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Arte. Vermeer a Roma, limiti e pregi di una mostra

La prima volta in Italia di una rassegna su Johannes Vermeer (dal 27 settembre 2012 al 20 gennaio 2013, presso le scuderie del Quirinale di Roma) appare un po’ come un’occasione mancata. Ad essere rappresentato adeguatamente è, infatti, più il secolo d’oro dell’arte olandese (sottotitolo della mostra) che una selezione significativa del corpus dell’opera del grande artista di Delft (1632-1675). A parziale scusante degli organizzatori della mostra e del suo curatore, Arthur K. Wheelock, c’è da dire che Vermeer nell’ arco della sua vita ha prodotto non più di cinquanta quadri e che oggi se ne conoscono solo 37. Vermeer lavorò solo su commissione e mai gli capitò di dipingere più di 2 o 3 opere l’anno. Lo stretto indispensabile per mantenere in vita la moglie e i suoi ben 11 figli. Una produzione scarsa, anzi scarsissima, che tuttavia lo ha consegnato alla storia dell’arte come uno dei più grandi pittori di tutti i tempi. Un artista formidabile che impressionò Marcel Proust e scrittrici come Tracy Chevalier, autrice del bestseller La ragazza con l’orecchino di perla di cui è molto nota la versione cinematografica.

Delle opere di Johannes Vermeer riconosciute autentiche, nessuna appartiene ad una collezione italiana. Solo 26, sui 37 conosciuti, sono i suoi capolavori movimentabili. E negli ultimi 10 anni, soltanto 3 delle otto grandi mostre dedicate all’artista olandese hanno ottenuto in prestito più di 4 suoi capolavori. In questo senso, le 8 opere esposte alle Scuderie del Quirinale rappresentano un numero suo malgrado significativo. Anche se non possiamo nascondere, nonostante tutti questi distinguo, la delusione di essere andati per ammirare Vermeer e di essere ritornati a casa con gli occhi pieni di una pittura olandese di genere non esattamente entusiasmante.

In questo senso, sarebbe stato più corretto intitolare la mostra “Il secolo d’oro dell’arte olandese” e basta, e cioè fare del sottotitolo il titolo della mostra, visto che la gran parte dei dipinti esposti non sono firmati dal caposcuola nato a Delft. Pur con queste riserve, ci sono almeno due dipinti che giustificano la fatica di mettersi in fila e il prezzo del biglietto, che sono “Donna che suona il liuto (1662-1663) e “Ragazza con il cappello rosso” (1665-1667 ca.). La qualità di questi due quadri descrive l’abisso che esiste fra Vermeer e i suoi giudiziosi e meticolosi contemporanei, tutti artisti adusi alla tradizione fiamminga, attenti ai particolari cronachistici ma scarsamente interessati alla pittura intesa come scavo del profondo, come strumento che avvicina alla verità.

E’ invece questo che connota l’opera di Vermeer. Nei suoi quadri la “vita silenziosa” delle cose gareggia con la capacità di sopravvivere degli umani e spesso la supera. Lo notò Tano Festa, commentando i Coniugi Arnolfini di Jan Van Eyck, sicuramente uno dei maestri di Vermeer. E’ nella capacità del pittore olandese di fissare, attraverso il gioco della luce che attraversa finestre socchiuse, elementi di verità eterna estranei a una congiuntura puramente ottica, che si nasconde il segreto della sua arte. In questo tendere alla verità, oltre l’inganno degli effetti luministico-cromatici, oltre l’inganno dei sensi, per arrivare dal fenomeno al noumeno, dall’apparenza all’essenza della vita.

L’indifferenza alla teatralità degli effetti cromatici e, piuttosto, l’uso di una gamma di colori che si accordano senza farsi la guerra, tonalisticamente, come in Piero della Francesca prima di lui e in Giorgio Morandi dopo di lui, fu la sua scelta. Una scelta destinata a fare scuola. La scuola che, tanto per fare un esempio, influenzò L’Ecole de Rome degli anni Trenta, nelle suo amore per la “misura” e nei suoi delicati equilibri cromatici, distinguendola dagli incendi sulfurei della scuola romana di Mario Mafai e di Scipione.

Insomma, anche se per due, tre o quattro quadri di Vermeer e pochi altri fra gli artisti olandesi (Frans van Mieris su tutti), il gioco (la mostra) vale la candela. Ve la consigliamo, nonostante i limiti.

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