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All’origine del mondo contemporaneo: la Comune di Parigi (1871) e la Rivoluzione dei Taiping (1851-1864)
. Oggi ricorre l'anniversario dell'inizio della Comune di Parigi. Oggi a Parigi il Front de la gauche ha indetto una grande manifestazione per ricordare questa data simbolo non solo della sinistra francese ma di tutto il mondo. Controlacrisi vi propone un bel saggio di Samir Amin che inquadra in una prospettiva storica globale l'assalto al cielo dei comunardi.

La Comune di Parigi (marzo-maggio 1871) e la rivoluzione (dico proprio rivoluzione, e non rivolta)
dei Taiping (1851-1864) segnano l’ingresso dell’umanità nella fase contemporanea della sua storia.
Pongono fine alle illusioni sul carattere progressista del capitale e ne annunciano l’autunno.
Due rivoluzioni gigantesche per le loro conseguenze a lungo termine. L’una (la Comune di Parigi)
si svolge in un centro capitalistico sviluppato, il secondo in quell’epoca, in termini di sviluppo
economico, dopo l’Inghilterra. L’altra (la rivoluzione dei Taiping) scoppia in una regione del
mondo appena inserita nel capitalismo imperialistico mondializzato in qualità di periferia dominata.
Le due rivoluzioni sono state stroncate dal capitale armato, quello della Francia reazionaria di
Versailles protetta dai prussiani, e quello dell’imperialismo europeo (diretto dal generale inglese
Gordon che più tardi doveva diventar celebre in Egitto e in Sudan), ma esse hanno vinto la battaglia
a lungo termine, per la loro fantastica proiezione in avanti sul loro tempo, annunciando ciò che il
mondo di domani avrebbe potuto essere.
La Comune di Parigi ci fa capire compiutamente che cosa deve essere il socialismo: una tappa più
avanzata della civiltà umana. Essa attua una democrazia autentica, l’unica conosciuta nella storia
fino a oggi. Una democrazia che non è solo garante dei diritti individuali, della loro libera
espressione e organizzazione, ma una democrazia sociale che abolisce lo sfruttamento del lavoro e
sostituisce al diktat del capitale la libera associazione dei lavoratori che assumono il controllo dei
mezzi di produzione. Essa mette insieme il cittadino-produttore con il cittadino-consumatore e il
cittadino-politico. Fonda l’universalismo internazionalista, dando gli stessi diritti di cittadinanza a
tutti gli abitanti di Parigi, a quelli di origine “straniera” come a quelli di origine “francese”. Inizia
inoltre ad abolire l’oppressione delle donne. Marx non aveva torto a definire i comunardi come
combattenti partiti “all’assalto del cielo”.
La Rivoluzione dei Taiping rovescia la dispotica autocrazia imperiale della Cina dei Qing, abolisce
il regime di sfruttamento dei contadini da parte della classe dirigente di quel modo di produzione
che io definisco tributario (e i comunisti cinesi “feudale” – ma è una questione semantica di
secondaria importanza). Ma nello stesso tempo la rivoluzione dei Taiping rifiuta le forme di
capitalismo infiltrate nelle fessure del sistema tributario e abolisce il commercio privato. Si oppone
con lo stesso vigore al dominio straniero del capitale imperialistico. E lo fa molto presto, perché è
appunto dalle prime aggressioni dell’imperialismo – la guerra dell’oppio del 1840 – solo dieci anni
prima, che si delinea la riduzione della Cina allo stato di periferia dominata nella mondializzazione
capitalistica imperialistica. In anticipo sul loro tempo, i Taiping aboliscono la poligamia, il
concubinaggio e la prostituzione.
La Rivoluzione dei Taiping – anche loro “figli del cielo” – getta le fondamenta del socialismo come
stadio più avanzato della civiltà umana, formulando la prima strategia rivoluzionaria dei popoli
delle periferie del capitalismo mondiale. Essa è l’antenata della “rivoluzione popolare anti-feudale e
antimperialista” (per utilizzare ancora il linguaggio dei comunisti cinesi) e annuncia il risveglio dei
popoli del Sud (d’Asia, Africa e America Latina) che caratterizzerà il XX secolo. Ad essa si ispira
Mao. Indica la via della rivoluzione a tutti i popoli delle periferie del sistema moderno di
capitalismo mondiale, la via che permette loro di avviarsi verso la lunga transizione socialista.
La Comune di Parigi non è un capitolo della storia della Francia, e i Taiping della storia della Cina.
La portata di queste due rivoluzioni è universale. La Comune di Parigi sostanzia l’internazionalismo
“proletario” che la Prima Internazionale (l’Associazione internazionale dei lavoratori) vuole
sostituire ai nazionalismi sciovinisti, al cosmopolitismo del capitale e alle identità comunitarie del
passato. L’universalismo dell’appello dei Taiping trova il suo simbolo nell’adozione, da parte loro –
“strana”, si dice – della figura di Cristo, che pure è estraneo alla storia cinese. Come un essere
umano sconfitto dai suoi avversari – il potere – può identificarsi con “Dio”, che è invincibile? Per i
Taiping il Cristo non è quello del Cristianesimo della sottomissione che i missionari tentano di
introdurre in Cina, ma è l’esempio esemplare di ciò che deve essere il combattente per la
liberazione degli esseri umani: coraggioso fino alla morte, dimostrando che la solidarietà nella lotta
costituisce il segreto del successo.
La Comune di Parigi e la Rivoluzione dei Taiping dimostrano che il capitalismo non è che una
parentesi nella storia, come ho scritto altrove. Una parentesi breve, dopo tutto. Il capitalismo ha
solo svolto la funzione – onorevole – di aver creato in un tempo storico breve le condizioni che ne
rendono necessario il superamento/abolizione, per permettere la costruzione di uno stadio più
avanzato della civiltà umana. La Comune di Parigi e la Rivoluzione dei Taiping aprono così il
capitolo della storia contemporanea, quella che si sviluppa nel XX secolo e proseguirà nel XXI, con
i capitoli successivi della primavera dei popoli, parallelamente all’autunno del capitalismo.

Al centro della sfida: la dimensione imperialista del capitalismo

Non sembra certo un mistero che le due rivoluzioni che annunciano l’abolizione possibile e
necessaria del capitalismo si siano svolte alle due estremità del continente eurasiatico, in Francia e
in Cina.
All’epoca della Comune la Francia era la seconda potenza capitalistica dopo l’Inghilterra. Ma la
Francia compensava ampiamente il suo “ritardo” economico con una maturazione politica più
avanzata. La ragione è che il capitalismo inglese si è fondato fin dagli inizi soprattutto sui benefici
tratti dall’espansione all’estero. La colonizzazione dell’Irlanda – l’espropriazione dei suoi contadini
a profitto dei signori terrieri inglesi – che risaliva al XVII secolo ha esercitato effetti devastanti
sulla maturazione politica della classe operaia inglese, che peraltro era vittima di un’atroce
pauperizzazione (analizzata da Engels). Ancora Engels segnala molto presto che la classe operaia
inglese si è totalmente allineata all’ideologia filo-imperialista. La colonizzazione dell’America del
nord e soprattutto quella dell’India hanno completato questa deriva.
Invece in Francia lo sviluppo del capitalismo si era incentrato piuttosto sul “mercato interno”, anche
se la brillante colonia di Santo Domingo aveva occupato un posto non trascurabile
nell’accumulazione mercantilistica. Si capisce allora il carattere radicale della rivoluzione francese,
in confronto con quella della Gran Bretagna, da Cromwell alla “gloriosa rivoluzione”. Se ne
comprende anche il carattere complesso e ambiguo, che introduce nel conflitto la dimensione
“borghese” insieme con quella “popolare/contadina”, che doveva essere l’origine della precoce
sortita oltre il capitalismo (i babuvisti). La Comune di Parigi era pensabile in Francia, ma non in
Europa e neppure nel paese capitalista più avanzato (la Gran Bretagna) e tanto meno in quelli
ancora in ritardo (la Germania e gli altri).
All’altra estremità del continente anche la Cina presentava dei caratteri particolari favorevoli a una
precoce maturazione politica. La Cina aveva iniziato molto presto a superare il modo socioeconomico
tributario (qui in una forma solida, “avanzata”), prima ancora dell’Europa. Era in
anticipo di cinque secoli sull’invenzione della modernità (l’abbandono di una religione di salvezza
individuale – il Buddismo – per una specie di laicità a-religiosa ante litteram, lo sviluppo ardito di
rapporti mercantili incentrati sul mercato interno). Rinvio il lettore a ciò che ho scritto altrove su
queste questioni. La Cina ha anche resistito a lungo all’assalto del capitalismo imperialista europeo
(contrariamente all’India e all’impero ottomano): solo nel 1840 i cannoni britannici hanno forzato
le porte del Celeste Impero. Questa aggressione, unita ai progressi precedenti del capitalismo
cinese, ha avuto degli effetti di accelerazione prodigiosi: le diseguaglianze nell’accesso alla terra
(alle quali la logica del sistema tributario opponeva una resistenza in declino) si sono accelerate e il
“tradimento” della classe dirigente (l’Imperatore e l’aristocrazia terriera) si è rapidamente sostituito
agli sforzi di resistenza “nazionale”. Si capisce allora la precocità della rivoluzione dei Taiping e il
suo carattere anti-feudale e antimperialista.
Due grandi rivoluzioni, dunque, ma operanti su due terreni complementari del capitalismo
imperialista mondializzato – il centro e la periferia, cioè ai due “anelli deboli” del sistema globale.
Marx e il o i marxismi storici sono stati all’altezza delle esigenze di analisi di questa realtà del
capitalismo mondializzato, e dunque di quelle della formulazione di una strategia efficace per
“cambiare il mondo”, cioè abolire il capitalismo? Sì e no.
Marx ha ceduto alla tentazione di vedere nell’espansione mondiale del capitalismo una forza che ha
reso omogenee le condizioni economiche e sociali, riducendo i lavoratori del mondo intero
all’identico stato di salariati sfruttati dal capitale nello stesso modo, con la stessa intensità. Su
questa base egli giustificava la colonizzazione, che faceva opera di progresso. E non mancano le
citazioni degli scritti di Marx a sostegno di questa lettura, mettendo in rilievo le “conseguenze”
progressiste della colonizzazione, anche involontarie, cioè malgrado delle pratiche odiose
(denunciate da Marx) in India, Algeria, Sud Africa, Eritrea, o come l’annessione del Texas e della
California da parte degli “yankees” (considerati “lavoratori”, in contrasto con i messicani “pigri”).
In questa logica, Marx condanna i Taiping (di cui in realtà ignora tutto).
Eppure Marx, quando trattava di paesi di cui non ignorava tutto, disegnava un altro giudizio
dell’espansione capitalistica. Marx non vede nulla di positivo nella colonizzazione dell’Irlanda da
parte dell’Inghilterra: al contrario, ne denuncia senza riserve gli effetti distruttivi sulla stessa classe
operaia inglese. Trattando invece della Russia, che gli era meno estranea della Cina, Marx intuisce
che si tratta di un “anello debole” della catena capitalistica mondiale (per usare il termine che sarà
di Lenin) e che risulta perciò possibile una rivoluzione anticapitalistica che apra la strada a un
progresso verso il socialismo. La corrispondenza fra Marx e Vera Zasoulich lo dimostra. A Marx
sembra possibile una rivoluzione dalla forte connotazione contadina, basata sulla resistenza delle
comunità contadine (organizzate nel “mir”), se riescono a liberarsi dallo sfruttamento feudale con
una reale abolizione della servitù, ma tuttavia minacciate di espropriazione a vantaggio dei nuovi
contadini ricchi e dei nuovi latifondisti (gli ex feudali); una rivoluzione che potrebbe aprire una
strada originale in direzione del socialismo.
Lenin, e dunque il marxismo storico “leninista”, fa un grande passo avanti. Lenin denuncia
l’imperialismo. Poco importa che probabilmente per rispetto a Marx lo definisca uno stadio nuovo,
recente, del capitalismo. Ne deriva una duplice conseguenza: la “rivoluzione” non è più all’ordine
del giorno in Occidente, la “rivoluzione” è invece all’ordine del giorno a Est. Lenin non trae
immediatamente questa conseguenza. Esita. Spera sempre, per esempio, che la rivoluzione iniziata
nell’“anello debole” della catena (la Russia) trascini quella dei lavoratori nei centri sviluppati (in
primo luogo in Germania). Legge sempre la prima grande crisi di sistema del capitalismo (iniziata
nel 1870 e che porterà alla prima guerra mondiale) come “l’ultima” del capitalismo moribondo. Ma
Lenin trae rapidamente la conclusione dai fatti: si è sbagliato, la rivoluzione in Europa (in
Germania) è sconfitta, quella (o quelle) prossima punta a est (in Cina, Iran, nell’ex impero
ottomano, nelle colonie e semicolonie).
Lenin comunque non accompagna la sua nuova lettura del marxismo a una riflessione più
approfondita sul posto della Russia nel sistema capitalistico mondiale, quello di periferia (o semiperiferia).
In questo carattere di Russia semi-asiatica egli vede un ostacolo piuttosto che una
possibilità. E neppure vede che la questione contadina è centrale nella nuova “rivoluzione”
all’ordine del giorno. Egli pensa – a torto o a ragione – che le possibilità del “mir” sono state
annullate dallo sviluppo del capitalismo in Russia (titolo di una sua opera giovanile). Ne trae una
conseguenza: la rivoluzione russa darà la terra ai contadini, ma per farne dei proprietari.
E’ dunque Mao l’erede dei Taiping – egli ha tratto fino in fondo la lezione di questa storia. Mao
formula la strategia e gli obiettivi della lunga transizione al socialismo iniziata a partire da una
rivoluzione antimperialista e anti-feudale condotta nelle condizioni imposte alle società periferiche
del sistema mondiale. La definizione dei compiti di questa rivoluzione anti-feudale esprime il
rifiuto assoluto, da parte di Mao, delle illusioni passatiste di ogni genere. La rivoluzione dei popoli
della periferia si inquadra necessariamente nella prospettiva universalista del socialismo.

L’autunno del capitalismo, la primavera dei popoli

Anche se suscettibili di costituire il dritto e il verso della stessa medaglia, l’autunno del capitalismo
e la primavera dei popoli sono ben distinti.
L’emergere della nuova forma di capitalismo – quella dei monopoli – dalla fine del XIX secolo dà
inizio all’autunno del sistema – di questa parentesi nella storia. Il capitalismo ha fatto il suo tempo,
l’epoca breve (solo il XIX secolo) in cui svolge ancora funzioni di progresso si è conclusa. Voglio
dire che se nel XIX secolo le dimensioni “creative” dell’accumulazione capitalistica (la fantastica
accelerazione del progresso tecnologico, rispetto alle epoche precedenti in tutta la storia
dell’umanità, l’emancipazione dell’individuo anche se dei soli privilegiati, limitata e deformata per
gli altri) sono ancora prevalenti rispetto alle dimensioni distruttive (in primo luogo gli effetti di
distruzione delle società delle periferie fagocitate dall’espansione capitalistica indissociabile dal
capitalismo storico), con l’emergere del capitalismo dei monopoli il rapporto fra le due dimensioni
viene nettamente rovesciato a detrimento della prima.
E’ appunto nel quadro della prospettiva a lungo termine che ho svolto l’analisi delle due lunghe
crisi sistemiche del capitalismo “obsoleto” (“senile”): la prima lunga crisi si sviluppa dal 1871-73
fino al 1945-55; la seconda, ancora in corso, inizia un secolo più tardi, dal 1971-73. In questa
analisi ho posto l’accento sul mezzo fondamentale usato dal capitale per superare la crisi
permanente: la costruzione e la crescita vertiginosa di un terzo dipartimento (a completamento dei
due già trattati da Marx - la produzione dei beni di produzione e la produzione dei beni di consumo)
per assorbire il surplus associato alla rendita dei monopoli diventata contemporaneamente rendita
imperialistica. Vi rinvio il lettore.
Lenin aveva iniziato a prendere in considerazione questo cambiamento qualitativo nella natura del
capitalismo. Solo che aveva peccato di ottimismo, credendo che la prima crisi sistemica del
capitalismo fosse l’ultima. Aveva sottovalutato gli effetti perversi e corruttori dello sviluppo
capitalistico nelle società del centro del sistema. Mao, traendo le conseguenze della valutazione
esatta di quegli effetti, ha scelto la pazienza: la strada per il socialismo sarà necessariamente molto
lunga e piena di insidie.
La storia ha confermato la mia analisi, ma devo riconoscere di averla pensata ex post, cioè dopo che
il XX secolo aveva esaurito i suoi effetti.
Nel XX secolo si è verificata una prima fase del “risveglio del Sud”, più esattamente dei popoli,
delle nazioni e degli Stati delle periferie del sistema: partendo dalla Russia (semi-periferia) per
inglobare la Cina, l’Asia, l’Africa e l’America Latina. In questo senso il XX secolo rappresenta la
prima primavera dei popoli di quei continenti. Ho segnalatola serie di avvenimenti importanti che
fin dall’inizio del secolo annunciano quelle primavere – la rivoluzione russa (1905-1917), cinese
(dal 1911 in poi), messicana (1910-20) e altre. Ho inserito in questo quadro il periodo di Bandung
per l’Asia e l’Africa contemporanee (1955-1980), che corona ma insieme conclude questo grande
momento della storia universale. In un certo modo, si può leggere questa risposta dei popoli
dominati dallo sviluppo imperialistico come il seguito del compito iniziato con la rivoluzione dei
Taiping ed esteso a tre continenti.
La Comune di Parigi invece non ha avuto successori nell’Occidente sviluppato. I comunisti della
Terza Internazionale, malgrado i loro tentativi coraggiosi, non sono riusciti a costruire un blocco
storico alternativo al blocco allineato sulla politica dei monopoli imperialisti. E’ questo il vero
dramma del XX secolo: non le insufficienze del risveglio delle periferie, ma la sua assenza nei
centri. Le insufficienze delle nazioni periferiche – che diventeranno fatali derive - sarebbero state
probabilmente superate se i popoli dei centri avessero infranto l’allineamento filo-imperialistico.

Le primavere dei popoli fiorite nel corso del XX secolo hanno esaurito i loro effetti. Di deriva in
deriva, hanno finito per crollare di fronte alla controffensiva del capitale, ricadendo a destra. Il
crollo si è manifestato con la serie di controrivoluzioni trionfanti a partire dal 1990. Le possibilità,
che pure esistevano per questi sistemi sfiancati e in crisi, sia di evolvere a sinistra, sia di
stabilizzarsi su formule di centro sinistra, mantenendo una prospettiva per il futuro, sono state
infrante da una triplice congiuntura: le insufficienze delle proteste popolari, limitate a
rivendicazioni genericamente democratiche, dissociate dagli aspetti sociali e geopolitici; le risposte
dei poteri, esclusivamente repressive; gli interventi dell’Occidente imperialista. In questa
situazione, affermare che le “rivoluzioni” dell’Unione Sovietica e dei paesi dell’Est europeo
(1989-91) sono state “primavere dei popoli”, suona tragicamente farsesco. Quei movimenti, basati
su gigantesche illusioni circa la realtà capitalistica, non hanno prodotto nulla che possa considerarsi
positivo. I popoli interessati attendono ancora la loro primavera, che forse un giorno verrà.
Per tutto il XX secolo e fino a oggi, l’autunno del capitalismo e la primavera dei popoli (anche se
limitata ai popoli delle periferie) sono stati dissociati. Per questo l’autunno del capitalismo ha
costituito l’elemento motore dell’evoluzione, che si è mossa verso una crescente barbarie, che è la
sola risposta logica che risponde alle esigenze di mantenere il dominio del capitale. In primo luogo,
la barbarie imperialista, moltiplicata mediante il controllo militare del pianeta da parte delle forze
armate degli Stati Uniti e dei loro alleati subalterni (la NATO), a beneficio esclusivo dei monopoli
dell’imperialismo collettivo della Triade (Stati Uniti, Europa, Giappone). Ma poi anche le risposte
delle loro vittime – i popoli del Sud – che hanno deragliato verso illusioni passatiste, portatrici a
loro volta di barbarie.
Questo rischio – che oggi è la realtà dominante – continuerà a permanere intero finché i passi avanti
verso l’incontro fra l’autunno del capitalismo e la primavera dei popoli – di tutti i popoli, delle
periferie ma anche dei centri – non saranno abbastanza decisivi da aprire la prospettiva socialista
universalista. Il XXI secolo sarà un remake del XX, con i tentativi di liberazione dei popoli del Sud
contrastati dall’allineamento filo-imperialista di quelli del Nord? Tornerò su questa questione, in
un’ulteriore riflessione sulle sfide del nostro tempo.

Dal Muro dei Federati a Parigi al Museo dei Taiping a Nanchino

Negli anni della mia giovinezza avevo sempre partecipato, ogni anno, alla manifestazione al Muro
dei Federati, organizzata dal partito comunista. Con emozione. Con la stessa emozione che ho
ritrovato il 28 maggio 2011 di fronte allo stesso Muro. La mia convinzione che la Comune di Parigi
esprimesse per la prima volta, col pensiero e l’azione, l’esigenza di uscire dal capitalismo per
impegnarsi nella costruzione di uno stadio più avanzato della civiltà umana, non è mai venuta
meno.
La visita al Museo dei Taiping a Nanchino mi ha commosso e istruito con la stessa intensità. Là ho
capito che gli avi del maoismo avevano pensato e agito nella stessa direzione.
Resta da costruire il ponte fra queste due rive del mondo polarizzato costruito dal capitalismo,
imperialista per sua natura. E’ il compito di una Quinta Internazionale, oggi più che mai la necessità
del nostro tempo.

Traduzione di Nunzia Augeri

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VIDEO INTERVISTA ALL'ECONOMISTA SAMIR AMIN SULLA CRISI: L'AUTUNNO DEL CAPITALISMO

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La Comune: un grido di speranza che sempre riemerge dall’ombra di Maria Grazia Meriggi
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