Martedì 10 Dicembre 2019 - Ultimo aggiornamento 22:18
MioGiornale.com
Logo ControLaCrisi.org
Filtra per luogo...
Filtra per tema...
Filtra per data ...
Nascondi
La Comune di Parigi: un anniversario dimenticato nell'Italia del 2011
.

Il 18 marzo 2011 ricorreva il 140° anniversario della Comune di Parigi. Controlacrisi non mancò l'appuntamento riproponendo una splendida conferenza di Lelio Basso. Però tranne Liberazione e Alias stampa e media mainstream hanno completamente ignorato la ricorrenza. Ma la migliore celebrazione è stata l'ondata di mobilitazioni planetarie dall'Egitto alla Spagna fino a Occupy Wall Street che hanno raccolto il testimone dei comunardi parigini del 1871. Ci sembra utile proporre un articolo della storica Maria Grazia Meriggi apparso sulla rivista del PRC SU LA TESTA nel maggio scorso.

La Comune: un grido di speranza che sempre riemerge dall’ombra

Maria Grazia Meriggi

In  un  saggio di ormai quarant’anni fa ma ancora attuale per i contenuti e ancor più per il metodo, il grande storico Georges Haupt distingueva il significato della Comune come simbolo e come esempio. Nessuno dei due aspetti coglie interamente la realtà sociale di quell’evento remoto che è al tempo stesso una fine – della composizione di classe che l’ha promossa, delle rivoluzioni delle barricate e delle strade – e il principio del mito che ancora si deve adempiere, dell’autogoverno dei proletari. Ma anche il principio di un nuovo movimento operaio che si organizza a partire dalle società di mestiere e che fa politica a partire dai problemi del mercato del lavoro e del suo governo e in seguito dell’organizzazione del lavoro e del suo governo.

Il breve periodo di vita della Comune è stato accompagnato – destino condiviso da molte rivoluzioni al loro esordio - dalla guerra e dall’emergenza e la Comune è stata schiacciata da una repressione di spaventosa violenza che ha decapitato una intera generazione e fatto varare leggi contro l’Internazionale che hanno a lungo impedito e comunque ostacolato la circolazione di militanti da un paese all’altro, e limitato al massimo la discussione politica dei congressi operai che pure continuano. La cosiddetta Prima Internazionale, che si voleva  partito operaio internazionale, appunto, anche se di fatto è stata soprattutto un arcipelago di associazioni diverse,  finisce con la Comune anche se la sua data di scioglimento è successiva. La generazione dei militanti che nel corso del decennio successivo ricominciano a tessere relazioni fra società di mestiere, circoli operai, e ben presto borse e camere del lavoro rimanda l’assalto al cielo al momento in cui questo mondo avesse raggiunto la massa critica per candidarlo al governo dell’economia e dello stato, dunque, in quel contesto, alla rivoluzione. C’è una cesura provocata dalla repressione fra i rivoluzionari della Comune e i “moderati” dei congrès ouvriers degli anni Settanta e Ottanta che però si riconoscono in quanto operai e salariati e un’altra cesura fra questi e coloro che costruiranno le grandi organizzazioni nazionali politiche e sindacali della cosiddetta II Internazionale. Ma un filo li lega e il lavoro di nessuna di queste fasi e generazioni è stato inutile.

La repressione spaventosa esercitata dalla Repubblica moderata di Thiers non deve però nascondere le solidarietà che i comunardi hanno suscitato in un’opinione repubblicana  e operaia che pure in qualche caso non aveva osato seguirli. Perché nella Comune ci sono anche il patriottismo e l’orgoglio nazionale – della nazione della grande Rivoluzione – della difesa del suolo di Parigi dai prussiani che né il I né il III Napoleone avevano saputo fermare. C’è anche una insofferenza popolare non solo operaia verso il prolungarsi della festa imperiale edificata col salasso fiscale dei piccoli mestieri.

Victor Hugo  ancora nei Miserabili descrivendo i moti repubblicani del 1832 depreca l’insurrezione del giugno 1848, la prima insurrezione degli interessi proletari che partono da sé. Scrive della barricata del faubourg Saint-Antoine: «In quel riparo c’era qualcosa di una cloaca, e qualcosa di olimpico in quell’ammasso. Vi si vedeva un disordine pieno di disperazione, dei colmi di tetto, dei pezzi di mansarde ancora con la carta da parati, dei telai di finestra con tutti i vetri piantati nelle rovine, in attesa del cannone. [… ] mille povere cose che anche un mendicante avrebbe rifiutato, che contengono al tempo stesso il furore e il nulla. Si sarebbe detto che c’era lo straccio di un popolo, uno straccio di legno, di ferro, di bronzo, di pietra e che il faubourg Saint-Antoine l’avesse spinto alla sua porta con un colossale colpo di scopa, facendo, della sua miseria, la sua barricata». A distanza di tanti anni e pur essendo passato attraverso l’opposizione all’Impero e l’esilio, Hugo trovava ancora imperdonabile quell’insurrezione che partiva dagli interessi e dai bisogni e aspirava a prevenire l’estensione senza riserve del mercato del lavoro.

Ben diversa la considerazione di Hugo per i comunardi e soprattutto per Louise Michel con cui aveva intrattenuto una lunga corrispondenza: nel 1876 Hugo unisce la sua autorevole voce a quella dei radicali per ottenere un’amnistia che ricomponesse il consenso intorno alla Repubblica, che sarà ottenuta nel 1879 e poi 1880. I militanti di quella rivoluzione popolare, repubblicana, federalista, e anche socialista, tornano in un movimento che li riconosce come antenati ormai remoti.

Ma che cos’era stata la Comune come esempio, come realtà sociale? Aveva cercato certamente di rispondere alle aspirazioni della République démocratique et sociale del ’48, in quanto, anche, erede della République nivéleuse del 1793. Il 20 aprile abolisce il lavoro notturno delle panetterie cercando di imporre tale misura con interventi diretti nei negozi. Il 16 emana un decreto per la requisizione delle fabbriche e manifatture abbandonate dai proprietari assimilati così a disertori. Il decreto prevedeva di assegnarle a cooperative indennizzando i proprietari. Vengono reintrodotte la giornata lavorativa di 10 ore e – anche questa è una vecchia rivendicazione del ’48- l’elezione dei dirigenti. Vengono abolite le multe e trattenute sui salari nelle imprese sia pubbliche sia private. Viene fissato un salario minimo per gli appalti pubblici e sono soppressi gli uffici di collocamento privati, che salassavano gli operai, sostituiti da uffici municipali.

Sono, da una parte, rivendicazioni profondamente radicate nelle esigenze dei salariati: nonostante la scarsa presenza di grandi imprese nella Francia di quei decenni si poteva già parlare in ogni senso di classe operaia. Dall’altra – si pensi al collocamento e agli appalti- sono rivendicazioni in cui riconosciamo richieste sindacali ancor oggi attuali: la discussione operaia novecentesca fa talvolta dimenticare che la precarietà è stata la condizione operaia normale almeno fino agli anni Dieci del Novecento e il collocamento era una posta in gioco importante ieri come è tornata ad esserlo oggi. Ma nella Comune si esprime ancora un mondo del lavoro che ha nel mestiere il suo orgoglio e la sua forza. Oggi tutti ricordano l’adesione alla Comune di Gustave Courbet per la rimozione – non la distruzione- della colonna Vendome. Ma artisti, per la Comune, erano anche l’eccellente bronzista e dirigente sindacale Zéphirin Camelinat o quel tagliapietre e scalpellino Perret poi esiliato a Bruxelles che sarà il padre di Auguste, l’architetto “poeta del cemento armato”.

Poi, come ha ricordato Lelio Basso in un lontano intervento del 1971, la Comune è insieme espressione e ispirazione di un governo dal basso non solo perché diretto dal popolo “minuto” e dagli operai ma perché radicato nell’esperienza locale.  Basso, a cui si devono la raccolta appassionata di un ricco fondo di riviste e pubblicazioni della e sulla Comune presso la Fondazione a lui intitolata e da lui fondata e l’iniziativa di una serie di pubblicazioni ad essa dedicate, ha giustamente scritto che la Comune non fu né proudhoniana né marxista né blanquista e giacobina ma contiene idee ispirate a tutte queste tradizioni e tuttavia è soprattutto prodotta dal precipitare, in un tempo di crisi, di una lunga storia di pratiche e di aspirazioni. E’ un’esperienza in cui convergono aspirazioni operaie e più ampiamente popolari ed è forse una delle ultime manifestazioni unitarie di una Parigi popolare che si era risvegliata grazie anche alle aperture della fase liberale dell’Impero suscitando una rete di organizzazioni professionali, cooperative, circoli. Eugène Varlin  nel cui tragico destino si riassume la repressione del maggio – sarà abbandonato al linciaggio della folla prima di essere fucilato a Montmartre – era noto per aver fondato la cooperativa La Menagère e il ristorante cooperativo La Marmite, fra il ’67 e il ’68. E fino allora aveva fiancheggiato militanti dell’Internazionale come Tolain che avrebbero arretrato davanti alla prova dell’assalto al cielo.

Che cosa ha reso dunque la Commune così minacciosa, oltre le sue intenzioni stesse e le sue azioni e che cosa ne ha tuttavia permesso la reintegrazione nella leggenda repubblicana? Il tentativo di governare non solo in nome dei lavoratori ma attraverso di essi e disintegrando le strutture centralizzate del potere: questo è il merito che Marx nonostante tutto tributa alla Comune. Ma alle classi dirigenti emerse dal crollo dell’Impero, bastava ampiamente il primo merito o, per esse, la prima colpa.

La République radicale, riformatrice e aperta a parziali aspirazioni del movimento operaio, invece, poteva reintegrare se non le pratiche della Comune il suo ricordo per quanto essa aveva di epopea repubblicana contro il ricordo dell’assemblea rifugiata a Versailles che aveva preferito consegnare  Parigi ai prussiani piuttosto che ai suoi operai.

Che cosa significa allora per noi, oggi, la Comune? Secondo me innanzitutto il suo mito. Il mito di primo governo non solo per gli ma degli operai, egualitaria ma suscitatrice di energie locali: in fondo anticipatrice di quel socialismo municipale che è stato una delle acquisizioni concrete più rilevanti di tutta la lunga esperienza del mondo del lavoro al governo.

Poi la consapevolezza che le rivoluzioni non si misurano dall’adeguamento agli insegnamenti dei  maestri – Marx aveva avuto non poche perplessità sulle possibilità di quella insurrezione – ma per quello che sono, momenti di pratica collettiva in cui emergono esperienze del passato e immagini dell’avvenire.

Infine e forse soprattutto – qui faccio un po’ il mio mestiere ma anche Courbet sarebbe stato d’accordo, e anche Camelinat: il mestiere è libertà e vita, come diceva Rinaldo Rigola – l’esperienza del lascito della Comune nel successivo movimento  operaio francese ci suggerisce delle riflessioni sul passaggio di testimone fra esperienze e generazioni. Certamente Benoit Malon e Jules Guesde erano stati comunardi ma Guesde diventa il grande dirigente che è certamente stato su linee e pratiche lontanissime da quelle comunarde. L’anima della Comune, Louise Michel, non riesce a interpretare in seguito se non un ruolo sacrificale e non manca nemmeno un reduce come Rochefort che  esalterà l’aspetto patriottico della Comune fino al nazionalismo e all’antidreyfusismo. La necessità di distinguersi dal sospetto di sovversione politica  costringe i militanti a radicarsi nelle organizzazioni di mestiere e i problemi degli anni Dieci del secolo, fra grosso modo riformisti e intransigenti, non ripercorrono la vecchia contrapposizione fra internazionalisti moderati (Tolain) e comunardi (Varlin). Ma avere assicurato la continuità di una testimonianza ha permesso di non lasciare mai il mondo del lavoro senza un riferimento, senza una narrazione. Mi domando se questo non valga anche per noi “vecchi compagni e vecchie compagne”. Forse una nuova sinistra di classe e di massa si farà senza di noi ma non aver lasciato il mondo del lavoro senza un riferimento e senza una narrazione non sarà stato inutile.



Dona il tuo 5x1000 a controlacrisi