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Mario Tronti: c’è populismo perché non c’è popolo
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La parola chiave scritta da Mario Tronti per l’ultimo numero di Democrazia e Diritto dedicato al populismo.

POPOLO

<< Una quantità di parole che usiamo di continuo, e crediamo perciò di comprendere in tutto il loro significato, sono in realtà chiare fino in fondo soltanto per pochi privilegiati. Così le parole “cerchio” o “quadrato”, di cui tutti si servono mentre soltanto i matematici hanno un’idea chiara e precisa del loro significato; così pure la parola “popolo”, che molte labbra pronunciano, senza che la mente ne afferri il senso autentico >>. Così parlava il matematico e filosofo Frédéric de Castillon, partecipando, e vincendo, al concorso indetto dalla Reale Accademia Prussiana (1778), sulla questione, cara a Federico II, “se possa essere utile al popolo d’essere ingannato”. << S’intende si solito per “popolo” - scrive ancora Castillon – la maggioranza della popolazione, quasi incessantemente dedita ad occupazioni meccaniche, grossolane e faticose, ed esclusa dal governo e dalle cariche pubbliche >>. Siamo alla vigilia della Rivoluzione francese, ma siamo in Germania, dove nazione e popolo non si erano ancora incontrati, come era da tempo accaduto, attraverso le monarchie assolute, in Inghilterra, Francia e Spagna. Siamo quindi anche in Italia. Frédéric de Castillon arriva a Berlino proveniendo dalla Toscana. Nazione e popolo nascono insieme in età moderna. E chi li mette insieme è lo Stato moderno. Non c’è nazione senza Stato. Ma non c’è popolo senza Stato. Questo è importante, da un lato per capire, dall’altro per stringere il problema ai tempi che ci riguardano e ci impegnano. Perché il tema è eterno. Biblico, prima che storico.

Il concetto antico-testamentario di popolo - il popolo fondato da Mosè – mi sembra più vicino al concetto moderno di popolo di quanto non lo sia il demos dei Greci o il populus dei Romani. Né la città-stato né l’impero fondano un popolo. Non c’è la terra promessa, non c’è l’esilio, l’esodo, non c’è il Dio degli eserciti. I cittadini liberi nell’agorà, come la plebe sugli spalti del Colosseo, non fanno popolo. Immagini, queste, e metafore, attuali/inattuali per il nostro tempo. Popolo è concetto teologico secolarizzato. Non c’entrano niente né l’assemblea degli elettori sovrani, né la belua multorum capitum. Popolo di Dio viene prima di popolo della nazione. Dicono Esposito-Galli, in “Enciclopedia del pensiero politico”, che il processo di secolarizzazione comincia con Marsilio ( universitas civium seu populus ) e con Bartolo (populus unius civitatis). Ma sarà poi Machiavelli a parlare di governo popolare distinto e contrapposto al principato e alla repubblica aristocratica. E per Hobbes, nello Stato leviatanico, “i sudditi sono la moltitudine e il popolo è il re”.

Kings or the people, il poderoso affresco di Reinhard Bendix, ci racconta il passaggio dalla medioevale autorità dei re al moderno mandato del popolo. Mandate to rule: quante volte il moderno del capitalismo ha promesso e non mantenuto questo progetto, che è servito alla fine sempre solo ai suoi fini, di sviluppo, di mutamento e, attraverso guerre e crisi, di rinascimento? La storia del Novecento, nei diversi ritornanti passaggi dai totalitarismi alle democrazie, se ce ne fosse stato bisogno, ha confermato tutto. E mentre scrivo, qualcosa del genere sta di nuovo succedendo, sulle rive del Mediterraneo, nel crollo dei sultanati ad opera del popolo nelle piazze. Dove andranno queste forme di popolo? Che cosa otterranno? A chi serviranno? Bendix racconta appunto l’onda lunga che dall’Inghilterra e dalla Francia del sedicesimo secolo arriva solo nel secolo diciannovesimo in Germania, in Giappone e in Russia e nel ventesimo approda alla rivoluzione cinese e al nazionalismo e socialismo arabo. E’ un’idea di popolo tutta legata al nation-building. E’ un’idea borghese, nazional-borghese, di popolo. Ma al contrario di quanto si penserà nel pensiero progressista, che tanto male ha fatto alla prassi del movimento operaio, il concetto politico di popolo non esplode con la Rivoluzione francese, né con le precedenti analoghe rivoluzioni borghesi, quella inglese e quella americana, che sono forme di guerra nazionali e sociali. Bisognerà aspettare il ’48 per vedere in campo questo nuovo soggetto politico. Delacroix, imbevuto dell’idea romantica di Volksgeist, era riuscito a scorgere nella Rivoluzione di luglio, del ’30, l’immagine trionfante della “libertà che guida il popolo”.

Ma è “il maledetto sia giugno” del ’48 che da Parigi all’Europa, vedrà la realtà, inaudita per i borghesi, del popolo in armi sulle barricate, per la propria rivoluzione. Marx commise l’errore geniale di scorgerci profeticamente la figura emergente del soggetto politico operaio. Si trattava in realtà dell’antico proletariato che, dalla prima rivoluzione industriale, aveva già invaso pezzi di società, soprattutto urbana. Ma qui, un punto determinante, di analisi, e di orientamento, e di giudizio. E’ il concetto di classe che fa del popolo una categoria della politica, della politica che ci interessa, quella autonoma dall’uso che ne hanno fatto e ne fanno le forze dominanti.
Il concetto di classe, e di lotta di classe, irrompe nella storia moderna a scardinare l’intero apparato teorico di analisi dell’economia e della società. L’avevano inventato gli storici della Restaurazione. I reazionari hanno sempre lo sguardo acuto, per interesse di parte, nel leggere la realtà effettuale. Con la classe il popolo diventa soggetto politico. Di lì, una storia ambigua, doppia, niente affatto lineare, luci ed ombre, squarci di chiarezza e periodi di confusione. E’ il punto di vista di classe che fa del popolo un soggetto politico. Senza classe non c’è politicamente popolo. C’è socialmente. O c’è nazionalmente. Due forme di neutralizzazione e di spoliticizzazione del concetto di popolo.

La dizione di “popolo comunista” viene aspramente contestata dai teorici, e dai pratici, del nazional-popolare. Giustamente, dal loro rispettabile punto di opinione, di continuità gramsciano-togliattiana. Ma popolo comunista aveva un senso nel partito, e per il partito, che si diceva della classe operaia. Quando questa nominazione è stata abbandonata, già qualche anno prima dello scioglimento del Pci, praticamente nel dopo Berlinguer, non si è estinto solo il popolo comunista, ma il concetto-realtà, politico, di popolo. Dobbiamo sapere che quando diciamo oggi “ceti popolari” stiamo maneggiando un concetto sociologico, una condizione, una collocazione, di presenza sociale, che non a caso risulta imprendibile, irrappresentabile, politicamente. E infatti può essere presa, e rappresentata, addirittura da posizioni antipolitiche. Il populismo sta dentro questo intreccio. Che cosa dice il fatto che populism e narodnicestvo dicono, più o meno nello stesso tempo - gli ultimi decenni dell’Ottocento -, sia pure in forme tanto diverse, la stessa cosa, ed esprimono almeno la stessa tendenza? Che cosa, oltre la previsione tocquevilliana che America e Russia sarebbero stati i grandi protagonisti storici del Novecento? E’ dalla critica del populismo che nasce l’età matura della democrazia in America. E dalla critica del populismo nasce la teoria e la pratica della rivoluzione in Russia. Quest’ultima cosa ci riguarda in modo particolare. Il giovane Lenin che, da socialdemocratico, combatte contro gli “amici del popolo”, si guadagna, su questo campo, l’analisi corretta dello sviluppo del capitalismo in un paese arretrato. E’ il metodo giusto. Il populismo ha sempre indicato un problema. E un problema reale. Anche oggi, da questa segnalazione occorre risalire alla necessità di un’analisi delle condizioni reali, sociali e politiche, economiche e istituzionali, entro cui stiamo.

Dalla critica alle soluzioni che il populismo avanza, occorre ritornare all’elaborazione delle soluzioni alternative. Il populismo è la forma, una delle forme, in cui si ripropone periodicamente il problema irrisolto della modernità politica, il rapporto tra governanti e governati. In questo senso il fenomeno ha scavallato la soglia delle società meno avanzate, a prevalenza di economie agrarie e di masse contadine, come può essere stato, e già non lo è più, in alcuni paesi dell’America latina. Il fenomeno ha raggiunto, in forme inedite, le economie che si dicono postindustriali e i sistemi politici che si dicono postdemocratici. E’ qui che va affondato lo sguardo. E questo numero di “Democrazia e diritto”* cerca di farlo.

Quando discutemmo, al Crs, con Laclau il suo libro La ragione populista, apprezzammo il suo sforzo di fare critica del populismo cercando di salvare l’idea di popolo. E’ il percorso giusto. Lo dimostra l’anomalia italiana, quella di ieri e quella di oggi. Quella di ieri vedeva grandi forze politiche saldamente poggiate su componenti popolari presenti nella storia sociale, il popolarismo cattolico, la tradizione socialista, la diversità comunista. Siccome c’era popolo, non c’era populismo. Al contrario di oggi, quando c’è populismo perché non c’è popolo. Torna allora utile proprio qui, anzi qui indispensabile, il richiamo al concetto politico di popolo. Perché di questo si tratta. Come e quando si è dissolto questo che abbiamo chiamato concetto-realtà? E’ avvenuto contemporaneamente e contestualmente al dissolvimento dell’idea e della pratica di classe. E non perché la condizione sociale di classe sia scomparsa, ma perché è stato abbandonato il riferimento politico ad essa. Questo spazio vuoto viene riempito dalla pulsione populista attuale, che non è più originata dal richiamo difensivo ad antiche tradizioni comunitarie, piuttosto, al contrario, dall’adattamento aggressivo alla scomposizione di ogni legame sociale.

Lenin apprezzava il primo populismo russo contro il secondo. Come noi dovremmo apprezzare il populismo del People’s Party contro quello attuale del Tea Party. Forse conviene andarci a rileggere Christopher Lasch, come opportunamente consiglia Claudio Giunta nel Focus dedicato al populismo nel numero 4/2010, di Italianieuropei. Leggere, naturalmente con misura, quello che lo stesso Lash scrive nel breve testo pubblicato in quel numero: << La sinistra ha perso da parecchio tempo ogni interesse nei confronti delle classi inferiori. E’ allergica a tutto ciò che assomiglia a una causa perduta >>. Una causa perduta è occuparsi ancora, come un tempo, dei problemi quotidiani degli abitanti delle periferie metropolitane, che hanno la pessima abitudine di non frequentare l’Auditorium Parco della Musica.

E’ difficile dire che cos’è popolo, oggi. Il popolo del turbocapitalismo: composizione sociale, insediamento territoriale, lasciti tradizionali, lingua, dialetto, culture, tra megalopoli, medio e piccolo centro, paese e frazione di paese, differenza femminile, qui, in questo punto, nel basso del sociale. Spazi di analisi per una sinistra del futuro. Non è navigando in rete che si toccano i livelli profondi dell’esistenza umana disagiata. Non è con la biopolitica che si intercettano i bisogni delle persone semplici, donne e uomini, come si dice, in carne ed ossa. Recita il mantra: nulla è più come prima, nulla si può più dire come prima. Ma io non trovo una definizione diversa di popolo da quella che dice: classi inferiori. Diversa dall’idea settecentesca di una “popolazione dedita a occupazioni meccaniche, grossolane e faticose, esclusa dal governo e dalle cariche pubbliche”. E’ ancora, essa, maggioranza? Dipende da che punto si guarda il mondo: da occidente o da oriente, da nord o da sud. Qui da noi, nel nostro giardinetto, incantato e malandato, la contraddizione è sempre crescente. Sia con la crisi, sia con lo sviluppo, negli ultimi decenni la distanza tra ricchi e poveri è aumentata. Chi lavora, lavora di più e guadagna di meno. Chi non lavora, perché non trova lavoro, scende i gradini della scala sociale: come sta avvenendo per la prima volta a questa forma inedita di sottoproletariato intellettuale. E’ in atto una sorta si proletarizzazione postmoderna dei ceti medi. Sociologicamente quello che si può dire popolo si riproduce in forma allargata. Ma non è questa misura quantitativa il punto decisivo. Anche se fossero destinate, le classe inferiori, ad essere consistente minoranza, è da quella parte che bisogna stare.

C’è un solo modo per combattere efficacemente il populismo di oggi, fino a sconfiggere le sue ragioni, ed è nel dare un segno politico a questa realtà di popolo. Gino Germani leggeva in modo perspicace il populismo come passaggio da tradizione a modernità, dove pezzi dell’una e pezzi dell’altra convivevano e si combattevano. Guardava soprattutto a quello dell’America Latina. Ma il discorso vale anche per il populismo delle origini, russo e statunitense. Il populismo di oggi descrive il passaggio dal moderno a quello che si dice il postmoderno, per significare una cosa che nessuno sa che cosa sia, una terra di nessuno, ma per quello che già si può già vedere, un mondo senz’anima, solo corpi, virtuali però, corpi senza carne, appendici delle macchine, le sole creature rimaste intelligenti. La deriva populista, malattia della vecchiaia delle società avanzate, esprime nel suo fondo oscuro essenzialmente tutto questo. La forma politico-istituzionale - sarebbe più corretto dire antipolitico-istituzionale – è il nuovo Leviatano della democrazia populista. Un mostro niente affatto mite, armato di quella violenza sottile che è il consenso plebiscitario, macroanthropos animalizzato, rivestito di luccicanti panni partecipativi, che nascondono la nuda vita della cessione di sovranità dalla nuova plebe all’ultimo capo, nemmeno carismatico. Nel populismo di oggi, non c’è il popolo e non c’è il principe. E quello che abbiamo imparato da bambini - “a conoscere bene la natura de’ popoli bisogna essere principe e a conoscere bene quella de’ principi bisogna essere populare” -, per essere messo di nuovo a frutto, ha bisogno che riemergano, nelle vesti nuove assunte, i poli del conflitto. Per questo, è necessario battere il populismo, nella forma della democrazia populista: perché nasconde il rapporto di potere. E’ l’apparato ideologico, adeguato al nostro tempo, che maschera, e al tempo stesso garantisce, il funzionamento della realtà. Dentro c’è tutto: la dittatura della comunicazione, la vecchia sempre nuova società dello spettacolo, la civiltà dell’intrattenimento, l’ultima retorica di massa, la retorica della rete, l’interattività come luogo di subalternità. Conseguenza: tutti, e tutte, parlano di politica in modo stravagante, non guardando dai luoghi bassi ai monti e dai luoghi alti al piano, ma girando intorno, chiacchierando del più e del meno, di corpi e desideri, di comune e governance, di diritti o di tumulto.

Come si fa popolo, oggi: questo è il problema. Come si fa popolo, senza più la centralità della classe. Fare popolo incontra le stesse difficoltà che fare società. E’ possibile riaggregare una soggettività collettiva di persone dopo la disgregazione che gli spiriti animali borghesi hanno prodotto nei rapporti del tutto asociali tra gli individui? E anche: come si fa principe, senza più la sovranità dello stato-nazione. Quale autorità senza Stato, e pur tuttavia ancora in presenza del potere? Chi decide nello stato normale, visto che lo stato d’eccezione si colloca ormai fuori dall’Occidente? Laclau ha fatto più di un riferimento agli studi di Margaret Canovan, sia agli ultimi dove riprende la distinzione di Michael Oakeshott tra una politica redentiva e una politica pragmatica, sia ai primi ( Populism, del 1981 ), dove, appunto, nel populismo, possiamo dire, urbano, diverso dal populismo agrario delle origini, si ripropone il problema del rapporto tra élites e popolo. Il tema del senso della politica e il tema della verticalità della relazione politica, sono strettamente intrecciati. Volta a volta, per ogni tempo, non necessariamente per ogni epoca - le epoche sono rare! – il primo tema rimane eguale nell’eterno ritorno, il secondo cambia forma nel decorso storico.

Tenendo ferma politica di redenzione e politica di realismo, devi capire che cosa c’è, qui e ora, nel basso della società e nell’alto del potere. Il Novecento ti ha dato il popolo come classe e l’élite come partito. Una potente semplificazione che ha fatto grande storia. Comprensibile a tutti, ha messo in moto le masse. Modello irripetibile? Probabilmente, sì. Perché è superato il sistema dei soggetti. Ma superare - quella sì un’epoca! - dialetticamente vuol dire conservarne l’essenza di metodo, il movimento della politica. Popolo ed élite non porta al populismo. Porta al populismo capo ed élite. La teoria delle élites ha fatto critica anticipata della personalità autoritaria. E l’avrebbe scongiurata se fosse stata praticata da una grande forza politica. Attraverso la riproposizione della teoria delle élite si potrebbe oggi fare critica posticipata della personalità democratica. E si potrebbe, questa, delegittimare nella pratica di un forte movimento politico. C’è un solo modo per decostruire il potere della personalizzazione ed è quello di ricostruire l’autorità di classi dirigenti. Questo si può fare solo a sinistra e con la sinistra. Soltanto qui si può resuscitare, con la mente, il senso autentico del concetto politico di popolo: specificandolo e determinandolo con il concetto sociale di lavoro. Popolo, non di sudditi, non di cittadini, ma di lavoratori. Popolo lavoratore: nuovissima parola antica. Dove il lavorare raggiunge non la vita, ma l’esistenza, nella centralità politica della persona che lavora. Dopo la giusta, e libera, parzialità operaia - lì giustizia e libertà hanno avuto veramente un senso -, per ritrovarlo questo senso, occorre, ed è possibile, forse per la prima volta, fondare una classe generale. Quella del popolo lavoratore. La classe operaia, nella sua orgogliosa rivendicazione di essere parte, nel rifiuto del lavoro, che nient’altro era che rifiuto di essere classe generale, è stato un soggetto rivoluzionario sconfitto. Perché la sconfitta politica non si traduca in fine della storia, è necessario riafferrare il filo là dove si è spezzato, riannodarlo e ripartire e proseguire. L’exit è totus politicus. Popolo lavoratore come classe generale è possibile solo oggi, nelle condizioni di lavoro esteso e parcellizzato, diffuso e frantumato, territorializzato e globalizzato, lavoro marxiano sans phrase, che va dalla fatica delle mani alla fatica del concetto, dall’occupazione che non si ama all’occupazione che non si trova, un arcipelago di isole che fanno un continente. Che cos’è élite? E’ la forza politica che fa dei lavoratori un popolo. Una classe dirigente che fa non di se stessa ma del lavoro un soggetto governante. Poi si troverà il nome dello scopo finale. Intanto si dicano i mezzi per raggiungerlo.

*Il Populismo, Democrazia e Diritto numero 3-4/2010

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