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“L'ultima Thule", l'addio di Guccini alla musica
La scelta di recensire L’ultima Thule, il nuovo album di Francesco Guccini, lo confesso, è stata condizionata da mio figlio, quindicenne, che lo ha appena scoperto e lo ha fatto divenire uno dei pochi suoi eroi musicali. I miei ascolti, come molti miei lettori già avranno capito, sono abbastanza distanti dal cosiddetto (che brutta parola) “cantautorato italiano” ma , il Francesco Da Pàvana, mi conquistò, con le sue liriche, sin dalle sue prime opere. “L’Isola Non Trovata” , “Radici” e “Stanze di Vita Quotidiana” li ho ascoltati con grande rispetto e ancora le trovo grandi prove, degne di essere inserite nelle mie classifiche di “dischi” da Isola Deserta. Ma, certo, Francesco non è proprio un musicista… E ora, sembra, voglia smettere, definitivamente, di incidere album e di far concerti. Mi dispiace per l’amico Flaco che potrebbe perdere il lavoro e, scherzi a parte, mi dispiace non ascoltare più nuovi racconti, intrisi di quella unica poesia e nostalgia, tipica del Nostro. Certo i suoi ultimi concerti erano un po’ troppo parlati, certo le sue musiche possono essere ripetitive, ma non è questo il punto. Guccini è un Mondo, il suo Mondo e Lui ha/aveva, la capacità di renderlo anche nostro, condividendo i sentimenti e i valori.
Questo suo testamento è davvero, per quanto riguarda il contenuto lirico, bellissimo. Otto storie in cui ritroviamo tutto l’universo, il piccolo mondo antico, di Guccini. Il passare del tempo, lo scorrere le memorie, il raccontare da cantastorie avventure personali, vere o inventate, con una suggestione, una chiarezza unica, caratterizzano da sempre il racconto. “Canzone di Notte n.4” (la prima “Canzone di Notte” risale al 1970 da L’Isola Non Trovata) è il ricordo, è la ricerca di quella Pace interiore tanto attesa. “E allora notte che mi porterai / rimpianto, quiete, noia o verità? / O indifferente a tutto te ne andrai / senza pietà?”. L’ottimo piano del Maestro Vince Tempera e il sax di Marangolo accompagnano benissimo. “L’ultima volta”, emblematico il titolo, è il brano più “canzone” dell’opera. Il testo ancora odora di passato. L’amato Appennino citato per un ricordo di un amore antico “assoluto e violento”. La fragilità dei sentimenti che paiono eterni nel presente.”Quando il giorno dell'ultima volta che vedrai il sole dell'albeggiare e la pioggia ed il vento soffiare il ritmo del tuo respirare che pian piano si ferma e scompare”. Le note finali piangono la scomparsa ed è un cantare la Morte intriso di una poesia davvero toccante, tenera e priva di retorica. “Su in collina”, storie del passato Partigiano, di eroi mai dimenticati, storie di montagna è un dittico insieme alla seguente “Quel Giorno di Aprile” . Il primo è un memoriale della resistenza partigiana scritto da Gastone Valdelli (“Mort en culleina”, qui in traduzione letterale), che Guccini ha iniziato a proporre ai concerti dal 2006. La seconda è cantare i lutti uniti alla gioia di una nuova rinascita, la perdita e la speranza. L’arpeggio della splendida chitarra di Flaco accompagna “Quel Giorno di Aprile”: “Se la guerra è finita perché ti si annebbia di pianto questo giorno d'aprile? E l'Italia cantando ormai libera allaga le strade, sventolando nel cielo bandiere impazzite di luce, e tua madre prendendoti in braccio piangendo sorride mentre attorno qualcuno una storia o una vita ricuce. E chissà se ha addosso un cappotto o se dorme in un caldo fienile, sotto il glicine tuo padre lo aspetti con il sole d'aprile”. Musica circense accompagna “Il testamento di un Pagliaccio”, una ironica e graffiante metafora dell’attuale situazione della scena artistica attuale. Segue la bellissima “Notti” con ancora Biondini in gran spolvero e il “fischiato” che alleggerisce il tutto. “Gli Artisti” è il penultimo brano. Un piano annuncia un testo in cui l’Artista, spesso troppo mitizzato, viene umanizzato e raccontato con ironia e distacco. “Fabbrico sedie e canzoni, erbaggi amari, cicoria, o un grappolo di illusioni che svaniscono dalla memoria, e non restano nella memoria”. Francesco rimarca quanto effimera possa essere la gloria di chi raggiunge la popolarità. La chiusura è affidata alla canzone che dà il titolo all’album. Musica celtica e solenne per quello che è davvero un testamento di vita “L'ultima Thule attende al Nord estremo, regno di ghiaccio eterno, senza vita, e lassù questa mia sarà finita nel freddo dove tutti finiremo”. Grazie Guccini per tanti anni di racconti, per avermi fatto rivalutare, tra gli altri Gozzano, per aver parlato dei Provos, di Eskimi innocenti, di Radici vere e di valori concreti, dell’importanza del vivere, di Frati, ubriaconi, personaggi invisibili spesso, ma importanti. Di Appennini, colline, bambine portoghesi e incontri con fantasmi di un passato che, con te, è sempre presente. Sono certo che, da tempo non ti sentissi più un banale cantante ma solo Guccini da Pàvana (quante volte mi hai corretto l’accento?) o, forse, non ti sei mai considerato tale. Buon ascolto.
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