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Cesare Battisti: 68 o anni di piombo? L'anomalia italiana
30 gennaio 2006

1. Premessa. Quale Verità?

Non ho alcuna intenzione di fornire l'ennesima analisi degli anni di piombo. Non potrei farlo. Perché sono una parte in causa, perché non sono uno storico e soprattutto perché mi è oggettivamente impossibile raccontare una ferita che non si è ancora cicatrizzata nel corpo sociale italiano. Ma se mi avventuro su questo terreno sdrucciolevole è perché dopo che sono fuggito dall'Italia nel 1981, durante i miei ventiquattro anni d'esilio politico e con l'attività letteraria che ne è seguita, ho dovuto continuare a rispondere alle stesse domande: "Perché sei un rifugiato? Come è possibile trent'anni dopo? Che cosa è successo nell'Italia del 1968?"


Cercando di rispondere a queste domande, ho sempre avuto l'impressione di non riuscire a dare la spiegazione giusta. Non riuscivo a formularla bene e sicuramente la mia condizione di rifugiato mi impediva di essere obiettivo. In piena corsa, è difficile vedere distintamente.
Adesso che non ho più nulla da difendere e che nessuno mi fa più certe domande, provo ancora a dare una risposta, consapevole che la natura di questo passato recente è troppo complessa per essere riassunta in pochi elementi. Molti artisti e intellettuali hanno cercato di comprendere e di spiegare questo periodo ma, nonostante il vantaggio dello scarto temporale, hanno tutti fallito. Gli uni perdendosi in contraddizioni, gli altri cedendo alla parzialità. Film, libri, documentari e dibattiti... si è fatto di tutto intorno a questi incomprensibili anni '70. Ma il rumore sordo di un tassello mancante ci riporta sempre alla questione primaria: "Cos'è questa anomalia italiana del '68?" Un conflitto le cui problematiche si trascinano, mentre la Storia attende di conoscere le ragioni che l'hanno causato. Perciò, per quelli che vogliono sapere, è necessario confrontarsi con le testimonianze di chi c'era, e credere che costoro si sforzassero sinceramente di guardare i fatti con obiettività. E' questo che sto cercando di fare. Ma non da solo.
In questa rapida rassegna del panorama politico italiano che partorì, nel seno dell'Europa post-sessantottina, l’anomalia conosciuta col nome di "anni di piombo", farò riferimento a tre argomenti. Il mio impegno nel movimento degli anni '70, e il ruolo che vi ha giocato il mio ambiente familiare (una famiglia comunista, militante della prima ora con mio fratello maggiore eletto nelle liste del PCI). Farò soprattutto riferimento ad alcune argomentazioni di autori che non hanno mai nascosto il loro rifiuto netto e determinato delle scelte politiche, armate o meno, operate dalla ribellione che dilagava nelle strade italiane. Tra questi, Pier Paolo Pasolini, Sandro Penna, Mario Tronti. Mi dispiace di non poter citare con precisione le date di edizione dei loro articoli o dei loro discorsi, ma non sono in condizione di procurarmi tali dati. Posso pertanto contare solo sulla mia memoria. Spero che gli interessati possano perdonarmi. Se ho scelto questi autori è innanzi tutto perché ho sempre ammirato la loro capacità critica. E' anche perché, in virtù delle loro posizioni francamente ostili alla nostra avventura armata, con ciò mi metto del tutto al riparo da ogni tentazione di parzialità.
Lo ripeto, non sono in condizione di fornire dei dati bibliografici. Innanzi tutto, sono un evaso e i bibliotecari hanno un'eccellente memoria visiva. E poi dubito che qui dove sono troverei i documenti che mi interessano. Ma soprattutto non mi va di trovarmi davanti uno scaffale interamente consacrato alla ricchissima produzione di questi autori. Finirei per perdere di vista i miei propositi iniziali passando di titolo in titolo, seguendo gli autori da un'epoca all'altra, dalla parola che dice alla riflessione che interroga. Il piacere della rilettura. Tutto questo è bello e interessante ma non mi faciliterebbe il compito di parlare senza timore e di raccontare tutto ai miei amici lettori. Sappiamo bene che solo quando non ci prendiamo sul serio diciamo una verità che tutti possono comprendere. Per questa ragione, invece di tuffarmi nell'opera della riflessione, considero più efficace mantenermi sui toni più diretti che caratterizzano gli articoli e qualche discorso improvvisato all'epoca da parte di questi stessi autori. L'analisi comportamentale non è il mio campo. Sono un romanziere e mi limito a esplorare i sentimenti. Sono consapevole che non è facile per me affrontare gli anni '70 con i propositi che ho appena spiegato, ma mi sento più che mai libero di parlare a chi vuol conoscere. Non avrò timore, a beneficio della chiarezza, di ricorrere a discorsi facili e superficiali. Se scelto con intenzione, questo può rivelarsi un formidabile mezzo espressivo, quando si ha qualcosa da dire. A che scopo riempire pagine e pagine di cui l'una non è che la spiegazione dell'altra? Se questa fosse letteratura, scriverei un romanzo al giorno. Io amo scrivere, abbandonarmi alla perversione della scrittura, gioire di un piacere osceno quando agguanto infine la parola che va e viene come una mosca, per strapparle abilmente le ali e tutto quanto eccede la sua primaria nudità. E' così che voglio affrontare la spiegazione di quest’epoca per condividerla con chi amo e con chi, e sono i più, non ho mai incontrato. Non aspettatevi dunque discorsi eloquenti o asserzioni assiomatiche. Qui non c’è posto per verità indiscusse.
Lasciamo che la Verità alimenti la forza prodigiosa della gioventù o che fori con la sua luce la cecità dei più maturi. Tranne i fanatici che la dispensano continuamente e gli illuminati che la negano per principio, la verità si ritrova spesso disoccupata. Francamente, ho fatto fatica a concepire una società senza verità. Essa è indispensabile. E non si butta la verità nella spazzatura solo perché c'è un bel numero di imbecilli che la vorrebbero Una, Sola, Assoluta e barbuta come Dio. E' possibile che tre quarti dei viventi non siano mai stati toccati dalla bontà divina, ma chi potrebbe dire sinceramente di non avere mai avuto il proprio piccolo attimo di verità?
Infine, abbiamo tutti gustato quel favoloso momento in cui il mondo ci pareva nostro perché avevamo trovato la nostra verità. Salvo, forse, qualche sfortunato, nato ed "educato" da un guru della piana del Larzac che, poveretto, per toccarla un istante ha dovuto seppellire suo padre. Niente di grave, non c'è età per saltare sulla verità e galoppare con lei il tempo di un giro di un giro del maneggio.
La Verità non esiste ed è questa la sua forza. Un sentimento, delle emozioni, un'idea, essa è tutto questo al medesimo tempo, e si lascia modellare secondo il volere e la necessità di ciascuno. E' allora che essa smette di essere un'astrazione, che agisce sul soggetto, esiste in lui, ma possiede una forza propria. Certe volte capita che, presa dalla velocità, perda di vista il soggetto della sua esistenza e cada di schianto a terra. Ecco perché talvolta accade di trovare dellaa verità morta un po' dappertutto, in un libro di storia, tra i petali di una rosa, nel bel mezzo di un codice penale o di una rivista dimenticata su una panchina.
E così, parlando di Verità, vi ho rifilato la prima menzogna.

2. Il potere democristiano.

Non voglio risalire troppo a monte, ma mi è impossibile affrontare gli anni di piombo senza dire due parole sulla Democrazia Cristiana. Un partito che, dopo la fine della seconda guerra mondiale, ha governato l'Italia senza interruzione per mezzo secolo.
Bisogna sapere che negli anni '20, lo Stato fascista di Mussolini era fondato sulla piccola borghesia e sulla classe contadina che nutriva aspirazioni borghesi. E' su questa stessa base elettorale che si è venuto a creare lo Stato democristiano alla fine della seconda guerra mondiale. Molto prima, quando l'ex socialista Mussolini aveva tentato la prima reale unificazione del giovane stato italiano, questa piccola borghesia e questi pii contadini formavano un mondo unito, fondato su una stessa morale e una medesima retorica. Questo universo, ben ancorato al suo contesto culturale, non produceva necessariamente dei valori negativi. Esprimeva un modello di vita senz'altro criticabile ma almeno reale. In seguito, strappato al suo contesto e proiettato brutalmente in una dimensione nazionale, darà vita al discorso negativo e repressivo che fu alla base del successo mussoliniano prima e della Democrazia cristiana poi.
I Democristiani (DC, partito nato dal giorno alla notte per opera delle forze alleate al fine di impedire l'avanzata dei comunisti oltre la cortina di ferro) hanno sempre assicurato di non avere niente in comune con i fascisti del passato. Se ciò era vero da un punto di vista formale, le stesse basi della loro politica contribuivano a smentirlo. Dopo la legge riguardante l'amnistia, approvata da Togliatti, il capo del PCI di allora, i più insigni rappresentanti del popolo non dovettero fare altro che barattare la loro camicia nera con una camicia bianca dal colletto inamidato. Mentre l'amministrazione pubblica sbiancava i prefetti manganellatori, il potere centrale metteva in prima fila qualche "umanista" (come De Gasperi, pilastro della DC) per coprire e riciclare gradualmente i più fedeli collaboratori del vecchio regime. Alcuni di questi collaboratori resteranno alla testa del governo italiano fino agli anni '90. Questi cambiamenti di casacca, corroborati dall'inesauribile finanziamento degli USA, ha permesso loro di prendere il potere e in tal modo di fare onore all'infame accordo di Yalta. Il regno democristiano non era un blocco omogeneo con un progetto chiaro che avrebbe fatto dell'Italia un Paese libero e solido. Soltanto la loro versatilità politica e la loro formidabile capacità di muoversi tra le alleanze più disparate ha permesso loro di restare al potere fino all'alba del XXI secolo. E tutto ciò malgrado la forte opposizione della sinistra. Ecco la cosa veramente impressionante.
Con il Paese ormai nelle proprie mani, si sono creduti imbattibili. La loro schiacciante potenza elettorale negli anni '50 e l'appoggio incondizionato del Vaticano li portarono a perseguire, sotto le sembianze di una democrazia formale e l'apparenza di un antifascismo verbale, una politica ereditata dal periodo fascista in cui venivano mantenuti i privilegi corporativi mascherati da una sorta di populismo double-face: uno sguardo all'Europa del futuro e l'altro, mai confessato, rivolto alla "necessità" di uno stato democratico di polizia.
Forte di una base elettorale inesauribile imbottita di falsi valori, il potere democristiano estese audacemente la sua rete clientelare e criminale, lasciando da parte gli scrupoli ogni volta che ne valeva la pena. Grazie alla garanzia del Vaticano, questo stato di cose sembrava acquisito e definitivo. In qualità di partito che esprimeva gli interessi della piccola borghesia, la DC nutriva un profondo disprezzo per la cultura, percepita come un fenomeno praticamente inutile e spesso pari a un germe di sovversione. Così, a causa della loro fin troppo evidente arroganza, della corruzione divenuta regola di Stato e delle loro potenti organizzazioni mafiose, nel giro di qualche anno i democristiani si ritrovarono come il Re nudo. Il loro elettorato si era disperso e il Vaticano, l'eterno alleato, non aveva più argomenti per contenere da un lato le stragi di Stato e dall'altro le orde della nuova generazione insorta. A questo punto ci troviamo nel bel mezzo degli anni '70. I democristiani, senza mai ammetterlo pubblicamente, sono ormai coscienti che il loro potere storico e concreto non coincide più col potere reale. Però tengono duro, cercano una soluzione.


3. La dissoluzione del sottoproletariato e le sue conseguenze

Ma da dove venivano quelle orde selvagge di giovani che volevano tutto e subito? Anche la risposta a questa domanda esige un passo indietro.
All'inizio degli anni '60 i più poveri tra i poveri in Italia avevano ancora il comportamento archetipico della società dei miserabili. La purezza della povertà che li contraddistingueva valeva loro l'appellativo di "sottoproletari" Erano portatori di valori antichi, di vecchie culture regionali e di un modello di relazioni sociali privo di qualsiasi legame con le regole urbane. Vivevano nelle loro grandi riserve ove dimoravano ancora usanze feudali, dimenticati da Dio e visitati dai candidati politici durante la campagna elettorale.


Erano poveri ma totalmente liberi. L'unico elemento che li condizionava era la loro stessa povertà: un elemento che li marcava e che era parte integrante del loro mondo (Pier Paolo Pasolini, 1976). A differenza degli operai, questi sottoproletari si erano mantenuti ai margini della storia borghese. Rimanevano degli estranei. I più poveri tra i poveri, i nomadi, i figli di ragazze madri, gli uomini e le donne abbandonati, chiunque avesse un marchio di nascita finiva per radunarsi ai margini dei margini della società Per tali ragioni, e fino alla fine degli anni '60, chi sapeva adattarsi trovava velocemente un posto in questa struttura prevista da un ordine sociale quasi immemorabile, preciso e fatale. In questo universo, ciascuno cercava di adattarsi ad attività ineluttabili ben stabilite e identificate fin dall'inizio, in certo modo. Diventava un bandito, un delinquente o semplicemente un miserabile.
Ma ecco che durante il boom economico degli anni '60, la massiccia emigrazione dall'Italia profonda, questa riserva di voti e di manodopera, spazza via i recinti che contenevano la massa dei poveri rinchiusa nelle vecchie riserve Dalle brecce aperte, fiotti di giovani miserabili si riversavano in altri territori, popolando il mondo proletario o borghese. Tale flusso generale darà origine a un nuovo tipo di disadattato, privo di un proprio modello di vita, senza alcun punto di riferimento.
Simultaneamente, lo spirito della classe dominante, fino ad allora contenuto entro le frontiere delle cittadelle urbane, finì per penetrare l'intera società fino agli anfratti più remoti. In pochissimo tempo si diffuse in tutto il paese un diverso modello di vita, conosciuto fino ad allora soltanto dai privilegiati, annullando le antiche culture locali, rendendole bruscamente inutili e grottesche, annichilendo le tradizioni, fossilizzando i dialetti, ridicolizzando i particolarismi. I poverissimi si trovarono così brutalmente privati della propria cultura, spossessati della propria libertà e dei modelli di vita che attestavano la loro esistenza nel mondo. In questo modo emergeva un secondo genere di disadattati, che finì per aggiungersi a coloro che avevano lasciato le riserve e a chi ancora ci viveva.
Ed è qui che si pone la domanda cruciale: che faranno questi giovani per i quali, ormai, l'appellativo di "disadattati" è divenuto intollerabile? Be’, faranno quello che fanno i figli dei ricchi, gli studenti, modello di realizzazione sociale. Si pone a questo punto il problema dei mezzi. Hanno bisogno di un alloggio, di vestiti, di musica, di una Vespa per uscire la domenica. Ma il furto, un tempo "riconosciuto" nelle riserve sottoproletarie, non è più la soluzione giusta. Non ne vogliono più sapere, si sono integrati in un altro ambiente, hanno accesso all'istruzione: ormai il furto è malvisto. Senza contare che con la nuova legge Reale (dal nome del ministro della Giustizia che, nel 1975, autorizzò i poliziotti ad aprire il fuoco anche in assenza di legittima difesa) l'opzione criminale è divenuta una professione qualificata, un privilegio da brivido riservato al grande banditismo.
Nel frattempo qualcos'altro vibra nell'aria, un nuovo territorio da esplorare verso cui volgere lo sguardo. Questi marginali hanno degli amici studenti che parlano di contestazione, di riappropriazione. La loro lingua è senza dubbio complicata, ma la rabbia e l'obiettivo sono gli stessi. Gli studenti vengono nei quartieri ghetto accompagnati da professori coi capelli lunghi. Miraggio favoloso, sembra non esserci più differenza tra poveri e studenti. E tutti sembrano volere la stessa cosa.
Questo riavvicinamento diviene via via più frequente. Per strada, nei posti di lavoro, a scuola, questi nuovi disadattati assetati di vita frequentano quotidianamente i giovani borghesi, lanciati in una violenta polemica contro la loro stessa classe. Con loro appaiono anche i nuovi diseredati del Partito Comunista Italiano, ex militanti, operai, sindacalisti, membri del corpo insegnante e anche qualche quadro di partito, che si organizzano in gruppi, teorizzano e predicano una nuova via rivoluzionaria. Da questo triplo incontro nascerà l'onda di violenza politica che sommergerà l’Italia negli anni ’70.

4. Il "patto del silenzio", o compromesso storico

In quest'epoca si crea un abisso tra il Partito Comunista Italiano e l'Italia. Il grande e potente PCI non è altro che un paese separato (Pier Paolo Pasolini), un'isola popolata da politici di professione il cui unico scopo è di mettere le mani sulle leve del comando centrale. Questa nuova situazione lo porta a instaurare, come non era mai successo prima, delle relazioni serrate col potere reale della DC. Relazioni sotto forma di rapporti democratici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali non avevano nulla in comune. Da un lato una DC corrotta e dall'altro un PCI con le mani pulite. Ma è precisamente a partire da queste inedite basi che diviene possibile progettare un compromesso realistico capace forse di salvare l'Italia dal disastro. Un compromesso non diverso da un'alleanza tra due Stati vicini, o incastrati l’uno nell’altro.
Un paese diviso in due schieramenti così differenti, come la DC e il PCI, non può sperare nella pace e nello sviluppo. Di fronte a questa impasse, gli uomini del PCI, anch'essi uomini di potere, cercano naturalmente una saldatura con lo schieramento opposto, per quanto diverso esso sia. Questo spiega il fatto, stupefacente a prima vista, ma in realtà profondamente coerente, che gli uomini politici dell'opposizione, pur avendo tutte le prove, non denunciarono mai le stragi di Stato e i colpi di Stato che iniziarono nel '69, con il massacro di Piazza Fontana. fino agli ottanta morti della stazione di Bologna alla fine degli anni '70. Perché questi uomini, a differenza degli intellettuali, distinguono tra verità politica e pratica politica. In tale logica, non si parla nemmeno di condividere questo genere di informazioni destabilizzanti, se non con chi è votato alla ragione della politica e soltanto con costoro. Insieme, DC e PCI sanno e tacciono. Insieme, proteggono innanzi tutto il governo italiano.
La scelta della legge del silenzio da parte del PCI, quasi una complicità passiva, non fu operata senza previa riflessione. Si trattò di un rischio calcolato. Il PCI rinunciò deliberatamente all'etica che lo distingueva dagli altri partiti, e quindi all'appoggio incondizionato della base operaia, in nome di una ferma fiducia nella strategia politica e nei principi formali della democrazia, al fine di raggiungere una possibile partecipazione al potere centrale. Non si può escludere che, in quest'ottica, gli uomini del PCI si riservassero la possibilità di tornare pubblicamente sui fatti di sangue una volta conseguita una posizione di forza all'interno del governo. Si tratta dell'applicazione pura e semplice del detto secondo il quale "il fine giustifica i mezzi". I risultati di questa strategia si fecero attendere e non giunsero mai.
Avvolti da questo mutismo, i numerosi settori sociali che subiscono da molto tempo la sanguinosa presenza delle potenti organizzazioni criminali, che assistono allo scoppio delle bombe di Stato, così come alla violenza politica spesso praticata dai loro stessi figli, non arrivano a comprendere cosa stia realmente accadendo nel Paese. Non resta loro dunque che la semplice reazione di accusare la totalità della classe politica italiana. Fu in questa situazione che, seppure con molte reticenze, una minoranza di italiani, senza distinzione di classe (in un primo momento), soffiarono sul vento della rivolta che spazzava le strade. Non era tanto raro che un vecchio membro della Resistenza, spesso deluso dal PCI, dissotterrasse il suo arsenale di guerra per donarlo a qualche gruppo armato.
Tra questi giovani, e anche meno giovani, che verranno chiamati prima "Angeli" e poi "Terroristi", molti possiedono un meccanismo raffinato che mescola reazioni sentimentali e intellettuali. Non si fermano alle "armi della critica e critica delle armi". Essi coltivano già l'idea di "poesia delle armi e armi della poesia". Sono individui, fra molti altri, che lavorano sul campo. Sono numerosi e largamente sostenuti dal malcontento generale. Distruggere per ricostruire, aprire gli spazi per poi riempirli, lavoro creativo e non più alienato, centri socioculturali e non più università concepite come fabbriche per l’allevamento della forza lavoro, più officine a misura umana e meno colossi multinazionali, più cultura e meno polizia. Essi parlano e spiegano. Se necessario si battono contro i fascisti o i poliziotti, oppure contro i manici di piccone impugnati all'occasione dal servizio d'ordine del PCI. Questi giovani sono abituati a lottare contro gli assalti fascisti. Resistono ai manganelli della polizia e non arretrano davanti al sibilo delle pallottole di caucciù. Ma quando, al posto del caucciù, appare del piombo, credono, a torto, che non vi sia che una scelta: le armi o la poesia. Questa è l’anomalia italiana.


5. Una classe politica cieca

Dopo il '68, i valori del vecchio universo agricolo si svuotarono improvvisamente del loro significato. La sinistra italiana non seppe comprendere questo fenomeno e per questo continuò sul vecchio cammino. Come se la Chiesa, l'ordine, la moralità, il dovere del lavoro, fossero ancora al loro posto e come se i vecchi ingranaggi facessero girare ancora la macchina. Divenuti obsoleti, questi valori sopravvivessero in un clerico-fascismo divenuto oramai marginale.
In compenso sorsero altri valori, lasciando intravedere una nuova era. Il sussulto degli anni '70, vissuto da molti altri Paesi, prende una connotazione molto particolare in Italia. Si potrebbe arrivare a dire, parafrasando ancora Pier Paolo Pasolini, che il post '68 celebrò la prima unificazione del Paese attorno a nuovi modelli. Al contrario, nelle altre nazioni, la nuova situazione si giustappose a una struttura radicata in unificazioni antiche, dalla monarchia alle rivoluzioni borghesi e industriali. In Italia vi fu realmente un pre e un post ’68.


Non esiste pertanto alcuna continuità tra il vecchio e il nuovo "fascismo" italiano. L'unico legame forse individuabile è solo l’aggressività contro una società dei consumi costruita selvaggiamente dal sistema della corruzione. La "rivoluzione" degli anni '60 e '70 in Italia non si inscrive in un movimento di lotta di classe, ma in una reale mutazione antropologica. La classe politica non capisce di essere improvvisamente divenuta uno strumento di potere residuo attraverso cui un nuovo potere reale stava distruggendo il Paese. In dieci anni di vuoto di potere, governi corrotti e politici incompetenti avevano lasciato le redini del Paese ad alti finanzieri senza scrupoli, o a mafiosi spesso ex complici del potere che venivano a reclamare il bottino. La Democrazia Cristiana faceva sempre atto di presenza, ma era ormai consapevole che il suo potere storico concreto non coincideva più con il potere reale.
La società italiana degli ultimi tre decenni non era più clerico-fascista. Era divenuta bruscamente consumista e permissiva. Ma niente permetteva allora di distinguere tra benessere e sviluppo. Uno sviluppo che avrebbe dato vita a un genocidio culturale senza precedenti in Italia, e di cui gli anni ’70 non sono che la conseguenza.
In questo nuovo stato di cose, con una destra e un sinistra cieche ai cambiamenti del paese, e per le quali tutto questo sconvolgimento confermava la validità del ricorso ad una criminalità di Stato che taceva il suo nome, un dialogo tra i poteri DC-PCI e il movimento contestatario era divenuto impraticabile. Questa incomunicabilità fu uno dei punti di partenza della tragica corsa alle armi. Perché ormai il movimento di contestazione sapeva che il mantenimento della classe politica alla testa del Paese non era più cosa possibile.

6. Il governo inesistente

Quanto è successo in Italia a partire dagli anni '70 si configura come un drammatico vuoto di potere. Non un vuoto legislativo, ma un vuoto nella maniera di governare. C'erano sì dei ministri, ma non avevano più niente e nessuno da amministrare. La miniera si era esaurita e i minatori scavavano già altrove, mentre i governanti democristiani continuavano a spartirsi le casse dello Stato. Ma poiché il vuoto non esiste, un altro potere, quello del consumo più sfrenato, prendeva il suo posto. Questo nuovo potere, senza Dio né ideologia, frustrava anche la possibile partecipazione al governo da parte del potente comunismo nato sulle rovine italiane. Il famoso "compromesso storico", vale a dire il patto tra Moro, presidente della DC, e Berlinguer, segretario generale del PCI, che avrebbe dovuto dare vita a un governo di coalizione, non fallì in seguito all'assassinio di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse. Questa non è che la comoda versione che si volle spacciare al mondo intero. La cecità politico-militare delle Brigate Rosse, cadendo a puntino, consentì di mascherare la vera causa dello scacco del compromesso: una paralisi progressiva della politica la cui responsabilità ricade esclusivamente sull'inverosimile incompetenza dell'opposizione e della maggioranza. Non ci fu mai un "compromesso storico" né mai avrebbe potuto esserci. Perché ormai non si trattava più di governare realmente, ma di fare solamente atto di presenza e di limitarsi ad amministrare le leggi di mercato. Ecco il grande appuntamento mancato del PCI.
Ciò che stupisce, durante tutto questo decennio di assenza di governo, è che né i vecchi democristiani né la sinistra abbiano osato dire una parola su una situazione che tutti conoscevano e vivevano di giorno in giorno. Si sarebbe detto che l'intera classe dirigente si fosse trasferita in un altro mondo. In quel mondo, la classe politica dirigente chiamava "fantasmi" i giovani contestatori.
Per quanto riguarda l'opposizione, se tale termine aveva ancora un significato, si raggiungeva la caricatura. I feroci attacchi dei dirigenti del PCI verso tutti quelli che si muovevano alla loro sinistra, sembravano essere altrettanti richiami all'ancien régime. Il loro rifiuto ostinato della realtà li spingeva ad argomentazioni simili a quelle della destra democristiana. Vale a dire alla totale negazione del cambiamento sociale che invece era divenuto realtà.
In questo quadro, la questione dello Stato, il programma politico del Governo, cedevano regolarmente il passo a problemi secondari. E questi cosiddetti "problemi" posti dalla DC e dal PCI servivano solo a rassicurare una base elettorale, a difendere dei mandati. In breve, a esibirsi in abilità oratoria per cercare di nascondere il vuoto politico. L'Italia della DC e del PCI aveva trovato la formula, un bipartitismo di transizione che sarebbe stato il primo a cavalcare il Muro con una quindicina d'anni di anticipo sulla storia. Era fattibile: un piccolo Paese largamente sovvenzionato, avamposto della NATO nel Mediterraneo, il più cattolico d'Europa, con la potenza elettorale della DC ma anche con il più importante e ragionevole partito comunista dell'Occidente. Senza contare il dominio del Vaticano! Se si fosse cercato un Paese per tentare l'esperienza e aprire così il più grande mercato del mondo correndo il minore dei pericoli, questo era senz’altro l’Italia.
Un progetto appetibile, che senza dubbio sedusse varie personalità del mondo politico e finanziario dell'epoca. Se ciò fu il sogno di pochi o un'operazione su grande scala, non saprei dire. Per certo, ciò fu realmente progettato, senza tenere conto della crisi politica e della nuova composizione sociale che si stava formando in Italia.

7. Occultare, semplificare, sopire

Lasciamo stare. Ciò che importa qui è il comportamento cinico e irresponsabile del duo DC-PCI davanti ai problemi che scuotevano il Paese. E' certamente possibile che, accecati dal potere, essi abbiano sopravvalutato le proprie forze, ma certamente non fino al punto di dimenticare la resistenza degli altri partiti d'opposizione. DC e PCI dichiararono dunque guerra all'opposizione extraparlamentare di qualsiasi tendenza, occultando in tal modo l’esistenza stessa della frattura sociale.
Lo spettacolo che maggioranza e opposizione diedero al Paese nella seconda metà degli anni '70 fu tale che nessun aggettivo potrebbe qualificarlo. Si aveva l'impressione che la classe dirigente italiana non avesse mai sentito parlare dell'urbanizzazione caotica, del degrado dei servizi sanitari, del racket generalizzato, dell'impunità dei criminali di alto livello e degli abusi della polizia... Per limitarmi qualche esempio! Proprio quando il movimento di contestazione si estendeva da ogni parte e le molteplici organizzazioni armate contavano già migliaia di militanti, gli uomini politici si aggrappavano ostinatamente a una sola teoria: si trattava soltanto di un pugno di provocatori finanziati dal KGB o dalla CIA. Nel frattempo, le pallottole facevano centro, le bombe di Stato esplodevano tra la folla, le prigioni si riempivano di detenuti politici, la pratica della tortura diveniva banale e i conti bancari svizzeri di chi era tenuto a raddrizzare il Paese si ingrossavano.
Perché destra e sinistra, ormai intercambiabili fino a meritare l’appellativo di pseudo "compromesso storico", non hanno fatto nulla per evitare gli anni '70? Perché di comune accordo era necessario nascondere al mondo libero che uno dei suoi membri soffriva di una crisi politica tale da generare un conflitto sociale di dimensioni inaccettabili e quasi indecenti, in grado di gettare discredito di fronte alla comunità internazionale. Non era accettabile ammettere che l'Italia intera stava andando alla deriva. Era senz'altro più conveniente minimizzare l'ampiezza della contestazione e ridurla all'azione di un semplice pugno di terroristi. Presentata in questi termini, la situazione cessava di essere un'anomalia italiana, una vergogna storica, ma diveniva una ripugnante fatalità che poteva capitare alle migliori democrazie. In Italia non c’era altro da vedere che pochi criminali da condannare.
In realtà, la totalità della classe politica e molti sociologi sono rimasti ancorati a questa logica dell'esclusione e a questo rifiuto della differenza, apparentandosi così ad alcuni aspetti del fascismo o dell'estremismo rosso. Tutti hanno voluto credere che si trattasse solo di condotta antisociale, da considerare come una semplice patologia. Che esistesse soltanto qualche tarato contro cui non c'era alcun rimedio.
Sarebbero bastati una parola, un segno da parte di chi era tenuto a comprenderci, perché tutto ciò non avvenisse. Ma chi, quale mente politica o intellettuale illuminata ha cercato di discutere in modo serio con questi "diversi" che occupavano le strade e agitavano le armi? La diagnosi, giunta quando era ormai troppo tardi, non lasciava più adito a dubbi: da una parte i buoni, dall'altra i cattivi.
A cose fatte, è stato detto che era impossibile discutere con loro poiché erano clandestini e si confondevano col resto della gente. Ciò è vero e falso allo stesso tempo. Falso perché, quando si trattava di mettere la museruola all'espressione pubblica di questi giovani in movimento, il governo e l'opposizione sapevano sempre dove colpire. Vero perché realmente somigliavamo a chi ci stava intorno. Il che significa anche che questi "diversi" erano molto numerosi e che non potevano essere individuati per una qualche malformazione. Né si trattava di "marziani caduti sulla terra", come dirà, venticinque anni più tardi, Nanni Moretti pavoneggiandosi sulla Croisette di Cannes. Questi "diversi", queste migliaia di giovani vestiti secondo il costume dell’epoca, con capelli lunghi, berretti indiani, la barba portata come il Che o con sottane a fiori, stavano semplicemente immaginando delle cose. Erano a favore del divorzio e dell'aborto, per la riforma universitaria, contro il codice fascista, contro il lavoro nero, a favore degli spazi culturali, contro la militarizzazione delle strade, contro le città dormitorio, la ricchezza che fa bella mostra di sé nelle vetrine di fronte alla miseria della gente, contro il vuoto di potere e l'onnipresenza della mafia. E' dunque vero che era impossibile distinguerli. Erano proprio come tutti e ciascuno. Sognavano un mondo migliore.

8. Italiano? No, grazie. Non più

E' questo quello che ho vissuto. Facevo parte di questi giovani e mi faceva paura. Mi guardavo intorno e non vedevo altro che adolescenti che, come me, sapevano solo che qualcosa là fuori non andava, e si gettavano senza riserve nella lotta armata.
Questo '68 italiano, non lo si ripeterà mai abbastanza, non fu né l'inizio né la fine di una rivoluzione. Perdoniamo gli esperti che continuano ad affannarsi per difendere i loro rispettivi campi. Ma il terreno di discussione è altrove. E' quello di una mutazione antropologica, ancora in corso, per giungere all'unificazione di un giovane Paese. Ed è difficile immaginare una reazione peggiore di quella avuta dagli italiani di fronte a questo trauma storico, ivi compresa quella dei giovani rivoluzionari che sognavano di fare meglio di tutti gli altri. Nel giro di qualche anno gli italiani sono divenuti un popolo ridicolo e criminale.
Per quanto mi riguarda, questo punto di vista si arresta alla fine degli anni '70. Oggi, per poter sapere cosa sono diventati gli italiani, bisognerebbe prima di tutto amarli. In passato li ho amati. Oggi non ne sono più capace. Sono in fuga. Ho dovuto fuggire dai loro lanci di pietre. Quando per giudicare un uomo si scorpora dal contesto una sola delle sue idee, un solo momento della sua vita, che si manipola a piacere per fare di quest'uomo un bersaglio per l’odio e la vendetta, ciò si chiama linciaggio. E' a questo che gli italiani mi sottopongono.
Ma questo modo di fare, detestabile per un paese che pretende di camminare verso il futuro, non è un atteggiamento condiviso da tutti. E' importante dire che non sono affatto l'unico italiano a non vestire con abiti firmati, a detestare Oriana Fallaci, a trovare indigesti gli spaghetti al nero di seppia in cui si annegano le differenze politiche per concludere buoni affari, a considerare pietoso il servilismo di quegli artisti, di quegli intellettuali rinomati che non hanno mai niente da dire ma che spesso lo dicono bene...
Tuttavia, in quanto straniero fra gli stranieri, mi prendo la libertà di esprimere le mie impressioni. Mi pare che in questo lento movimento di mutazione antropologica, in questi ultimi anni si assista a un fenomeno sociologico di abiura. Dimenticandosi la sua povertà, il popolo italiano vuole anche rigettare la sua autentica tolleranza. Non vuole più ricordare i due tratti distintivi della sua storia. L'Italia di oggi vuole consegnare all’oblio quella di ieri e in definitiva negare la sua vicenda. Resa ebbra dal suo sogno di ricchezza, si vergogna di un passato di povertà. Essa vuole, parola di straniero, dimenticare quel gusto di Terzo Mondo che il fascismo e in seguito la democrazia poliziesca e mafiosa le hanno lasciato.

9. Conclusione (amara)

Per finire, vi racconterò un aneddoto.
Qualche tempo fa, in occasione di un evento letterario a Parigi, ho rivisto una vecchia conoscenza di quel periodo. Era diventato un uomo importante, vicino al potere, ma la sua posizione non gli impediva di stringere la mano a un ex compagno, anche se esiliato. Parlando del più e del meno, e senza farlo apposta, tornai su un episodio della nostra comune militanza: un giorno in cui entrambi avevamo rischiato di compiere una grossa stupidaggine. La reazione di quel vecchio amico mi lasciò stupefatto. A bocca aperta, si fece ripetere l'aneddoto e poi, gentilmente, mi disse che non era possibile, che certamente lo confondevo con un'altra persona e che all'epoca non aveva mai preso in mano un'arma. Non ho insistito. Era evidente che in quel momento l'uomo era sincero. Aveva veramente cancellato dalla sua memoria un'intera parte della sua giovinezza. In altri termini, era come ricordare a un nuovo ricco il suo passato di povero.
Ecco. Sono solo delle domande che mi pongo, e a cui avrei potuto rispondere se la Francia di Jacques Chirac non avesse mercanteggiato per me, coi suoi omologhi italiani, un esilio programmato.

"Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia", scriveva Pasolini nel 1974.

FONTE: www.carmillaonline.com
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