Prezzo della Crisi del 28-07-2010: 'La “lezione americana” di Sergio Marchionne '
di Fabio Sebastiani
Non c’era da aspettarsi niente di nuovo dall’incontro di Torino. E niente è accaduto. E’ la Fiat che continua a condurre il gioco, così come aveva ampiamente previsto la Fiom. E tutti gli altri, Fiom esclusa, dietro. Ora però deve essere chiaro ciò che è realmente in discussione. Non si parla più della sola questione “Pomigliano”. In gioco c’è il completo sovvertimento delle regole e delle relazioni industriali in Italia. La “lezione americana” di Sergio Marchionne su questo punto è molto chiara: le “regole” della competizione annullano qualsiasi altra regola precedentemente scritta. Non vale più nemmeno – e questo dovrebbe far molto riflettere Cisl e Uil – l’accordo politico, o sindacale. Ciò che viene firmato oggi non arriva a dopodomani. Insomma, torna l’anima eversiva della borghesia “italiana”. O meglio, torna un valido interprete di quella filosofia in base alla quale quando non hai più niente da dire ad un tavolo di confronto, oppure sei lontano mille miglia dalle posizioni della controparte, tanto vale che fai saltare il tavolo. Accadde così negli anni ’70 quando i tavoli saltavano a causa delle bombe fasciste con il chiaro obiettivo di mettere paura alle masse in piena fase di mobilitazione, accade così oggi quando i tavoli saltano perché comunque c’è un padrone che ha deciso di giocare allo sfascio.
Letta da questo punto di vista resta parimenti inquietante la serie di incontri tra la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e lo stesso amministratore delegato del Lingotto. Chi ha impartito la lezione all’altro? E’ stato Sergio Marchionne a tracciare i limiti della sua azione nel consesso dell’imprenditoria italiana oppure i vertici di Confindustria ad annotarsi scrupolosamente il “know how” del nuovo modo di praticare le relazioni industriali nel nostro Bel Paese. In poche parole, da ora in avanti anche le altre realtà produttive si comporteranno come la Fiat? E con quale grado di copertura politica? E’ credibile pensare che la Fiat rimanga una “isola felice”? No, non è credibile.
Di fronte a uno che va avanti a colpi di accetta, non ce la si può cavare con un bilancio in “chiaroscuro”. Chi avrà adesso il coraggio di addebitare quanto sta accadendo alla Fiom? Davvero c’è qualcuno che sulla falsariga di Raffaele Bonanni pensa che tutto questo sia cominciato a causa dei metalmeccanici della Cgil? Di fronte al “pozzo senza fondo” di Sergio Marchionne, Rinaldini e i suoi aveva capito benissimo quale era la posta in gioco. Ed è chiaro che aver lasciato fare non fa altro che aumentare la responsabilità. Innanzitutto quella del Governo, che a questo punto, se la matematica non è una opinione, potrebbe trovarsi scalzato dalla sua stessa inettitudine. A Marchionne potrebbe non bastare il “riformismo estremo” di Maurizio Sacconi. La Fiat vuole di più. La Fiat spinge per un ultraliberismo che attualmente potrebbe essere incarnato da un “centrismo forte”. Un ultraliberismo che, conscio del suo carattere eversivo, va alla ricerca dei giusti puntelli del controllo sociale. Può il centrodestra dare attualmente queste garanzie? Evidentemente no. Il programma Fip (fabbrica italiana Pomigliano) può trovare uno sbocco credibile solo se si crea un arco di forze che mette dentro un pezzo della rappresentanza sindacale. Ergo, la palla passa di nuovo al Partito democratico.
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