Non che ciò importi a voi e neppure a me, perché sono convinto che siete una manica di codardi”. A questo punto cominciarono a fare le loro scuse:”Lasciamo perdere – dissero – sei un bravo ragazzo”.
Ma io non volevo scuse. Volevo una piena discussione. Non me ne fregava niente, ma loro dovevano imparare a distinguere un fatto da un altro prodotto dalla paura. Li tenni là sino alle due del mattino. Alcune delle donne piansero. Non so se abbiamo continuato ad investigare su di me, ma rimasi là ancora qualche mese e le cose funzionarono.
Questo non fu un caso isolato. Spesso quando lasceremo la gente completamente autosufficiente, si impauriranno e si rinchiuderanno di nuovo nei loro gusci, così come hanno fatto per tutti questi anni. E ho imparato rapidamente che non c’è gratitudine. Qualunque cosa tu faccia, e non importa quali ragioni tu possa dare agli altri tu lo fai perché vuoi vederla realizzata, o, forse, perché vuoi il potere.
E, comprensibilmente, non dovrebbe esserci alcuna gratitudine. Conosco dei validi organizzatori che sono stati annientati, spazzati via, perché si aspettavano che la gente apprezzasse quello cha avevano fatto. Chiunque si trovi d’accordo che i lavoratori sono liberi dal peccato e i proprietari terrieri sono tutti dei bastardi, o non si è mai occupato della situazione oppure è un idealista di prima categoria. Le cose non funzionano in questa maniera.
Per più di 10 anni ho lavorato per la CSO. Come l’organizzazione crebbe, cominciando a tenere le nostre riunioni in alberghi sempre più di lusso e a organizzare congressi costosi. Dottori, avvocati e uomini politici cominciarono a iscriversi. Sarebbero stati eletti a qualche incarico nell’organizzazione e allora, per scopi puramente pratici l’avrebbero abbandonata. Avevano l’intento di usare la CSO per il prestigio personali, questi leader molti dei quali non avevano la spinta necessaria che dovevano avere. Quando divenni direttore generale iniziai a fare pressioni per organizzare i contadini in un sindacato, un’idea questa a cui la maggior parte dei leader si opponeva. Così diedi inizio ad una rivolta all’interno della CSO. Rifiutai di sedere a capotavola durante le riunioni, di indossare giacca e cravatta e alla fine perfino di radermi e tagliarmi i capelli. Ciò poneva in imbarazzo alcuni dei professionisti.
A ogni riunione mi alzavo a fare il mio solito discorso:”Noi non dovremmo incontrarci in alberghi di lusso, ci stiamo allontanando dalla gente, bisogna organizzare i contadini”. Ma non avveniva nulla. Nel marzo 1962 diedi le dimissioni e mi recai Delano per iniziare a organizzare la valle a modo mio.
Disegnai una mappa di tutte le città tra Arvin e Stockton (circa 86 inclusi gli accampamenti dei contadini) e decisi di batterle tutte per creare, in ciascuna di esse un piccolo nucleo di attivisti.
Per sei mesi viaggiai nella zona inculcando un’idea. Avevamo un semplice questionario, una piccola cartolina con lo spazio per il nome, l’indirizzo e quanto il lavoratore pensasse di dover essere pagato. Mia moglie Helen le aveva ciclostilate e portammo i nostri figli in trasferte in queste città, distribuendo le cartoline porta a porte, negli accampamenti e nelle drogherie. Circa ottantamila cartoline ci furono spedite indietro da otto contee della valle. In questa maniera presi un sacco di contatti ma rimasi colpito nel vedere quali paghe la gente richiedeva. I proprietari terrieri pagavano un dollaro o un dollaro e quindici, e, circa il 95% della gente pensava che avrebbero dovuto essere pagati un dollaro e venticinque. Talvolta qualcuno scarabocchiava dei messaggi sulla cartoline: “In nome di Dio, spero che vinciamo” o “Pensi che possiamo vincere?”. Oppure “Vorrei saperne di più”. Così separai queste cartoline con le note scritte a matita, montai in macchina e andai a trovare queste persone.
Noi non avevamo denaro a quei tempi, neanche per la benzina e a fatica per il cibo. Così mi recai da questa gente e cominciai a chiedere del cibo.Questa risultò la migliore cosa che potessi fare sebbene all’inizio fu duro vincere il mio orgoglio. Alcuni dei militanti migliori li conobbi in questa maniera. Se la gente ti dà il suo cibo ti darà anche il suo cuore. Molti mesi e molte riunioni dopo avevamo un’organizzazione funzionante e a quel tempo i leader erano il popolo.
Nessuno dei contadini aveva un contratto collettivo di lavoro e pensavo che sarebbero dovuti passare almeno dieci anni prima di ottenerne uno.Volevo disperatamente portare un po’ di colore nel movimento, dare alla gente qualcosa in cui potessero identificarsi, come per esempio una bandiera. Stavo leggendo alcuni libri su come vari leader avevano scoperto quali colori contrastano e risaltano meglio. Gli egiziani avevano trovato che un campo con cerchio bianco e un emblema nero nel centro risaltano agli occhi come niente altro. Io volevo porre l’aquila azteca nel centro così come è sulla bandiera messicana. Così dissi a mio cugino Manuel:” Disegnami un’aquila azteca”.Manuel si trovò in difficoltà e noi modificammo l’aquila più facile alla gente il disegnarla.
La prima grande riunione di quella che decidemmo di chiamare la "National Farm Workers Assocation” (Associazione Nazionale del Lavoratori Agricoli), si tenne a Fresno, nel settembre 1962 con la partecipazione di 282 persone. Avevamo appeso al muro la nostra grande bandiera rossa, coprendola con della carta. Quando venne il momento, Manuel tirò una cordicella per far cadere la copertura e all’improvviso la bandiera apparve agli occhi dei presenti. Alcuni si meravigliarono come se fosse una bandiera comunista , e io dissi che probabilmente assomigliava di più a un emblema neonazista che a qualunque altra cosa. Ma loro volevano una spiegazione, così Manuel si alzò e disse:” Quando quella dannata aquila volerà, ciò significherà che i problemi dei contadini saranno sul punto di essere risolti”.
Una delle prime cose che io decisi fu che il denaro esterno non serviva per organizzare la gente, almeno non all’inizio. Proprio per questa ragione, rifiutai perfino un finanziamento da parte di un gruppo privato: 50.000 dollari per organizzare direttamente i contadini. Infatti anche quando non ci sono legami, tu sei ancora di più compromesso perché senti che devi produrre dei risultati immediati. Questo è un male, perché ci vogliono tempi lunghi per costruire un movimento e la tua organizzazione soffre se tu ti allontani troppo dalla gente cui essa appartiene. Noi stabilimmo i contributi nella misura di 42 dollari annui per famiglia, dei contributi puramente simbolici, ma delle 212 famiglie che dovevano pagare, ne rimanevano, nel giugno del 1963, soltanto 12. Fummo scoraggiati da ciò, ma non abbastanza da lasciare perdere.
Il denaro è sempre stato un problema. Una volta ci trovammo di fronte a un conto di 180 dollari di benzina presa con una carta di credito che io avevo ottenuto tanto tempo prima e che stavo per perdere. E noi dovevamo conservare quella carta di credito.
Un giorno mia moglie e io stavamo raccogliendo cotone, sgusciandone i frutti, per fare un po’ di soldi per sopravvivere. Helen mi disse:”Devo mettere il tutto nel sacco o solo il cotone?” Pensai che stesse scherzando e le dissi di metterci dentro l’intero frutto così che, al momento della pesatura, non avrebbe avuto altro che un sacco di frutti.
L’uomo disse:”Di chi è questo sacco?” “Beh, di mia moglie”, dissi io e lui di disse che dovevamo consideraci licenziati. “Guarda quanta mondezza ci hai messo”.
Io e Helen cominciammo a ridere. Ce ne saremmo andato in ogni caso. Prendemmo i quattro dollari che ci spettavano e li spendemmo in una drogheria dove avevano messo in palio un premio di 100 dollari. Ogni volta che tu facevi degli acquisti ti davano una delle lettere M-O-N-E-Y (denaro) o una bandiera: bisognava completare la parola MONEY e avere la bandiera per vincere. Helen aveva già raccolto le lettere ed aveva solo bisogno della bandiera. Insomma le diedero il bollino. Gridò: “Una bandiera? Non posso crederci” e corse ad incassare i 100 dollari. Lei disse:
” Ora andiamo a mangiarci una bistecca”.
Ma io dissi di no, dovevamo pagare il conto della benzina. Non so se lei pianse ma penso che lo fece proprio.
Era dura in quegli anni. Helen stava avendo dei bambini ed io non ero mai là quando veniva ricoverata in ospedale. Ma se tu non hai tua moglie dietro non puoi fare molte cose. Bisogna che in casa regni la pace. Così penso di aver fatto un buon lavoro per organizzare mia moglie. Quando eravamo ragazzi, lei viveva a Delano e io arrivai in città come stagionale. Una volta eravamo usciti insieme, avemmo una brutta esperienza segregazionista a un cinema e io feci a pugni. Noi fummo insieme allora e ancora lo siamo. Penso di essere più pacifista di lei. Suo padre, Febela; era stato, durante al rivoluzione Messicana, un colonnello dell’esercito di Pancho Villa. Talvolta si arrabbia e dice:” Questi crumiri, dovresti essere inesorabile con loro!”, e io la prendo in giro:” Ci deve essere troppo sangue di quel Fabela in te”.

Il movimento esplose nel 1964. In agosto, avevamo un migliaio di iscritti. Avevamo condotto un’azione di 90 giorni a Corcoran, nel luogo dove 30 anni prima aveva avuto luogo la battaglia dell’accampamento della fattoria di Corcoran, e a novembre avevamo 25.000 dollari sul conto del sindacato, cosa questa che contribuì a stabilizzare l’iscrizione. Per tutto il 1963, io avevo lavorato senza venir pagato. L’anno seguente, i membri votarono per me un salario di 40 dollari alla settimana dopo che Helen aveva dovuto smettere di lavorare nei campi per amministrare le entrate del sindacato.
Il primo sciopero ebbe luogo nel maggio 1965, fu un piccolo sciopero che ci preparò ad uno più importante. Un candidino di McFarland, di nome Epifanio Comacho, venne trovarmi. Disse che era stanco e nauseato di come veniva trattata la gente che lavorava alla coltivazione delle rose, e che voleva “saltare al barricata”.
Diedi incarico a Manuel e a Gilbert Padilla di tenere delle riunioni in casa di Camacho. La gente voleva il riconoscimento sindacale ma, come spesso accade all’inizio, la vera richiesta era di carattere salariale. Erano stati promessi nove dollari ogni mille rose raccolte, ma in realtà venivano pagati sei dollari e 50 e sette dollari. Molti di loro firmarono delle deleghe in nostro favore, per autorizzare a trattare per loro. Noi scegliemmo l’azienda più grande, con circa 85 operai, senza contare gli irrigatori e i supervisori, e tenemmo una serie di riunioni per preparare lo sciopero e votarlo. Non ci sarebbe stata un’azione di picchettaggio; ognuno si impegnò sul proprio onore a non interrompere lo sciopero.
Sul far del mattino del primo giorno di sciopero, noi mandammo dieci auto a controllare le case dei lavoratori. In cinque o sei di esse trovammo le luci accese e bussammo alla porta. Gli uomini si stavano alzando e noi gli chiedemmo: “Dove state andando?”. Tergiversarono:
”Oh, uh … beh, mi stavo alzando”.
Noi ancora:”Bene non state mica andando a lavorare, vero?”. Risposero di no. Dolores Huerta , che guidava il camion verde, vide una luce rossa in una casa dove abitavano quattro raccoglitori di rose. Questi le dissero che sarebbero andati a lavorare, confermando la loro decisione anche dopo che gli fu ricordato il loro giuramento. Allora ella mise il camion di traverso per bloccare l’uscita della loro rimessa, tolse la chiave dal cruscotto e la ripose nella borsetta, quindi sedette lì da sola.
Quel mattino, il capo dell’azienda era furioso e rifiutò di riceverci. Nessuno dei raccoglitori si era presentato al lavoro. Alle dieci e mezza ci recammo agli uffici dell’azienda ma, strada facendo, venimmo alla considerazione che forse una donna avrebbe avuto delle possibilità maggiori. Così Dolores bussò alla porta dell’Ufficio, dicendo:” Sono Dolores Huerta della National Farm Workers Association”.
“Fuori di qui – disse l’uomo – comunista, fuori di qui”.
Penso che ci stessero aspettando, perché come Dolores cominciò a discutere con lui arrivarono i poliziotti e le dissero di andarsene. Se ne andò.
Per due giorni i campi rimasero deserti. Il mercoledì, reclutarono fuori città un gruppo di filippini, forse 35 persone, che non erano a conoscenza dello sciopero. Li trasportarono sotto la scorta di tre auto dello sceriffo, una davanti, una nel mezzo e una, con un case a bordo, a chiudere la fila. Noi non avevamo un picchetto, ma avevamo parcheggiato le auto dall’altro lato della strada e li osservammo senza dire una parola. Tutti, a eccezione di sette, interruppero il lavoro dopo un’ora e mezza, il resto smise a metà del pomeriggio.
La sera del quarto giorno, l’azienda avanzò un’offerta, un pacchetto che consisteva in un aumento salariale del 120%, ma non parlò di contratto. Noi volevamo tener duro per ottenere il contratto e maggiori benefici, ma la maggioranza dei raccoglitori di rose voleva accettare l’offerta e interruppe lo sciopero. Noi siamo un sindacato democratico, così dovemmo accettare le loro decisioni. Si tenne una riunione e si votò a favore della risoluzione. A questo punto avemmo dei problemi con pochi militanti che volevano tener duro. Li dovemmo convincere a tornare al lavoro, in nome di un fronte unito, perché altrimenti potevano venir licenziati. Così Tony Oredain e io, Dolores e Gilbert, Jim Drake e tutti gli organizzatori, andammo a bussare alle porte fino alle due del mattino, dicendo alla gente:” Dovete tornare al lavoro o perderete il posto”. E così fecero. Tornarono al lavoro.
Il nostro secondo sciopero, l’ultimo prima di quello di Delano, venne proclamato tra i raccoglitori d’uva del ranch di Martin. La situazione lì era molto precaria a causa del pessimo trattamento ricevuto dai lavoratori. Gilbert si recò nei campi e, dal tetto di un’auto, propose una mozione di sciopero. Fu approvata all’unanimità.
Dopo poco, il padronato cominciò a servirsi di crumiri, cosicché fummo costretti a portare un duro attacco ai mediatori, distribuendo volantini in cui venivano dipinti come gente senza scrupoli. Anzi ne attaccammo uno in maniera così violenta che fu costretto ad abbandonare il lavoro, portandosi appresso 27 uomini. Tutto quello che chiedeva era che noi distribuissimo un altro volantino per riabilitarlo agli occhi della comunità. Facemmo così. Ciò che era insolito era il fatto che il proprietario dell’azienda voleva ancora parlare con noi. Egli cominciò col dire:
” Non posso pagare, non ho proprio il denaro”. Io credo che sia riuscito a trovarlo da qualche parte, perché chiedemmo e riuscimmo a ottenere un salario di un dollaro e 40 all’ora.
Avevamo appena concluso lo sciopero a Martin, quando l’”Agricultural Workers Organizing Commitee” (AFL-CIO)2 ne proclamò uno contro i coltivatori di uva, Di Giorgio, la Schenley Liquori e altri minori, chiedendo un dollaro e 40 all’ora e venticinque centesimi a cassetta. I nostri militanti cominciarono a far pressione su di noi affinché aderissimo allo sciopero, ma avevamo dei timori. Non ci sentivamo pronti per uno sciopero della portata di questo, che di certo sarebbe andato per le lunghe. Non avevamo denaro (il nostro fondo-sciopero consisteva in solo 87 dollari) ciò significava che avremmo dovuto dipendere da dio sa chi.
Otto giorni dopo lo sciopero (ci volle tempo per radunare 1.200 persone da ogni parte della valle) tenemmo una riunione a Delano e votammo di scendere in sciopero. Io chiesi ai nostri iscritti di essere sciolto dall’impegno di non accettare denaro esterno, perché ora ne avevamo bisogno in gran quantità. Gli aiuti vennero. Esso furono il risultato delle strette e direi perfino buone relazioni che, per alcuni anni, avevamo intrattenuto con il Migrante Ministry3. Essi furono i primi a venire in nostro soccorso, sia finanziariamente che in altra maniera, e passarono parola ad altri benefattori.
In precedenza, avevamo progettato di iniziare a novembre una scuola sindacale. Ciò non era mai accaduto, ma durante lo sciopero abbiamo al migliore scuola che potevamo avere. Lo sciopero è comunque soltanto una condizione temporanea. Noi abbiamo più di 3.000 iscritti, sparsi in una vasta area, e dobbiamo aiutarli quando hanno dei problemi. Riceviamo lettere dal New Mexico, Colorado, Texas, California da parte di contadini che ci scrivono:” Ci stiamo unendo e abbiamo bisogno di un organizzatore”.Tali richieste ti uccidono quando non hai il personale e le possibilità per soddisfarle. Ti senti male a non poter inviare un organizzatore, perché guardi indietro e ti rammenti di tutte le difficoltà che hai avuto nel riunire due o tre persone e ci sei riuscito. Naturalmente stiamo addestrando degli organizzatori, molti dei quali più giovani di quanto non fossi io quando ho cominciato a lavorare nella CSO. Essi possono lavorare per 20 ore al giorno, dormire quattro ed essere pronti ad agire di nuovo. La cosa è ben differente quando cominci ad avere 39 anni.
La gente che prende parte allo sciopero e alla marcia ha qualcosa di più del proprio interesse materiale per parteciparvi. Se fosse soltanto per questioni materiali, non sarebbero capaci di resistere tanto a lungo da vincere. E’ difficile da spiegare. Ma ciò emerge dalle cose semplici che dicono: “ Dove pensi che avrà luogo il prossimo sciopero?”. Io rispondo: “ Bene, dobbiamo prima vincere a Delano”. E loro: “ Vinceremo, ma dove sarà il prossimo sciopero?” Al che io replico:” Forse molti di noi lavoreranno nei campi”. E loro:” No, non voglio tornare a lavorare nei campi, voglio organizzare. C’è un sacco di gente che ha bisogno del nostro aiuto”. A questo punto io aggiungo:” Allora sarete molto poveri, perché quando scioperate non avete molto denaro”. La loro risposta è che non gliene importa nulla. Altri vanno dicendo:” Io ho degli amici che lavorano nel Texas. Se solo potessimo aiutarli”.
Questo è certamente qualcosa di più di uno sciopero. E se questo spirito crescerà nel movimento sindacale dei contadini, un giorno potremo usare le forze che abbiamo, per aiutare a correggere un mucchio di cose sbagliate di questa società. Ma ciò avverrà nel futuro. Prima che tu possa correre, bisogna che impari a camminare.

Ci sono vividi ricordi della mia infanzia: quello attraverso cui dovevamo passare a causa delle basse paghe e delle condizioni di lavoro, soprattutto perché non c’era un sindacato. Penso che, a voler essere corretto, io potrei dire che sto cercando di raggiungere un successo personale. Potrei drammatizzare ciò, con il dire: “Io voglio ottenere giustizia sociale per i contadini”. Ma la verità è che sono passato attraverso tante difficoltà e che un sacco di gente lo ha fatto. Se noi possiamo ottenere qualcosa per i lavoratori, significa che stiamo facendo qualcosa. Al di là di questo io non conosco altro lavoro che mi piacerebbe fare meglio. Credetemi, non lo conosco ancora.

note:

1 Termine con cui vengono indicati i messico-americani che vivono nei ghetti delle grandi città delle California

2 Il sindacato americano ufficiale

3 Una delle tante congregazioni religiose americane

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sito dedicato a Cesar Chavez
http://www.ufw.org/history.htm

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Lo sciopero e il boicottaggio condotti da Cesar Chavez negli Stati Uniti illustrano in modo esemplare la possibilita' e l'efficacia della lottanonviolenta nel contesto della lotta di classe. Cesar Chavez non si e'avvicinato agli oppressi per fornire loro il suo aiuto generoso. Egli e'nato tra di loro. E' uno di loro. E' uno di quegli americani di originemessicana, uno di quei chicanos che formano la maggior parte dellamanodopera dei vigneti californiani. I chicanos costituiscono il tipo stesso di un sottoproletariato inorganizzato e sfruttato. Tutti gli sforzi compiuti in precedenza erano stati spezzati dai proprietari e votati al fallimento.Cesar Chavez ha lavorato dapprima con Saul Alinsky nel quadro della Comunity Service Organisation e fu in questo lavoro che egli scopri' in maniera empirica i principi della strategia dell'azione nonviolenta. Solo piu' tardi egli scopri' Gandhi a cui si riferi' costantemente cosi' come a Martin Luther King. Dopo aver rotto con questa organizzazione, che giudicava troppo lontana dagli operai stessi, egli decise di creare un sindacato. Prima di lanciare delle azioni di rivendicazione impiego' parecchi mesi in un lavoro di "coscientizzazione" e di organizzazione. Spinto dalle circostanze, quando non si sentiva ancora sufficientemente pronto, nel 1965 diede slancio al suo movimento in uno sciopero. Chavez volle sin dall'inizio che il movimento diventasse nonviolento sia nello spirito che nei metodi. Questa scelta precisa fu sottoposta al voto di tutti gli operai durante una manifestazione di preparazione allo sciopero e approvata all'unanimita'. Picchetti di sciopero furono organizzati nei vigneti dagli operai, allo scopo di proseguire il lavoro di coscientizzazione e di persuadere quelli che accettavano ancora di lavorare che era loro interesse fare sciopero e unirsi al movimento. Sin dall'inizio dello sciopero, i proprietari reagirono brutalmente e cercarono di spezzare il movimento. Inoltre, gli operai dovettero subire parecchi fastidi da parte delle autorita' locali che si erano schierate a fianco dei proprietari. D'altra parte, i proprietaripoterono reclutare lavoratori "crumiri" in numero sufficiente da garantire la raccolta dell'uva. Tuttavia, questa prima fase della lotta permise agli operai di superare la loro paura e di prendere coscienza della loro forza.
Fu a quel punto che Cesar Chavez decise di organizzare il boicottaggiodell'uva. Picchetti di boicottaggio furono organizzati un po' ovunque negli Stati Uniti e l'azione si rivelo' subito estremamente efficace. Venne effettuata una marcia di cinquecento chilometri su Sacramento allo scopo di dare il massimo di pubblicita' all'azione degli operai dei vigneti. A Boston, i leader del boicottaggio diedero una rappresentazione del Boston Tea Party (e' noto che fu gettando in mare un carico di te' britannico nel porto di Boston che inizio' il processo che doveva portare la "Nuova Inghilterra" alla sua indipendenza): dopo aver effettuato una sfilata attraverso la citta', essi buttarono diverse casse di uva nel porto. Nel quadro del boicottaggio, furono rappresentate scene satiriche allo scopo didrammatizzare la lotta agli occhi della popolazione. L'opinione pubblica cosi' interpellata e informata si schiero' sempre piu' numerosa in favore del movimento di Chavez. Versamenti di fondi manifestarono concretamente la solidarieta' del paese e permisero al movimento di assicurare agli scioperanti e alle famiglie il minimo vitale. La Chiesa, i sindacati, numerosi movimenti e diverse personalita' diedero il loro sostegno a Chavez.I proprietari dei vigneti decisero allora di esportare il massimo di uva che restava invenduta sul mercato degli Stati Uniti e del Canada. Ma, a San Francisco, il sindacato degli scaricatori di porto rifiuto' di caricare l'uva sulle navi che dovevano salpare per l'Oriente. In Inghilterra gli operai si rifiutarono di scaricare piu' di trenta tonnellate di uva della California. La stessa cosa si verifico' in Finlandia, in Svezia e in Norvegia. Ma, dal canto suo, il Pentagono, le cui simpatie si indovina facilmente a chi andavano, forni' un aiuto prezioso ai proprietari; opero' massicci acquisti di uva di cui la maggior parte fu destinata ai soldati del Vietnam. Ma l'intervento dell'esercito non fu in grado di spezzare il boicottaggio.
Infine, dopo cinque anni di lotta, i proprietari dovettero cedere e il 29 luglio 1970 riconobbero il sindacato di Chavez e accettarono l'essenziale delle sue richieste. Durante la riunione nella quale furono firmati gli accordi, Cesar Chavez pote' affermare: "Oggi, nel momento in cui vi e' tanta violenza in questo paese, siamo felici di mostrare che questo accordo giustifica la nostra posizione: la giustizia sociale puo' essere realizzata attraverso l'azione nonviolenta". Dopo questa vittoria Cesar Chavez divenne il leader di tutti gli operai agricoli della California. Altre azioni furono intraprese e altri successi ottenuti.

da JEAN MARIE MULLER: MOMENTI E METODI DELL'AZIONE NONVIOLENTA


FONTE: www.rifondazionepescara.net
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VEZIO DE LUCIA: IL DEVASTANTE ART.49 DELLA MANOVRA PDF Stampa Scrivi e-mail

News image«Privatizzando lo Stato si devasta la democrazia e la cultura pubblica»


Uno scioglilingua: non ci sarà più la “Dia” ma la “Scia”. Non la “dichiarazione di inizio attività” ma la “segnalazione certificata di inizio attività”. Ma dietro quella parolina: segnalazione al posto di dichiarazione si nasconde «il condono preventivo», l’atto finale di un «progressivo azzeramento del controllo del territorio». Se passerà l’emendamento del senatore Antonio Azzollini, relatore di maggioranza per la manovra finanziaria, per impiantare un’impresa, un centro commerciale,un laboratorio artigianale, non ci sarà bisogno di autorizzazioni, basterà l’autocertificazione e, in materia ambientale, sarà sufficiente la certificazione fornita da istituti universitari o altri organi con “capacità tecnica equipollente”.

«Con il pretesto di lottare contro una burocrazia soffocante – sostiene Vezio De Lucia, che è uno degli urbanisti più prestigiosi in Italia - in effetti si distrugge la Pubblica amministrazione in modo così radicale da intaccare la stessa democrazia. Pezzo a pezzo si annullano le regole dello stato moderno». Si potrebbe obiettare che lo spirito della legge sia rafforzare la responsabilità individuale, chi autocertifica il falso risponderà ex post. Non è così, secondo De Lucia: «Il controllo a posteriori non esiste e la prova regina è che ancora oggi si stanno smaltendo le pratiche del primo condono, quello fatto da Craxi nel 1985». E il paradosso è che ormai siamo al condono preventivo, «che non porta nemmeno soldi nelle casse dello Stato». «Penso - dice l’urbanista - che il condono in materia edilizia sia persino peggiore di quello tributario che produce un danno etico ma, dopo 20 anni, nessuno se lo ricorda, invece il condono edilizio produce una ferita che resta in eterno».

Quello di cui si discute in Senato è un capovolgimento di valori, un «colpo micidiale» al nostro ordinamento: «Siamo stati il primo stato moderno a mettere la tutela del paesaggio nei principi costituzionali» ora, invece, c’è «l’annichilimento del parere delle soprintendenze, l’edilizia comanda sull’urbanistica e il principio del silenzio-assenso pone la questione della tutela sullo stesso piano di ogni altra espressione della Pubblica amministrazione, facendo perdere ogni gerarchia di valori».

Pretesti
L’oppressione burocratica è un pretesto, «Nelle regioni più attente, in Toscana, per esempio, non ci sono lamentele degli imprenditori, le cose vanno male in quelle realtà del sud dove prevale la peggiore sub-cultura familistica che non accetta le regole». D’altra parte «è questa la mentalità del premier Berlusconi», la sua storia di imprenditore che scardina le regole e per la quale oggi ci troviamo il frutto avvelenato «di una informazione Tv che ha ucciso lo spirito critico e propagato un modo di pensare tutto privatistico». È questa mentalità che porta ad accettare «la devastazione della cultura pubblica». C’è una responsabilità «grave» del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, la cui politica contrasta «il codice Urbani che è strumento valido e al quale, non per caso, ha lavorato, come presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, Salvatore Settis che si sta battendo con coraggio e lucidità». Ma quello che sta accadendo in Senato segue «una sfilza di provvedimenti precedenti» come l’approvazione del federalismo demaniale: «C’è qualcosa di simbolico nel fatto che subito dopo l’unità d’Italia, con l’esproprio dei beni ecclesiastici, lo Stato unitario demanializzava, creava beni pubblici. Oggi, a 150 anni, si privatizza».


FONTE: l’Unità, 12 luglio 2010
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Gli operai del Sud, risorsa per la sinistra - Anteprima controlacrisi.org di Liberazione di domani PDF Stampa Scrivi e-mail

News imagedi Piero Di Siena (Editoriale di Liberazione del 13 luglio 2010)
La reazione che i lavoratori Fiat, in questi giorni a Melfi, le scorse settimane a Pomigliano, e nel corso di tutto l’anno a Termini Imerese, stanno avendo di fronte al tentativo di Marchionne di fondare la riorganizzazione del settore dell’auto in Italia su una sorta di “dittatura” dell’impresa, ripropone il tema di quale ruolo possa svolgere in questa delicata fase della vita nazionale la classe operaia del Mezzogiorno.
E’ una questione permanentemente sottovalutata e misconosciuta da parte delle stesse forze della sinistra meridionale. Una concezione della politica come mera ricerca del consenso a breve (che come i risultati dimostrano a sinistra produce solo catastrofi anche dal punto di vista elettorale) ha fatto passare nei fatti in secondo piano un problema che richiede ben altri tempi e modi per essere affrontato. I lavoratori di fabbrica restano nel Mezzogiorno dal punto di vista quantitativo una minoranza della popolazione, in genere non percepiti come decisivi ai fini dei rapporti di forza sul piano elettorale. E tuttavia le vicende in corso – soprattutto quelle relative al gruppo Fiat, ma anche il fatto che la Taranto dell’Ilva sia ritornata a essere una delle cittadelle della sinistra del Mezzogiorno – dimostrano che nella classe operaia meridionale vi è un potenziale antagonistico, un grado di autonomia, per tanti aspetti ormai sconosciuto ai lavoratori della fitta rete di piccole e medie industrie del nord del paese.
E’ possibile immaginare che, anche per questa ragione, dalla classe operaia del Mezzogiorno venga un contributo, non esclusivo ma determinante, a quel processo di una duratura ricostruzione della sinistra in quanto primaria rappresentanza del mondo del lavoro? Se ci si riflette la risposta non può che essere affermativa. Nell’Italia meridionale le condizioni di lavoro in fabbrica, forse al pari solo di quelle di alcune realtà del pubblico impiego come la scuola, sono al fondo più difficilmente compatibili con il tipo di sistema familistico-clientelare che caratterizza il complesso delle relazioni sociali, e in particolare quello tra cittadini e politica. Ciò non vuol dire che la vita quotidiana in fabbrica non sia concretamente determinata dall’impasto tra condizioni materiali legate all’organizzazione della produzione e mentalità, livelli di civilizzazione, formazione del senso comune, prevalenti nelle comunità in cui la fabbrica è collocata. Come non ricordare che in molte realtà in cui la presenza sindacale è stata debole la criminalità organizzata si è, a volte, presentata come l’unico referente, ingannevole, dell’azione di tutela dei lavoratori?
Ma, alla lunga, la “razionalità” dell’organizzazione capitalistica del lavoro legata alla fabbrica impone logiche diverse da quelle familistico-clientelari, una differente tipologia dei conflitti, che a un certo punto possono introdurre elementi di rottura nel sistema prevalente delle relazioni sociali e politiche che dominano la realtà del Mezzogiorno.
Può la politica della sinistra far leva su queste potenzialità? Può e deve, a patto che le lotte in corso, a partire da quelle che si stanno verificando negli stabilimenti Fiat del Mezzogiorno, non siano visti solo come momenti di un acuto conflitto sociale, sia pur nel quadro dell’attacco al lavoro che si sta realizzando nell’ambito dell’attuale crisi e ristrutturazione dei processi di globalizzazione, ma come un’occasione per riempire di nuovi contenuti e di nuovi attori la politica democratica, per cambiare la composizione dello stesso “blocco storico” che ha retto il centrosinistra nel Mezzogiorno, giunto con le scorse elezioni regionali al capolinea, per inaugurare un nuovo capitolo di alleanze politiche e sociali.
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Fiat, ancora scioperi da Torino a Melfi PDF Stampa Scrivi e-mail
12/07/2010 20:27 | LAVORO - ITALIA | Fonte: rassegna

Scioperi e presidi, dal Piemonte alla Basilicata. La situazione in Fiat non accenna a raffreddarsi e anzi, dopo Pomigliano, anche gli altri stabilimenti, a partire da quello di Melfi, salgono alla ribalta per lo scontro sempre più acceso tra azienda e sindacati, in particolare la Fiom Cgil.

Quest'ultima è tornata oggi (12 luglio) a chiedere con forza di ritirare i provvedimenti presi a carico dei tre dipendenti della Fiat di Melfi, due de quali proprio delegati Fiom, e fare chiarezza sui fatti, dato che le accuse mosse ai lavoratori che al sindacato "non risultano vere". Le richiesta è stata avanzata ufficialmente nell'incontro con Fiat tenuto nel pomeriggio di oggi, lunedì 12 luglio, a Potenza, nella sede di Confindustria Basilicata, davanti alla quale si sono radunati circa 200 operai, provenienti anche da Pomigliano d'Arco, che poi si sono mossi in corteo verso la Regione Basilicata.

"Abbiamo chiesto - ha detto il segretario della Basilicata della Fiom-Cgil, Emanuele De Nicola - il ritiro dei provvedimenti, poiché i fatti addebitati ai lavoratori non ci risultano veri, ma anche un'ulteriore verifica sia delle dichiarazioni rese dal gestore operativo dello stabilimento, sia di quelle rilasciate dagli operai che erano presenti al momento della sospensione dei tre".

"Adesso la Fiat - ha spiegato il coordinatore nazionale auto della Fiom, Enzo Masini - ha tempo fino a domani sera per dare una sua risposta. Nel caso non dovesse farlo, gli operai dovranno tornare al lavoro mercoledì, poiché una sospensione cautelare può durare solo sei giorni. Se poi la Fiat dovesse trasformare il provvedimento in un licenziamento, allora oltre a procedere alle impugnazioni, presenteremmo denuncia per comportamento antisindacale".

E sulla vicenda Melfi è intervenuto oggi anche il portavoce di Sinistra Ecologia Libertà, Nichi Vendola, che ha chiesto alle "forze politiche, a partire da quelle del centrosinistra", di "prendere in carico" la vicenda della protesta degli operai di Melfi. Vendola ha poi aggiunto: "A Melfi con l'atto compiuto dalla Fiat si vuole sospendere il diritto allo sciopero e l'esercizio della rappresentanza democratica. In questa difficile congiuntura economico-sociale atteggiamenti aziendali che fanno tornare le relazioni sindacali indietro agli anni più bui di scontro tra lavoratori-sindacati ed azienda oltre a ledere diritti individuali - ha concluso Vendola - mettono a rischio gli interessi generali della nostra comunità e dell'intero Paese".

Intanto domani,
martedì 15 luglio, a Melfi ci sarà un altro sciopero due ore alla fine di ogni turno, ma stavolta ad indirlo è la Fim Cisl per sollecitare "il pagamento del saldo del premio di risultato concordato lo scorso anno, pari a 600 euro, più ulteriori 200 euro solo per i lavoratori della Sata e dell'Acm". Lo sciopero sarà attuato sia nella fabbrica del gruppo torinese, che produce la Punto Evo, sia nelle aziende dell'indotto: 'Quando la Fiat chiede l'esigibilita' ai tavoli di trattativa - ha scritto la Fim in una nota - questo deve valere sempre, anche quando si deve concedere. I risultati, pur in un 2009 difficile, ci sono stati e i dividendi agli azionisti sono stati pagati: ora è giusto che anche i lavoratori della Sata e delle aziende dell'indotto, che hanno contribuito con pesanti sacrifici, ottengano il loro riconoscimento salariale".

E se sul fronte Melfi
la situazione sembra riscaldarsi sempre più, su quello Pomigliano Fiat ha finalmente rotto il suo silenzio dopo due settimane di calma apparente. E lo ha fatto con una lettera a firma del suo amministratore delegato, in versione 'buon padre di famiglia', indirizzata direttamente ai lavoratori : "Quando, come adesso, si tratta di costruire insieme il futuro che vogliamo, non puo' esistere nessuna logica di contrapposizione interna", scrive Marchionne rivolgendosi agli operai. "Le regole della competizione internazionale non le abbiamo scelte noi e nessuno di noi ha la possibilità di cambiarle, anche se non ci piacciono". E ancora: "L'unica cosa che possiamo scegliere è se stare dentro o fuori dal gioco".

Poi la rassicurazione
che sembra quasi una risposta diretta all'articolo "Marchionne tace o no?", che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi: Dice Marchionne, sempre rivolto agli operai: "Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana. E' una delle più grandi assurdità che si possa sostenere. Quello che stiamo facendo, semmai, è compiere ogni sforzo possibile per tutelare il lavoro".

Eppure la protesta dei lavoratori Fiat non accenna a placarsi e anzi, si estende anche nel nord del Paese. Anche oggi infatti, per il terzo giorno lavorativo consecutivo, in provincia di Torino, si sono avuti scioperi in diverse imprese del Gruppo Fiat. Alla base della protesta si fondono diverse motivazioni. Spiega la Fiom Cgil in una nota: "C'è l'ipotesi di taglio del salario aziendale, c'è il minacciato licenziamento dei lavoratori di Melfi, e c'è la protesta contro l’azione di divisione e contro le imposizioni perseguite dall’Azienda per ciò che riguarda lo stabilimento auto di Pomigliano".

Oggi sono quindi tornati a scioperare
per due ore, nel primo turno, i lavoratori della Powertrain (ex Meccaniche) di Mirafiori. Gli scioperanti sono anche usciti in corteo fuori dalla fabbrica. Allo stesso modo sono scesi nuovamente in lotta anche i lavoratori della Ipca di Grugliasco (Torino), un’altra azienda del Gruppo Fiat che esegue operazioni di stampaggio. Sempre a Grugliasco, per la prima volta sono scesi in sciopero per due ore anche i lavoratori del Comau, che sono usciti dalla fabbrica percorrendo corso Allamanno. E per domani, martedì 13 luglio, è stato proclamato dalla Fiom uno sciopero di due ore con assemblea esterna anche alla Iveco di Suzzara (Mantova).

» Il timore: Melfi come Pomigliano?
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Fiat, ancora scioperi da Torino a Melfi PDF Stampa Scrivi e-mail
12/07/2010 20:26 | LAVORO - ITALIA | Fonte: rassegna

Scioperi e presidi, dal Piemonte alla Basilicata. La situazione in Fiat non accenna a raffreddarsi e anzi, dopo Pomigliano, anche gli altri stabilimenti, a partire da quello di Melfi, salgono alla ribalta per lo scontro sempre più acceso tra azienda e sindacati, in particolare la Fiom Cgil.

Quest'ultima è tornata oggi (12 luglio) a chiedere con forza di ritirare i provvedimenti presi a carico dei tre dipendenti della Fiat di Melfi, due de quali proprio delegati Fiom, e fare chiarezza sui fatti, dato che le accuse mosse ai lavoratori che al sindacato "non risultano vere". Le richiesta è stata avanzata ufficialmente nell'incontro con Fiat tenuto nel pomeriggio di oggi, lunedì 12 luglio, a Potenza, nella sede di Confindustria Basilicata, davanti alla quale si sono radunati circa 200 operai, provenienti anche da Pomigliano d'Arco, che poi si sono mossi in corteo verso la Regione Basilicata.

"Abbiamo chiesto - ha detto il segretario della Basilicata della Fiom-Cgil, Emanuele De Nicola - il ritiro dei provvedimenti, poiché i fatti addebitati ai lavoratori non ci risultano veri, ma anche un'ulteriore verifica sia delle dichiarazioni rese dal gestore operativo dello stabilimento, sia di quelle rilasciate dagli operai che erano presenti al momento della sospensione dei tre".

"Adesso la Fiat - ha spiegato il coordinatore nazionale auto della Fiom, Enzo Masini - ha tempo fino a domani sera per dare una sua risposta. Nel caso non dovesse farlo, gli operai dovranno tornare al lavoro mercoledì, poiché una sospensione cautelare può durare solo sei giorni. Se poi la Fiat dovesse trasformare il provvedimento in un licenziamento, allora oltre a procedere alle impugnazioni, presenteremmo denuncia per comportamento antisindacale".

E sulla vicenda Melfi è intervenuto oggi anche il portavoce di Sinistra Ecologia Libertà, Nichi Vendola, che ha chiesto alle "forze politiche, a partire da quelle del centrosinistra", di "prendere in carico" la vicenda della protesta degli operai di Melfi. Vendola ha poi aggiunto: "A Melfi con l'atto compiuto dalla Fiat si vuole sospendere il diritto allo sciopero e l'esercizio della rappresentanza democratica. In questa difficile congiuntura economico-sociale atteggiamenti aziendali che fanno tornare le relazioni sindacali indietro agli anni più bui di scontro tra lavoratori-sindacati ed azienda oltre a ledere diritti individuali - ha concluso Vendola - mettono a rischio gli interessi generali della nostra comunità e dell'intero Paese".

Intanto domani,
martedì 15 luglio, a Melfi ci sarà un altro sciopero due ore alla fine di ogni turno, ma stavolta ad indirlo è la Fim Cisl per sollecitare "il pagamento del saldo del premio di risultato concordato lo scorso anno, pari a 600 euro, più ulteriori 200 euro solo per i lavoratori della Sata e dell'Acm". Lo sciopero sarà attuato sia nella fabbrica del gruppo torinese, che produce la Punto Evo, sia nelle aziende dell'indotto: 'Quando la Fiat chiede l'esigibilita' ai tavoli di trattativa - ha scritto la Fim in una nota - questo deve valere sempre, anche quando si deve concedere. I risultati, pur in un 2009 difficile, ci sono stati e i dividendi agli azionisti sono stati pagati: ora è giusto che anche i lavoratori della Sata e delle aziende dell'indotto, che hanno contribuito con pesanti sacrifici, ottengano il loro riconoscimento salariale".

E se sul fronte Melfi
la situazione sembra riscaldarsi sempre più, su quello Pomigliano Fiat ha finalmente rotto il suo silenzio dopo due settimane di calma apparente. E lo ha fatto con una lettera a firma del suo amministratore delegato, in versione 'buon padre di famiglia', indirizzata direttamente ai lavoratori : "Quando, come adesso, si tratta di costruire insieme il futuro che vogliamo, non puo' esistere nessuna logica di contrapposizione interna", scrive Marchionne rivolgendosi agli operai. "Le regole della competizione internazionale non le abbiamo scelte noi e nessuno di noi ha la possibilità di cambiarle, anche se non ci piacciono". E ancora: "L'unica cosa che possiamo scegliere è se stare dentro o fuori dal gioco".

Poi la rassicurazione
che sembra quasi una risposta diretta all'articolo "Marchionne tace o no?", che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi: Dice Marchionne, sempre rivolto agli operai: "Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana. E' una delle più grandi assurdità che si possa sostenere. Quello che stiamo facendo, semmai, è compiere ogni sforzo possibile per tutelare il lavoro".

Eppure la protesta dei lavoratori Fiat non accenna a placarsi e anzi, si estende anche nel nord del Paese. Anche oggi infatti, per il terzo giorno lavorativo consecutivo, in provincia di Torino, si sono avuti scioperi in diverse imprese del Gruppo Fiat. Alla base della protesta si fondono diverse motivazioni. Spiega la Fiom Cgil in una nota: "C'è l'ipotesi di taglio del salario aziendale, c'è il minacciato licenziamento dei lavoratori di Melfi, e c'è la protesta contro l’azione di divisione e contro le imposizioni perseguite dall’Azienda per ciò che riguarda lo stabilimento auto di Pomigliano".

Oggi sono quindi tornati a scioperare
per due ore, nel primo turno, i lavoratori della Powertrain (ex Meccaniche) di Mirafiori. Gli scioperanti sono anche usciti in corteo fuori dalla fabbrica. Allo stesso modo sono scesi nuovamente in lotta anche i lavoratori della Ipca di Grugliasco (Torino), un’altra azienda del Gruppo Fiat che esegue operazioni di stampaggio. Sempre a Grugliasco, per la prima volta sono scesi in sciopero per due ore anche i lavoratori del Comau, che sono usciti dalla fabbrica percorrendo corso Allamanno. E per domani, martedì 13 luglio, è stato proclamato dalla Fiom uno sciopero di due ore con assemblea esterna anche alla Iveco di Suzzara (Mantova).

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TERREMOTO: FERRERO, GOVERNO CONOSCE SOLO USO FORZA PDF Stampa Scrivi e-mail

News imageROMA, 12 LUG - «Sono vergognose le denunce per la manifestazione dei cittadini aquilani di mercoled scorso». Questa l'opinione del segretario nazionale del Prc, Paolo Ferrero, secondo cui «il governo continua a rispondere con la violenza alle rivendicazioni dei cittadini terremotati». «Dopo i manganelli, le denunce - osserva Ferrero - L'unica cosa che il governo non fa Š affrontare i problemi di una comunit che prima ha utilizzato come ribalta mediatica e adesso abbandona al proprio destino e alla repressione di polizia, che mercoled ha colpito gli stessi amministratori locali». (ANSA).
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CRISI: PRONTO PIANO TEDESCO PER INSOLVENZA STATI SOVRANI (SPIEGEL) PDF Stampa Scrivi e-mail

News imageFrancoforte, 12 lug - I tecnici del Governo tedesco hanno messo a punto una procedura della quale potranno avvalersi, per un fallimento 'gestitò, gli Stati sovrani che dovessero trovarsi in futuro in una situazione di pesante difficoltà finanziaria. Lo scrive il settimanale 'Der Spiegel', spiegando che, secondo il progetto, gli investitori in possesso di titoli pubblici di Paesi in difficoltà rinunceranno a parte delle pretese finanziarie, sotto forma di cosiddetti 'haircut', per permettere l'uscita del Paese dalla crisi. In cambio, gli investitori riceveranno un ammontare garantito, al massimo la metà del valore nominale del titolo così da non dover svalutare al 100% il titolo in portafoglio. Come garante internazionale della nuova procedura dovrebbe essere un ente non politico e indipendente denominato 'Club di Berlinò, sull'esempio del Club di Parigi e di quello di Londra, responsabili in passato della riorganizzazione del debito russo al quale, sempre secondo il settimanale, prenderanno parte i Paesi del G20 o, in alternativa, i soli Paesi dell'Eurozona. Secondo la procedura, se con la rinuncia a metà delle pretese finanziarie non si dovesse registrare alcun miglioramento della situazione debitoria del Paesi in difficoltà, si procederebbe allora con un riscadenziamento del debito totale del Paese.
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GOVERNO: BERSANI, NO A LARGHE INTESE, BERLUSCONI HA FALLITO PDF Stampa Scrivi e-mail

News image«Casini dice che Berlusconi può star lì perchè ha vinto elezioni, ma Berlusconi ha anche fallito. E questo mi pare un punto insuperabile. Non vedo quella soluzione». Così Pier Luigi Bersani risponde, in un'intervista al Tg3, a Pier Ferdinando Casini che propone un governo di larghe intese a guida Silvio Berlusconi.
Il segretario del Pd smentisce quindi che i democratici, come sostiene Casini, sarebbero pronti ad appoggiare un governo per le riforme con Berlusconi premier. «La maggioranza prenda atto della sua crisi e aggiungo -prosegue Bersani da Washington- che ormai siamo al punto in cui l'unica novità sarebbe il superamento del berlusconismo».
Quanto all'ipotesi che l'Udc si stia spostando verso il centrodestra e quindi allontanandosi dall'alleanza col Pd, Bersani osserva: «Noi abbiamo mai avuto un'alleanza così come Casini non ce l'ha ancora con il centrodestra. Siamo di fronte a una situazione in movimento, critica, difficile da interpretare ma che ha un punto chiaro: la maggioranza davanti ai temi economici e sociali, davanti alle esigenze del Paese mostra di non farcela. Queste è l'origine di tutte le tensioni. Il resto sono chiacchiare e politicismo», conclude Bersani.
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MELFI - FERRERO: "A FIANCO LAVORATORI CONTRO BRUTALITA' REPRESSIVA FIAT" PDF Stampa Scrivi e-mail

News image"Siamo partecipi e solidali nei confronti della mobilitazione degli operai della Fiat di Melfi in lotta contro il brutale comportamento antisindacale dell'azienda". Lo dichiara il segretario nazionale del Prc, Paolo Ferrero. "A Melfi, come a Pomigliano, la Fiat mostra il proprio volto intimidatorio e repressivo nei confronti dei lavoratori e dei diritti sociali e civili - continua Ferrero - A Melfi, come a Pomigliano, Rifondazione comunista condivide e sostiene la mobilitazione e la grande prova i dignità di cui il mondo del lavoro sta dando prova in questa fase difficile segnata dalla crisi".
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FIAT: MELFI; A POTENZA INCONTRO DOPO SOSPENSIONE TRE OPERAI PDF Stampa Scrivi e-mail

Fiat e sindacati si sono incontrati nel pomeriggio a Potenza, nella sede di Confindustria Basilicata (davanti alla quale si sono radunati circa 200 operai, provenienti anche da Pomigliano d'Arco), dopo la sospensione di tre operai dello stabilimento di Melfi (Potenza) - due dei quali delegati della Fiom - decisa giovedì scorso dall'azienda, che ha accusato i tre dipendenti di aver ostacolato il percorso di un carrello robotizzato durante un corteo interno. I tre operai hanno presentato le loro controdeduzioni: «Abbiamo chiesto - ha detto il segretario della Basilicata della Fiom-Cgil, Emanuele De Nicola - il ritiro dei provvedimenti, poichè i fatti addebitati ai lavoratori non ci risultano veri, ma anche un'ulteriore verifica sia delle dichiarazioni rese dal gestore operativo dello stabilimento, sia di quelle rilasciate dagli operai che erano presenti al momento della sospensione dei tre». «Adesso la Fiat - ha spiegato il coordinatore nazionale auto della Fiom, Enzo Masini - ha tempo fino a domani sera per dare una sua risposta. Nel caso non dovesse farlo, gli operai dovranno tornare al lavoro mercoledì, poichè una sospensione cuatelare può durare solo sei giorni. Se poi la Fiat dovesse trasformare il provvedimento in un licenziamento, allora oltre a procedere alle impugnazioni, presenteremmo denuncia per comportamento antisindacale». Al termine della riunione, i rappresentanti sindacali hanno cominciato un'assemblea con i lavoratori «per decidere le iniziative da intraprendere». (ANSA)
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Prezzo della Crisi del 12-07-2010: 'Si scrive manovra economica, si legge cricca al governo' PDF Stampa Scrivi e-mail

News imagedi Anna Maria Bruni per controlacrisi.org
Molte sono le pieghe della manovra da 24 miliardi disegnata dal ministro dell’economia Giulio Tremonti. Pieghe nelle quali sono nascosti articoli che invece riguardano scelte politiche e culturali di gravità assoluta. Già nei giorni scorsi abbiamo letto del ddl firmato Meloni-La Russa-Tremonti che stanzia 20 milioni in tre anni per coinvolgere 5mila ragazzi/e a frequentare tre settimane di corso in caserma, mentre taglia la stessa cifra per la massa di precari delle forze dell’ordine e blocca gli aumenti nonostante le promozioni. Ma naturalmente rifinanzia gli F-35, Eurofighers, fregate, sommergibili e tutto il corredo di spese militari. Basterebbe già questo capitolo di spesa per capire a quale disegno risponde questa maggioranza, e senza voler necessariamente attribuirgli l’adesione al Piano di rinascita del gran maestro della P2 Licio Gelli, è sufficiente constatarne la totale identità di vedute. Blindata dentro una legge finanziaria, come succede dal ddl 112 che avviava lo stravolgimento della legislazione del lavoro, sulla quale la Costituzione vieta il referendum.

Ma una manovra non è tale se non investe tutti i settori della vita sociale e civile, e quindi anche la privatizzazione dei beni demaniali è parte integrante del disegno, riguardando lo sfruttamento del territorio sottratto al controllo pubblico. L’emendamento del relatore alla Commissione economia Azzollini infatti elimina la Dia, cioè la dichiarazione di inizio attività, a favore della Scia, la segnalazione certificata di inizio attività. Con una sigla che sembra un gioco di parole, viene d’un colpo, con un atto di fiducia ammirevole verso costruttori e novelli imprenditori, liberato il tavolo dalle scartoffie e condonato preventivamente chi abusa. Un gesto davvero generoso, dato che non porta soldi alle casse dello Stato, che ha tutta l’aria di essere un favore alla criminalità organizzata, della quale il concetto si diparte dalle organizzazioni mafiose per essere esteso oggi a chiunque si arricchisca facendo lo slalom tra le norme, peraltro appunto sempre più blande. A conferma di ciò, l’articolo 49 della manovra Tremonti, che permette di costruire in qualunque paesaggio o territorio con procedure edilizie iperveloci ed autocertificate, prevede un’ulteriore agevolazione attraverso il criterio del silenzio/assenso, che isterilisce la cosiddetta Via (valutazione di impatto ambientale).

Probabilmente, se la manovra fosse già stata approvata tutto questo can can sugli appalti per gli impianti eolici in Sardegna non ci sarebbe stato, le mano rampanti del banchiere fiorentino Verdini, del faccendiere Carboni, dall’imprenditore napoletano Arcangelo Martino e dall’ex esponente della Dc campana Pasquale Lombardi (gli ultimi tre già arrestati tre giorni fa, ma certo non si può non osservare che nessun ruolo era rimasto scoperto per portare a termine l’affare) avrebbero spartito la torta dell’affare milionario zitti zitti, anzi magari chiacchierandone allegramente anche al telefono, sempre che accanto alla manovra del demagogo Tremonti fosse già approvato il ddl intercettazioni. E per qualche giudice o giornalista che avesse indagato fino a ricondurre le responsabilità a ministri e premier, naturalmente anche il lodo Alfano.

La partita è troppo grossa per lasciare che le crepe della maggioranza si allarghino tanto da far franare il governo. E’ in gioco una rivoluzione economica e culturale che con questi due tre colpi messi a segno riporta il paese in pieno feudalesimo, con tutte le ricadute che un simile sistema comporta. Non è uno scherzo, e ben lo sanno i fautori del crimine organizzato, al momento per agguantare l’affare in Sardegna. Ma non è solo una questione di affari, appunto, tanto che, si legge nell’inchiesta condotta dalla Procura di Roma, gli indagati avevano messo in piedi “un’associazione per delinquere diretta a realizzare una serie indeterminata di delitti”, e volta “a condizionare il funzionamento degli organi costituzionali nonché degli apparati della pubblica amministrazione”. Tu guarda il caso, una P2 bis.

E’ per questo che Berlusconi, dopo aver aperto addirittura all’Udc pur di rafforzare una coalizione traballante per lo sbarramento, al momento parolaio, dei finiani, ed aver incassato l’aut aut di Bossi versus Casini ma anche il “no grazie” di quest’ultimo, è andato a Canossa. Un chiarimento con Fini è d’obbligo, non è possibile mollare proprio ora, a un passo dalla fiducia sulla manovra-crimine e poi dall’approvazione delle leggi salva-crimini. Il tutto naturalmente mentre la maggioranza fa muro intorno a Verdini, glissando sulle dimissioni di Scajola, sul fatto che il ministro dello sviluppo economico non è ancora stato sostituito, mentre il sistema produttivo quello sì, frana davvero trascinando con se licenziamenti a pioggia (ultimi i 3.600 di Telecom), e allarga le braccia di fronte alle Regioni, che a casse vuote si troveranno a fare, loro, la politica antipopolare che Berlusconi si spertica a dichiarare che non farà mai ai danni dei cittadini.

Se una politica seriamente schierata accanto ai lavoratori e ai cittadini non interviene immediatamente ad invertire questa rotta, non basterà dire che a pagare saranno ancora una volta loro, perché il punto è che il paese è già nelle mani dei poteri forti, di cui il crimine organizzato è a questo punto il ramo finanziario, e sta stringendo lentamente il cappio.

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QUANDO E' LA CINA A VALUTARE I PAESI - CINA: AGENZIA DAGONG RENDE NOTI RATING SOVRANI PER LA PRIMA VOLTA PDF Stampa Scrivi e-mail

News imageDagong Global Credit Rating, la prima agenzia di rating della Cina (fondata nel 1994), ha pubblicato per la prima volta (e in assoluto per quanto riguarda un'agenzia non occidentale) il rapporto sui rischi del credito sovrano (2010) di 50 Paesi al mondo. La società premia il debito cinese con un voto migliore, 'Aa+' quello in valuta locale e 'Aaà quello in valute straniere, di quanto non facciano le occidentali Moody, S&P e Fitch (gli riconoscono rispettivamente 'A1', 'A+' e 'Aa-'). Inferiori i voti che Dagong assegna a Paesi come Usa, Germania e Giappone. Dagong, nel dettaglio, agli Usa assegna 'Aà sia per l'esposizione in valuta locale sia per quella denominata in valuta estera. Alla Germania ha riconosciuto invece 'Aa+' a entrambe le categorie del debito, mentre l'esposizione del Giapponese è stata premiata rispettivamente con 'Aa-' e 'Aa'.

«La valutazione di Dagong - ha indicato il suo d.g. del settore debito pubblico, Lino Wenjie - riflette le caratteristiche, la ripartizione e l'evoluzione dei rischi dei crediti sovrani nelle principali regioni del mondo». L'attuale sistema di rating gestito dall'Occidente - ha commentato Guan Jianzhong, il presidente di Dagong illustrando il report - «fornisce informazioni non corrette» e non riflette accuratamente «le capacità di rimborso dei debiti. Vogliamo formulare rating realistici e corretti e segnare un nuovo inizio nella riforma dell'irrazionale sistema di rating internazionale», ha aggiunto il presidente di Dagong manifestando la volontà di «rompere il monopolio» delle tre big. Ed è così che Brasile ed altre economie emergenti ricevono valutazioni più alte da Dagong che cita la stabilità politica e la forte crescita economica fra i fattori di sostegno dei rating mentre Usa, Francia e altri paesi sviluppati ottengono valutazioni molto più basse vista la mediocre crescita e il crescente peso del debito. Il valore generale del Pil del panel analizzato rappresenta quasi il 90% dell'economia globale, considerato che la ricerca ha considerato venti Paesi europei, due dell'America settentrionale, sei del Sudamerica, tre dell'Africa e due dell'Oceania.

Dagong ha assegnato all'Italia 'A-'. Sullo stesso piano del nostro Paese sono stati collocati anche Belgio, Cile, Spagna, Sudafrica, Malesia, Estonia, Russia, Polonia, Israele, Portogallo e Brasile. Con la tripla 'À è stato premiato invece il debito sovrano denominato in valuta locale di Norvegia, Australia, Danimarca, Lussemburgo, Svizzera, Singapore e Nuova Zelanda. Nella categoria 'Aa+', assieme alla Cina, troviamo invece Canada, Olanda e Germania. Un gradino più sotto ('Aa'), appaiata agli Stati Uniti, c'è l'Arabia Saudita, e 'Aa-' è toccata a Francia, Regno Unito, Corea e, come detto, il Giappone. (RADIOCOR)
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La Spagna, il polpo, il calcio e la crisi PDF Stampa Scrivi e-mail

News imageCome i Mondiali sollevano (per un poco) l'umore di un Paese depresso

di Laura Eduati (Liberazione online del 12 luglio 2010)
El pulpo, el pulpo, el pulpo es cojonudo, como el pulpo no hay ninguno. Ovvero: il polpo, il polpo, il polpo è cazzuto, come il polpo non c’è nessuno.
La Spagna intera è attraversata da una sola emozione: la vittoria contro l'Olanda.
Con una fortunata anticipazione: nell’acquario in mondovisione, il polpo Paul aveva vaticinato che l’equipo iberico avrebbe baciato la coppa scintillante tra miliardi di striscioline bianche sparate dai cannoni dello stadio di Johannesburg.
Caldo, scioperi, un’economia in crisi nerissima: tutto passa in secondo piano. Il miracolo della squadra di Vicente del Bosque: dimenticare per qualche giorno gli affanni di un Paese morso dalla sfiducia e consegnare ai Mondiali una squadra che non era mai arrivata alla finale.
Che sogno. Un sogno talmente dolce e adrenalico che la municipalità di Madrid ha deciso di festeggiare i giocatori di ritorno dal Sudafrica, questa sera, e lo avrebbe fatto anche se avessero perso. Una celebrazione grandiosa e imperiale,fotocopia di quella italiana nel 2006: i fùtboleros percorreranno le vie madrilene sulla cima di un autobus, due ore e mezza di sfilata nel delirio collettivo, un carnevale necessario ed esorcizzatore.
Il senso è chiaro e lo fornisce il vicesindaco della capitale: «Questi giocatori ci hanno dato molte cose, soprattutto la voglia di sognare in tempi molto difficili». Persino Zapatero, attanagliato da sondaggi che lo darebbero ultraperdente nel caso si andasse a votare, si permette di scherzare sulle virtù divinatorie del polpo Paul.
Un sorriso dopo mesi e mesi di lacrime amarissime: lo scoppio della bolla immobiliare ha fatto schizzare al 20% il tasso di disoccupazione e costretto il governo a tagliare gli stipendi ai dipendenti pubblici, ministri compresi. Su tutto cadono i colpi delle agenzie di rating: prima Fitch e Standard and Poor’s, che hanno bocciato il debito spagnolo; ora pesa l’incubo del declassamento da parte di Moody’s che a breve potrebbe ridurre la tripla A e prevede che l’economia iberica crescerà soltanto dell’1% l’anno e non del 3% come invece preventitato dal governo socialista.
Che Zapatero possa beneficiare della vittoria del Mondiale in termini politici, esistono naturalmente dei dubbi.
Tuttavia il New York Times, prima che fischiasse l’inizio della prima partita, aveva già lanciato il sospetto che il premier spagnolo potesse utilizzare il campionato del Sudafrica come un panem et circenses per distogliere lo sguardo dei cittadini dal disastro del deficit pubblico. E’ un caso che il governo abbia approvato la riforma del mercato del lavoro proprio il 16 giugno, e proprio nei minuti di Spagna-Svizzera?
Ai sindacati comunque la riforma non è sfuggita per nulla, soprattutto perché nei mesi di discussione non sono riusciti a trovare un accordo con l’esecutivo ed è per questo che hanno proclamato uno sciopero generale (a scoppio ritardato) il 29 settembre.
Perché gli spagnoli dovrebbero pensare al fatto che presto potranno venire licenziati con maggiore facilità, se possono dimenticare tutto e festeggiare la Nazionale per le strade? Su El Paìs le vignette di Forges, fine descrittore dell’umore nazionale, ultimamente ritraggono lo spagnolo medio sepolto da centinaia di lattine di birra davanti alla televisione, in attesa delle partite clou.
Sì, meglio ubriacarsi. Il Mondiale come gigantesca ubriacatura nazionale, ossigeno che riempie i polmoni di un popolo depresso. Un popolo? No, nemmeno questo è vero. Catalunya, Paesi Baschi e Galizia mal sopportano la visione della bandiera gialla e rossa, figurarsi la maglia della nazionale. A Pamplona - capoluogo della Navarra, ovvero storicamente Paesi Baschi - un ragazzo è stato pestato a sangue perché portava la maglia della ”roja”.
E sabato, nonostante il calore che sfinisce, i catalani si sono mobilitati in massa a Barcellona per protestare contro la parziale bocciatura dello statuto catalano da parte del tribunale costituzionale. Nello statuto la Catalunya viene descritta come nazione e il catalano come lingua prevalente sul castigliano. Rimanendo in ambito strettamente calcistico, la radio pubblica delle Baleari ha deciso che la sezione sportiva del radiogiornale non aprirà con le imprese della Nazionale a Johannesburg. Il direttore, simpatizzante per il partito autonomista Bloc per Mallorca, spiega che le notizie più importanti sono quelle locali.
Insomma, la nazionale non è tale nemmeno se riferita al football. Ma se ne parlerà soltanto da martedì, quando Casillas, Iniesta e Puyol, insieme con tutta la squadra, avranno terminato la sbronza colossale. L’euforia è alle stelle. ”Lo splendore sull'erba”, titola l'editoriale de El Paìs. Per poi scrivere: ”Se il calcio è un deposito di sentimenti, la Spagna è una goduria”.
Una goduria non soltanto emotiva: nel blog de El Mundo dedicato alla sessualità, l’ultimo post è dedicato anche alle fantasie delle spagnole nei confronti di Sergio Ramos e Iker Casillas, i bellocci della formazione.
Zapatero ha seguito la partita dalla sua casa madrilena: sta preparando il dibattito sullo stato della nazione previsto per mercoledì prossimo. Non esattamente una passeggiata. Ora che la Spagna è Campione del Mondo, il premier può sperare che i festeggiamenti oscureranno in parte le pessime performance dell'economia.
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Agile, i lavoratori dopo gli arresti: “Torna la speranza” PDF Stampa Scrivi e-mail
12/07/2010 15:25 | LAVORO - ITALIA | Fonte: rassegna

News imageOtto arresti per bancarotta fraudolenta, nella vicenda che ha portato al fallimento di Agile (ex Eutelia). Questa la notizia arrivata sabato 10 luglio: su disposizione dei magistrati di Roma, è finito in manette l’ex direttore dell’Unione Sarda, Antonangelo Liori, per il crac costato circa 11 milioni di euro. Insieme a lui, sono stati fermati l’ex presidente di Eutelia, Leonardo Pizzichi, e gli azionisti Isacco Landi e Samuele Landi, l’ad di Omega, Pio Piccini l’amministratore di Agile-Omega, Claudio Marcello Massa, il tesoriere, Marco Fenu, e l’amministratore unico di Agile, Salvatore Riccardo Cammalleri. Samuele Landi al momento dell'emissione del provvedimento si trovava a Dubai. L’accusa per tutti è aver causato il fallimento della società attraverso operazioni finanziarie con il gruppo Omega. Le società sarebbero “scatole cinesi”, secondo i magistrati, e avrebbero rilevato imprese del comparto in crisi, per poi lucrare crediti e commesse quindi scaricare i debiti su altre società avviate verso il fallimento.

Subito i lavoratori hanno commentato la svolta, esprimendo la loro soddisfazione sul blog che tengono dall’inizio della vertenza. La giornata, scrivono nell’ultimo post, “per gli informatici della Agile ex Eutelia, è stata un ottovolante di emozioni, euforia, gioia, speranze rinnovate”. E aggiungono: “La situazione sembrava a un punto morto, con il presidio permanente alla Camera dei deputati, appoggiato da 120 deputati del Pd in sciopero della fame, per ottenere un tavolo di trattative da Gianni Letta, inesorabilmente ignorato”.

“L’azienda Agile era (ed è tutt’ora) avviata a morire d'inedia – ricordano inoltre -, per il progressivo esaurirsi delle commesse. A incancrenire ulteriormente la situazione, la scellerata gestione del personale, da parte di manager della sede di Roma, che hanno dichiarato in cassa integrazione lavoratori in piena attività di assistenza presso i clienti rimasti, mantenendo in ‘attività’ dipendenti assolutamente inutili e improduttivi, sia per la vertenza che per le sorti dell'azienda”.
 
IL PUNTO / Ipotesi amministrazione controllata
La Agile può salvarsi attraverso lo strumento dell’amministrazione controllata. È quanto sostengono i commissari straordinari nella relazione che hanno inviato al governo e depositato al tribunale fallimentare lo scorso 30 giugno. La vicenda tiene inchiodati a un destino incerto da più di un anno 1.600 (all’inizio erano 1.920) informatici, operai e tecnici tra i migliori che il comparto conosca. Da aprile, i tre commissari sono al lavoro per scongiurare il fallimento della società, ceduta nel giugno 2009 dalla Eutelia al gruppo Omega, in una delle operazioni più opache e spericolate nel settore informatico degli ultimi anni.

Ora tocca al tribunale giungere entro un mese, dopo aver sentito il parere dell’esecutivo, a una sentenza che appoggerà le tesi delineate nel rapporto o avviare il fallimento. Anche se, con i risultati della relazione, è probabile che prevalga la prima ipotesi. Nel documento emergono anche gli imbrogli contabili che prima i proprietari dell’Eutelia e poi gli amministratori del gruppo Omega perpetrarono ai danni di Agile, portandola sull’orlo del default, con 117 milioni di debiti, che lievitano però a 162 se si considerano anche i 45 milioni di Tfr dei dipendenti (che con lo stato d’insolvenza vanno a carico dell’Inps). Il passo successivo, una volta giunto l’ok del tribunale, dovrebbe essere quello di recuperare i crediti, per ridurre il debito.

Nel complesso, Agile vanta oltre 36 milioni di euro di crediti nei confronti dell’Eutelia (25) e del gruppo Omega (9,5). Anche se appare operazione ardua la restituzione di risorse utili al rilancio di Agile, a causa del commissariamento di Eutelia sopraggiunto all’inizio di giugno. Tira un sospiro di sollievo Fabrizio Potetti, della Fiom: “È un passo significativo per il salvataggio della società – spiega –, anche se non siamo d’accordo con l’ipotesi di cedere una parte delle attività, convinti che l’Agile per sopravvivere deve mantenere tutto il suo potenziale di professionalità”.

Il riferimento è a quelle righe della relazione in cui viene evidenziato che il volume di commesse serve a impiegare 400 persone, mentre per gli altri sono richiesti gli ammortizzatori sociali. Un passaggio che il sindacato non condivide, perché potrebbe aprire la strada a una riduzione degli organici, per correggere i forti squilibri finanziari dell’azienda. Il caso Agile è legato a doppio filo al processo in cui sono stati rinviati con l’accusa di frode fiscale, appropriazione indebita e falso in bilancio i proprietari della Eutelia, i fratelli Landi, per aver fatto sparire dal 2002 al 2006 100 milioni di euro dal bilancio aziendale. Innanzitutto, perché ad architettare le due operazioni sono state gli stessi imprenditori senza scrupoli.

Poi perché la cessione di Agile fu premeditata dai vertici dell’Eutelia, per cercare in modo disperato di sopravvivere ai disastri finanziari che loro stessi avevano creato. In terzo luogo perché i dipendenti della Agile rappresentato gran parte dei quasi mille lavoratori che insieme al sindacato, si sono costituiti parte civile proprio in quel processo. Saranno i giudici a stabilire il prossimo 27 luglio se è valida la costituzione di parte civile. “È la prima volta – evidenzia Potetti – che il sindacato persegue l’obiettivo di essere parte civile in un dibattimento giudiziario di questo tipo. La Agile e l’Eutelia rischiano il fallimento non per ragioni di mercato, ma per le criminali operazioni dei fratelli Landi. Queste persone devono sapere che non la faranno franca e che siamo pronti a rivalerci sulle loro proprietà”. Non a caso, la Agile fu costituita in società a responsabilità limitata, proprio per evitare guai sicuri agli imprenditori aretini.

Nelle 130 pagine della relazione, i tre commissari straordinari ricostruiscono le vicende che hanno portato prima allo stato d’insolvenza e poi a un passo dal fallimento la Agile, società costituita poche settimane prima della vendita dalla Eutelia. Da quello che emerge, si rimane sconcertati dalla premeditazione, dalla condotta cinica della Eutelia e, in seguito, della Omega, a cui passò la proprietà della Agile. Quest’ultima, quando venne costituta, fu intenzionalmente sovradimensionata, per liberarsi in un colpo solo del ramo informatico: quell’assetto determinerà un grande passivo fin dall’inizio.

All’atto della cessione sia i crediti vantati che il valore delle commesse furono sovrastimati, per dare l’impressione che le future entrate pareggiassero i debiti accollati alla nuova azienda. E di debiti di Eutelia passati in modo illegittimo, anche attraverso scritture private, ce ne furono veramente tanti. Non solo: una volta venduta la società, molti dei contratti rimasero incredibilmente in capo all’Eutelia, che non avendo comunicato ai committenti che la Agile non faceva più parte del proprio gruppo, continuava a incassare i proventi delle commesse che l’azienda aveva in carico.

Per questa via, i proprietari della Eutelia hanno intascato milioni di euro. Non meno rilevanti, i danni che il gruppo Omega ha arrecato all’azienda. I proventi commerciali derivanti dalle attività della società informatica confluivano su un conto corrente unico, che poi gli amministratori del gruppo Omega usavano per ripianare i debiti di altre imprese controllate o per acquistare partecipazioni di altre aziende, come la Ambro Investimenti. Tutto questo accadeva quando il gruppo Omega già da mesi non versava più gli stipendi ai lavoratori della Agile.
(a cura di Antonio Fico)

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Chi paga e chi non paga la crisi - Tassa globale a banche, Berlusconi: grazie a me non è passata. E ne va pure fiero! PDF Stampa Scrivi e-mail

News imageRiportiamo le affermazioni del premier, che vuole prendersi il merito di non aver fatto passare all'interno del G20 la proposta della tassa globale sulle banche e sulle transazioni finanziarie. In fondo perché far pagare a banche e speculatori, principali responsabili, una crisi che può essere fatta pagare tranquillamente alle fasce più deboli della popolazione, dai lavoratori ai pensionati?

Fisco/ Berlusconi: nel dimenticatoio tassa su banche e finanza
Milano, 12 lug. (Apcom) - Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha ricordato durante il suo intervento al Milano Med Forum 2010 il suo ruolo all'interno del G20 per non far passare la proposta di una tassa globale sulle banche e sulle transazioni finanziarie. "Lasciate che Governo italiano se ne assuma il merito. Non si è parlato né di tassa sulle banche né di tassazione delle transazione finanziarie che erano davvero una gabbia dentro la quale si volevano chiudere troppe operazione invece positive. Non si deve pensare che la finanza sia solo degenerazione. E' esistita una degenerazione. Stiamo preparando nuove regole che saranno pronte per il G20 di Seul a novembre. Solo uno dei grandi Paesi ha portato avanti questa proposta che è passata nel dimenticatioio e di cui non si è nemmeno fatto cenno nella dichiarazione finale".
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crisi: bankitalia, cresce pessimismo imprese PDF Stampa Scrivi e-mail
12/07/2010 14:08 | ECONOMIA - ITALIA | Fonte: kataweb

Peggiorano le attese delle imprese sulla situazione economica: lo rileva il sondaggio trimestrale di Bankitalia. La ricerca, curata assieme a Il Sole 24 Ore, e' stata condotta su un campione di 480 aziende con almeno 50 addetti. In particolare, il sondaggio ha evidenziato che nel secondo trimestre dell'anno la quota d'imprese che hanno riportato un peggioramento delle condizioni economiche generali e' salito dal 21,8 al 23,4%, mentre e' diminuita dal 17,7 al 15,6% quella di coloro che le ritengono migliorate. .
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Telecom: partono i primi dei 6800 licenziamenti previsti PDF Stampa Scrivi e-mail
12/07/2010 14:08 | LAVORO - ITALIA | Fonte: cgil

Sono aperte le procedure da parte di Telecom per licenziare più di 3700 dipendenti, una prima parte degli oltre 6800 previsti in totale, come annunciato nel piano triennale 2010-2012. Lo fa sapere l'azienda ai sindacati di categoria proprio durante lo sciopero di venerdì 9 luglio, uno sciopero nazionale di tutto il gruppo Telecom, che ha visto l'adesione media di oltre il 70% dei lavoratori, con punte del'80% in SSC e in  diversi siti di Telecontact.

Un comportamento che la SLC CGIL, per voce del Segretario Nazionale Alessandro Genovesi, definisce subito 'vergongoso', “questo perché siamo di fronte - spiega il dirigente sindacale - ad  una azienda che ha registrato più di 1,5 miliardi di euro di guadagni netti, che ha già circa mille lavoratori in contratto di solidarietà, quindi con stipendi integrati da risorse pubbliche, e che continua a remunerare a peso d'oro dirigenti e manager”.

Convocati oggi i vertici del gruppo telefonico da parte del governo, che entro la prossima settimana, come recita il comunicato del ministero lavoro, vuole "discutere ed approfondire le tematiche e le strategie industriali che sembrano prevedere un ridimensionamento dell'attuale forza lavoro". Una convocazione che però, per il momento non riguarda i sindacati, i quali già avevano espresso la necessità di un confronto tra tutte le parti sociali.

Secondo la SLC CGIL, spiega Genovesi, ”Tutto ciò che permette di discutere del futuro industriale di Telecom e quindi della capacità di un'azienda strategica per il Paese è utile non solo per i lavoratori interessati, ma per l'intera comunità”. Il dirigente sindacale però si augura “che il governo sia consapevole che non può esserci confronto sull'occupazione senza certezze industriali. Ovviamente, a seguito della richiesta che tanto le tre categorie, SLC CGIL, FISTEL CISL e UILCOM UIL, quanto le tre confederazioni congiuntamente avevano avanzato per un incontro a Palazzo Chigi, ci auguriamo che il governo voglia coinvolgere anche i sindacati".  Una richiesta avanzata più di un mese fa, appena annunciato il piano con gli oltre 6800 esuberi.
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Indesit: rotte le trattative tra azienda e sindacati, prosegue la mobilitazione. Il 15 luglio nuovo incontro al Ministero PDF Stampa Scrivi e-mail
12/07/2010 14:08 | LAVORO - ITALIA | Fonte: cgil

Una rottura tra azienda e sindacati. Questo l'esito dell'incontro avvenuto venerdì 9 luglio a Roma sul piano di investimenti e consolidamento delle attività produttive della Indesit in Italia, che prevede il trasferimento delle produzioni di Brembate (300 mila lavatrici a carica dall'alto l'anno) e Refrontolo (10 mila piani di cottura speciali) negli impianti di Teverola (Caserta) e Fabriano, con il coinvolgimento di circa 550 addetti. In seguito alla rottura delle trattative il Governo ha convocato nuovamente le parti giovedì 15 luglio alle 15, presso il ministero dello Sviluppo economico.

FIOM, FIM e UILM respingono l'ipotesi di un piano di rilancio che passi attraverso la dismissione di due siti produttivi, mentre prosegue il blocco dei magazzini di Brembate e Refrontolo, i sindacati mettono in calendario un nuovo pacchetto di scioperi e una manifestazione nazionale che dovrebbe tenersi il 23 luglio a Fabriano.
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GOVERNO: DILIBERTO (PDCI), CASINI VANEGGIA SULLE LARGHE INTESE PDF Stampa Scrivi e-mail
12/07/2010 14:07 | POLITICA - ITALIA | Fonte: irispress

(IRIS) - ROMA, 12 LUG - "Casini vaneggia furti alla democrazia".

Così il Segretario del Pdci Oliviero Diliberto in merito alla proposta del leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini di costruire un Governo di larghe intese anche guidato da Berlusconi.

"Se Berlusconi non ce la fa ad andare avanti non c'e' altra strada che le elezioni", ha aggiunto Diliberto.

"Ogni altra scorciatoia non puo' essere percorribile: un governo di larghe intese condannerebbe il Paese a periodi ancora piu' bui di quelli attuali. Fortunatamente il Pd  ha sgomberato il campo da equivoci e illazioni: ora chieda a gran voce il voto anticipato per il bene del Paese", ha concluso.

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CRISI: OCSE, IMMIGRAZIONE UTILE PER RIPRESA IN LUNGO PERIODO PDF Stampa Scrivi e-mail

News imageLa migrazione internazionale è diminuita durante la crisi economica, ma con la ripresa gli immigrati saranno nuovamente necessari per colmare le carenze di manodopera e competenze. Lo afferma l'Ocse nel rapporto sulle previsioni per il 2010 dell'immigrazione internazionale (International Migration Outlook 2010). L'afflusso di immigrati verso i paesi dell'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) - afferma il rapporto - è sceso di circa il 6% nel 2008 a 4,400 milioni di persone, invertendo l'andamento di cinque anni di aumenti annui medi del 11%. Dati più recenti indicano un'ulteriore diminuzione nel 2009. Il calo - spiega il rapporto - riflette una diminuzione della domanda di lavoro nei paesi Ocse e gli immigrati sono stati duramente colpiti dalla crisi,in particolare i giovani. Il rapporto rileva che i governi dei paesi Ocse dovrebbero quindi fare ogni sforzo per assistere gli immigrati che hanno perso il lavoro, garantendo loro gli stessi diritti dei disoccupati locali sia fornendo supporto per cercare lavoro sia aiutandoli con corsi di lingua per aiutarli ad integrarsi. Secondo l'Ocse, senza un aumento degli attuali tassi di immigrazione, la popolazione in età lavorativa nei paesi Ocse crescerà solo del 1,9% nei prossimi 10 anni rispetto a un incremento dell'8,6% tra il 2000 e il 2010.(ANSA)
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LAVORO: 200 DISOCCUPATI OCCUPANO SEDE COMUNE DI ACERRA PDF Stampa Scrivi e-mail

News imageCHIEDONO PROSEGUIMENTO CORSI REGIONALI FORMAZIONE PROFESSIONALE
Circa duecento senza lavoro hanno occupato il municipio di Acerra (Napoli), per protestare contro la mancata convocazione di un tavolo interistituzionale per il proseguimento dei corsi regionali di formazione professionale. I manifestanti, appartenenti al movimento Precari Bros di Napoli e provincia, chiedono, inoltre, che prosegua il sostegno al reddito in attesa dell'avvio dei nuovi corsi. I disoccupati sono entrati in Comune subito dopo l'apertura dei cancelli, e stanno impedendo l'ingresso al pubblico, anche se hanno annunciato che non impediranno il rilascio dei certificati più urgenti. Hanno chiesto, inoltre, di incontrare il sindaco. Sul posto sono giunti gli agenti del locale commissariato di polizia. (ANSA).
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LAVORO: OCCUPATO MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE A NAPOLI PDF Stampa Scrivi e-mail

News imageUn gruppo di precari, che hanno partecipato al progetto Bros, ha occupato il Museo Archeologico nazionale a Napoli. La protesta è stata organizzata, sostengono, per il pagamento delle indennità dovute.(ANSA).
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Telecom: parte il piano esuberi, 3.700 entro un anno PDF Stampa Scrivi e-mail
12/07/2010 10:30 | LAVORO - ITALIA | Fonte: rassegna

News imageArrivano stamani sul tavolo dei sindacati le prime lettere di licenziamento per i dipendenti Telecom. Cominciano così le manovre per gli esuberi programmati nel piano triennale 2010-2012: in totale sono 6.822, oltre la metà dei quali entro giugno dell’anno prossimo. Dopo lo sciopero nazionale di venerdì scorso, nel frattami ministeri delle Comunicazioni e del Lavoro hanno deciso di convocare i manager del gruppo telefonico entro la settimana per avere chiarimenti sulle strategie industriali,

I sindacati parlano di “comportamento vergognoso” da parte di un'azienda che ha registrato più di 1,5 miliardi di euro di guadagni netti. Il segretario nazionale di Slc Cgil, Alessandro Genovesi, chiede quindi all’esecutivo di affrontare la situazione e di convocare tutte le parti sociali, perché “è in gioco il futuro di tutti gli oltre 50mila lavoratori di Telecom”. Le posizioni di sindacati e azienda che dovranno sedersi attorno a un tavolo al ministero del Lavoro sembrano però distanti. “Noi siamo disponibili alla trattativa, speriamo che ci sia la stessa volontà da parte del gruppo telefonico”, afferma il segretario generale della Fistel Cisl, Vito Antonio Vitale. E Genovesi chiede a Telecom di cambiare “la propria strategia” e di dare “garanzie di sviluppo”.

La procedura prevista dalla legge che regola i licenziamenti collettivi concede 75 giorni ai sindacati per discutere con l'azienda e per chiedere una riduzione del numero degli esuberi o il ricorso a misure alternative come la cassa integrazione o la messa in mobilit. Intanto Telefonica, che detiene attraverso Telco oltre il 10% del capitale di Telecom Italia, è sempre più vicina all'operatore mobile brasiliano Vivo.

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Case, arriva l´imposta municipale Emilia e Liguria le più tartassate PDF Stampa Scrivi e-mail
12/07/2010 10:30 | POLITICA - ITALIA | Fonte: VALENTINA CONTE - la Repubblica

Parte con 30 miliardi il federalismo comunale: 400 euro a testa

 I sindaci potranno manovrare elevando la tassa attraverso una addizionale Agli attuali tributi si aggiungono Tarsu, cedolare secca e il gettito delle case fantasma 

ROMA - La domanda è: i cittadini pagheranno di meno o di più? E ai Comuni basterà o dovranno potenziarla in futuro? La "municipale", l´ultima nata della categoria, la nuova imposta unica sugli immobili, detta anche "Service tax", fa già discutere. Anche perché i conti non tornano e ogni giorno si aggiunge l´ingrediente a sorpresa, a nutrire una torta da 30 miliardi di euro. Denari che i sindaci, gongolanti, potranno gestire dal 2012 in autonomia, 20 miliardi in più di quanto oggi incassano con l´Ici. Ma che impoveriranno un equivalente gettito "centrale", fatto anche di trasferimenti agli stessi Comuni. Una coperta troppo corta?
La nuova tassa locale, pilastro di esordio del federalismo, è comunque in dirittura d´arrivo. Potrebbe essere varata già il 31 luglio, con l´approvazione del decreto attuativo, uno dei cinque "federali". Soddisfatto Tremonti («Il federalismo municipale porterà più trasparenza, più democrazia e poi verranno fuori bei soldi dal recupero dell´evasione»). Molto soddisfatta la Lega, ministro Calderoli in testa, che si attribuisce il merito della «politica delle formichine». Recupera di qua, recupera di là fanno, appunto, 30 miliardi.
Ma cosa c´è dentro la "municipale"? Tutte le imposte legate agli immobili (per il possesso o il trasferimento del bene), destinate ora all´accorpamento. All´inizio erano quattro: Ici (sulle seconde case), imposta ipotecaria e catastale, imposta di registro e Irpef riconducibile agli immobili. Poi, proprio Calderoli in un´intervista al Sole 24 Ore di ieri, ne ha aggiunte altre tre: la Tarsu (rifiuti), 4,2 miliardi, un´imposta forfettaria sulle case fantasma, 1,5 miliardi (meno dei 5 miliardi ipotizzati dal ministro), e la cedolare secca sugli affitti al 23% che vale 1,8 miliardi. «I Comuni potranno introdurre o meno la tassa», dice Calderoli che non esclude un´ulteriore addizionale per riunificare «gli altri tributi comunali come la Tarsu e che i sindaci potranno spostare in su o in giù». Una leva lasciata nelle mani dei primi cittadini che apre, pericolosamente, l´incognita: si pagherà di più o di meno?
Secondo le previsioni di calcolo della Cgia di Mestre, la "municipale" costerà 432 euro ad ogni italiano. Liguri ed emiliani tra i più tartassati, dovranno rispettivamente 670 e 611 euro. Record per i valdostani, 704 euro. Chiudono la classifica i molisani con 274 euro. Sopra la media nazionale, i marchigiani (586), i toscani (555), i lombardi (498), i piemontesi (472). Ma è solo una stima e per difetto. Il tributo sarà dovuto da tutti i possessori di qualsiasi immobile, situato nel territorio comunale e diverso dalla prima casa.
Le prime critiche alla Service tax arrivano dall´interno della maggioranza. «La cedolare secca sugli affitti non ha niente a che vedere con il federalismo, ma riguarda l´Irpef nazionale», attacca Mario Baldassari, senatore Pdl, membro della commissione sul federalismo. «Avevo proposto di inserirla nella manovra e avevo trovato anche la sua copertura, visto che la cedolare comporta circa 1,8 miliardi in meno di gettito Irpef: bastava anticipare al 2011 i tagli alla spesa della pubblica amministrazione. E invece l´emendamento è stato bocciato. Ora invece arriva la proposta del 23%, definita come una manna per i comuni. Ma chi paga? I comuni stessi, probabilmente, con meno trasferimenti. I miracoli non esistono».
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Nullatenenti in affitto a Porto Cervo PDF Stampa Scrivi e-mail
12/07/2010 09:36 | ECONOMIA - ITALIA | Fonte: corriere

Il 47% si dichiara senza reddito, persino con la social card

Una veduta di Porto Cervo (Ansa)
Una veduta di Porto Cervo (Ansa)
ROMA — Se vedete un signore a bordo di una fiammante fuoriserie varcare il cancello di una lussuosa villa che ha appena affittato a Porto Cervo, Capri, Forte dei Marmi, Positano, oppure, perché no, Portofino e Taormina, farete bene a compatirlo: nel 47% dei casi, secondo Contribuenti.it. è nullatenente o pensionato con la social card nel portafoglio. Accanto, s'intende, a una carta di credito oro ben fornita, trattandosi evidentemente di evasori o loro prestanome. Ma è possibile che in questo Paese la faccia tosta sia una caratteristica tanto diffusa? Purtroppo lo è anche di più. Diversamente quello del «finto povero» non sarebbe diventato uno sport nazionale. Basta scorrere le notizie che finiscono in due righe in fondo a una pagina di giornale. Una volta la Guardia di finanza ha pizzicato a Siena un signore che aveva chiesto il contributo per pagare la pigione spettante agli indigenti: aveva due ville e quattro appartamenti. Proprio così. In un'altra occasione è stato sufficiente controllare a fondo il parco macchine di un caseggiato popolare per scoprire fra gli assegnatari degli alloggi i proprietari, rispettivamente, di una Porsche Carrera, una Jaguar e un Suv Volkswagen Tuareg. E questo a Padova, non a Napoli, dove il 59,9% degli occupanti abusivi delle abitazioni Iacp e addirittura il 78% di quelli comunali dichiara di vivere d'aria.

D'altra parte, come si spiegherebbero le stime, probabilmente vere per difetto, che qualificano l'Italia come la Patria degli evasori: dove 300 miliardi di euro l'anno di imponibile sfuggono completamente alla Finanze, con il risultato di veder sfumare incassi per almeno 100 miliardi? Per inciso, si tratta di una volta e mezzo la somma che ogni dodici mesi paghiamo per interessi sul nostro gigantesco debito pubblico. Una situazione, sia chiaro, che il fisco conosce fin troppo bene. Basta ricordare le parole con cui il ministro dell'Economia Giulio Tremonti denunciò nel maggio 2004 durante una infuocata riunione della maggioranza di centrodestra la scandalosa contraddizione fra le appena 17 mila persone che allora dichiaravano un reddito superiore a 300 mila euro e le 230 mila auto di lusso uscite ogni anno dai concessionari: 13 volte e mezzo di più. Il fatto è che da allora le cose non sono certamente migliorate in modo radicale. Non è questa la sede per indagare sulle ragioni. Ma è un fatto che nel 2007 il numero dei contribuenti con un reddito superiore a 200 mila euro non superava 76 mila, cioè lo 0,18% del totale. Esattamente, 75.689. E il 56,8% di loro, ossia più di 43 mila, erano lavoratori dipendenti, mentre il 25% era rappresentato da pensionati: 18.811. Sapete quanti invece fra i due milioni e passa di «percettori di reddito d'impresa» dichiaravano di aver incassato oltre 200 mila euro? Soltanto 6.253. Per non dire delle società. A guardare i numeri verrebbe da pensare che fra gli imprenditori italiani ci siano eserciti di masochisti. Le società di capitali che hanno chiuso il bilancio 2007 (quello prima della grande crisi) il perdita sono state addirittura il 45% del totale. Tutti sfortunati, incapaci, sprovveduti? Oppure furbacchioni?

Fatevi un giro nelle banche dati delle Camere di commercio, e scoprirete che l'Italia è anche la Patria delle società di comodo. Quelle che vengono create da privati cittadini per custodire dietro uno schermo societario la proprietà della barca, della casa, della villa al mare. E chiudere il bilancio in perdita, in questi casi, è un toccasana fiscale mica da ridere. Senza parlare delle scatole costituite al solo scopo di rastrellare falsi crediti Iva: ma questa non è evasione, è truffa. Va da sé che una società già non particolarmente predisposta, anche per ragioni storiche, alla fedeltà fiscale, di tutto avrebbe bisogno tranne che di ulteriori incentivi a non rispettare le regole. I quali però, negli ultimi trent'anni, sono stati assai frequenti. I condoni fiscali, per esempio. Dal 1982 ce ne sono stati tre di quelli tombali, senza che l'effetto positivo tanto decantato ogni volta, quello di «far emergere base imponibile» sia stato tangibile. Anzi. Che gli evasori, una volta regolate le pendenze passate con il fisco, ovviamente senza nemmeno subire le sanzioni che avrebbero meritato, si «immergano» di nuovo aspettando il prossimo condono, è ormai accertato. Guardiamo la vicenda del cosiddetto scudo fiscale. La prima opportunità offerta nel 2002-2003 a chi aveva illegalmente esportato capitali all'estero senza pagarci le tasse diede un risultato clamoroso: vennero regolarizzati circa 70 miliardi di euro, che per il 60% erano stati portati in Svizzera da cittadini residenti in Lombardia. «Pochi giorni e poi partiranno controlli severissimi», proclamò il fisco. Per dissuadere gli evasori nostrani e i finti poveri con la mania delle banche offshore dal riprendere l'odioso traffico, Tremonti minacciò di installare le telecamere davanti alle frontiere elvetiche. Trascorsi appena sei anni, ecco un nuovo scudo fiscale, con risultati ancora più clamorosi. I miliardi di euro regolarizzati, questa volta, sono stati ben 106: molti di questi, è prevedibile, usciti dall'Italia dopo il 2003. Per andare da dove a dove? Ancora una volta in gran parte dalla Lombardia verso la Svizzera. Ancora... alla faccia delle telecamere.

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NO COMMENT - BOSSI, IN AUTUNNO BATTAGLIA PER MINISTERI AL NORD PDF Stampa Scrivi e-mail

News imageARONA (NOVARA), 11 LUG - «Subito dopo l'estate ho in mente di far partire una grande battaglia per portare a Torino, Milano e Venezia un pò dei ministeri che adesso sono a Roma», lo ha detto Umberto Bossi, questa sera ad Arona.
«I nostri a Milano, Torino e Venezia - ha aggiunto - hanno bisogno di posti di lavoro e soldi, e i ministeri possono portare un pò dell'uno e dell'altro». «Adesso finiamo di portare a casa il federalismo, poi andiamo al mare, e al ritorno cominceremo questa grande battaglia, come hanno fatto in Inghilterra». (ANSA).
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