Abbiamo mangiato l´ultimo pesce d´Europa

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News imageAddio baccalà in umido ormai ci siamo mangiati l´ultimo pesce europeo

Il consumo ha superato la capacità di riproduzione dei mari, si rischia il collasso

Ci siamo appena mangiati l´ultimo pesce europeo dell´anno. Dal 9 luglio infatti siamo entrati nell´era della dipendenza: si cenerà con vongole filippine, più grandi ma meno saporite, halibut atlantico invece della sogliola nostrana, aragoste dei tropici.

Più consumi, finita la quota 2010. Da ieri solo import

Per il rapporto Fish dependence abbiamo 189 giorni di "autonomia ittica" all´anno


ROMA

ANTONIO CIANCIULLO

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È l´allarme lanciato dal rapporto "Fish dependence" firmato da due associazioni, Nef (New Economics Foundation) e Ocean2012.
Il problema ha una spiegazione molto semplice. La popolazione mondiale cresce, il consumo pro capite aumenta (più 3,6 per cento l´anno), le navi da pesca diventano giganti. Risultato: si preleva a un ritmo più veloce del tasso di riproduzione e i mari si svuotano. Secondo la Fao, a livello globale, il 28 per cento degli stock ittici è sovrasfruttato e un altro 52 per cento è arrivato al limite oltre il quale inizia il declino. Se si andasse avanti così, tutti gli stock commerciali subirebbero il collasso entro il 2048.
In Europa siamo un passo avanti in questa direzione: il 72 per cento degli stock ittici è già sovrasfruttato anche perché, avendo perso la memoria delle antiche ricette, concentriamo gli appetiti su poche specie: pesci pronto uso, buoni per tutti i palati, da preparare nel tempo di un paio di spot televisivi. Il cittadino europeo medio consuma 25,6 chili di pesce l´anno rispetto a una media mondiale di 16,3 chili. I più voraci sono i portoghesi (55,4 chili pro capite) che però sono gli unici, assieme agli inglesi, ad aver mantenuto le stesse tradizioni alimentari nell´ultimo mezzo secolo: negli altri Paesi il consumo di pesce è aumentato con punte del 108 per cento in Italia, del 217 per cento in Irlanda, del 304 per cento a Cipro.
«L´Unione europea possiede una delle zone di pesca più vaste e ricche del pianeta - ricorda Aniol Estaban, uno dei curatori dello studio - Ma, avendo fallito dal punto di vista della gestione responsabile delle risorse ittiche, non ha più tempo per le esitazioni: deve far scattare subito un piano di recupero della vitalità dei mari». Anche perché le reti sono sempre meno piene: il pescato diminuisce al ritmo del 2 per cento l´anno.
Per avere un´idea dei tempi della soglia del non ritorno si può guardare quello che è successo negli ultimi anni. Nel 1995 l´Europa a 15 aveva i magazzini pieni di pesce locale fino al 2 settembre. Nel 2000 le scorte hanno cominciato ad esaurirsi il 3 agosto. Nel 2005 le reti sono rimaste teoricamente vuote il 24 luglio. Nel 2006 (ultimo dato disponibile) si è arrivati al 9 luglio. Senza una rapida correzione di rotta, l´Europa, dal punto di vista della capacità di pesca, somiglierà sempre di più alla Romania e alla Slovenia, che entrano in una fase di dipendenza dall´estero a febbraio, e sempre di meno alla Danimarca, che dispone di scorte autonome fino a metà ottobre.
Può essere l´acquacoltura la soluzione del problema? Senza gli allevamenti ittici resteremmo privi di scorte il 14 giugno. Ma per produrre un chilo di salmone ci vogliono 3,15 chilogrammi di mangime ottenuto catturando altre forme di vita marina. Il suggerimento, dunque, è un altro: «Il trend può essere invertito promuovendo un consumo più attento e creando le condizioni per una riconversione delle attività più inquinanti».

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SERVONO NORME CONDIVISE A LIVELLO INTERNAZIONALE

CARLO PETRINI

Il 9 di luglio per gli Argentini è il giorno dell´indipendenza. È anche il nome della principale via di Buenos Aires. L´idea che diventi il giorno della dipendenza da pesce dell´Europa unita mi pare di una tristezza infinita. Sono anni che i ricercatori di mezzo mondo lanciano l´allarme, e a Slow Fish, l´evento che Slow Food dedica al mare ogni due anni, ne parliamo dal 2005. Una cosa importante il "Fish dependence" la dice: occorrono cambi di politiche a livello europeo. Ma le politiche "europee" quando si tratta di mare servono solo in parte. Perché il pesce dei mari europei, e in particolare del Mediterraneo, non lo pescano e non lo mangiano tutto gli Europei. L´Ue fa le norme per i "suoi" pescatori, e il nuovo regolamento appena entrato in vigore è una buona norma, nel complesso. Ma che motivo avrebbero i pescherecci nordafricani di rispettarle? Occorrono normative condivise, internazionali e sanzionatorie. Senza contare che alla salvaguardia dell´ambiente marino non devono pensare solo le politiche della pesca: ma anche quelle della nutrizione (se i medici smettessero di dire "mangiate più pesce e meno carne" e dicessero "mangiate meno proteine animali e più alimenti vegetali"), dell´industria (gli stock calano anche per le sostanze chimiche oggi presenti in mare), le politiche produttive e della ricerca (quali fondi sono stati stanziati da noi per il futuro?) e via così. Altrimenti, non resta che ritmare il tempo con questi report. Lasciamo il 9 luglio alla festa degli Argentini, e proviamo a ragionare di sane interdipendenze anziché incancrenire le più miopi dipendenze.

FONTE: Repubblica, SABATO, 10 LUGLIO 2010

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