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LasciateCIEntrare, una campagna per restare umani

LasciateCIEntrare. Di nuovo. Lo chiedono Fnsi, Art. 21, European Alternatives, Cgil, rete Primo Marzo, Giù Le Frontiere, Asgi, Open Society Foundation insieme a tante altre associazioni nazionali e internazionali e partiti della sinistra italiana durante la settimana di mobilitazione iniziata oggi, 23 aprile – all'interno della campagna europea OPEN ACCESS NOW - davanti ai Centri di identificazione ed espulsione per migranti sparsi sul territorio nazionale, per riportare l'attenzione pubblica su questo tema.

Fino al 28 aprile saranno nove le manifestazioni e gli appuntamenti che porteranno parlamentari, operatori dell'informazione e sindacalisti davanti ai cancelli dei Cie e, prefetture permettendo, anche dentro le strutture, per chiedere l'abolizione delle detenzioni amministrative (ovvero detenzione per le persone trovate senza documenti), che con l'ultimo governo di centrodestra sono state portate da un periodo di 6 a uno di 18 mesi. “Un periodo lunghissimo, inaccettabile, che viola ogni diritto umano, anche perché chi si trova là dentro non ha commesso alcun reato se non quello di non avere i documenti”, denuncia il responsabile nazionale immigrazione della Cgil, Pietro Soldini, che fin dall'inizio ha partecipato alla campagna LasciateCIEntrare che ha già ottenuto l'anno scorso un primo importante risultato: consentire di nuovo ai giornalisti l'accesso nei Cie previa autorizzazione della prefettura. Diritto, questo, che era stato negato dal Ministro Maroni con un'apposita circolare (la n. 1305) il primo aprile dell'anno scorso.

Purtroppo, però, questa prima “vittoria” non è bastata per garantire la reale libertà di informazione - fa sapere il sindacato dei giornalisti – molte richieste di accesso vengono ancora negate o ottenute con estrema difficolta. “Dopo la prima mobilitazione dello scorso luglio e la sospensione del divieto per i giornalisti di entrare nei Cie disposta a dicembre 2011 dal nuovo ministro Cancellieri – scrive la Camera del lavoro di Modena che, domani 24 aprile alle 9 in punto, sarà presente davanti al Cie cittadino insieme a Pd, Rifondazione comunista e Sel - è però de facto difficile garantire libertà di informazione. Capire e raccontare cosa accade in questi luoghi è estremamente difficile a causa della discrezionalità con la quale le richieste di accesso vengono gestite e trattate".

Gli appuntamenti previsti davanti ai Cie finora, cui se ne aggiungeranno altri durante le prossime ore, sono: 23 aprile, Trapani e Bologna, 24 aprile Modena, 25 aprile Milano, 27 aprile Roma, Caltanisetta e Torino, 28 aprile Isola Capo Rizzuto e Gradisca D'Isonzo.

La Campagna chiede, oltre allalibertà di accesso per i giornalisti, anche la modifica immediata della legge Bossi-Fini, che finora ha causato alcune aberrazioni e violazioni dei diritti umani più volte denunciate. Basti pensare che nei Cie finiscono ogni mese persone che per anni hanno lavorato nel nostro Paese regolarmente ma, a causa della perdita del posto di lavoro, finiscono per diventare irregolari, oppure ex detenuti che dopo aver finito di scontare in Italia pene a volte anche lunghissime passano direttamente dal carcere al Cie, o infine ragazzi e ragazze nati in Italia ma da genitori immigrati che a diciottanni diventato "stranieri" nel loro Paese.

Alcuni casi passati all'onore della cronaca nazionale negli ultimi tempi sono al centro della protesta e pongono interrogativi forti a un paese democratico come il nostro. Tra questi difficile dimenticare il caso di Nadia, 19 anni, che abbiamo raccontato qui. Oppure il caso di Andrea e Senad, due fratelli ventenni nati a Sassuolo da genitori bosniaci costretti a rimanere nel Cie di Bologna per settimane perché come molti giovani loro coetanei erano disoccupati e quindi senza possibilità di rinnovare il permesso di soggiorno. Solo grazie all'interessamento di associazioni locali che hanno procurato ai due un avvocato, un giudice di pace potuto decidere la loro liberazione, decretando che “chi è nato in Italia non può essere rinchiuso in un Cie”.

O ancora la storia di Said, giovanissimo uomo di origine marocchina fermato mentre si accingeva a sposarsi in Comune con una ragazza italiana, portato al Cie e poi di nuovo rilasciato per il clamore che la vicenda aveva suscitato dopo che alcuni giornalisti ne avevano scritto; e, infine, l’ultima vicenda in ordine cronologia raccontata sui giornali, quella di Mossaab, nato in Italia, tunisino di origine e fidanzato con un'italiana, sparito all’improvviso senza lasciar traccia e ritrovato dentro un Cie giorni dopo perché privo del permesso di soggiorno.

Ma se questi sono i casi denunciati sulla stampa, molti altri ancora rimangono nascosti da sbarre di indifferenza che è difficile continuare a tollerare. Jean-René Bilongo, che si occupa di immigrazione per la Cgil, ricorda la campagna L'Italia sono anch'io, lanciata da diverse organizzazioni e associazioni nazionali, che ha ottenuto molte più firme di quelle necessarie a favore di due iniziative di legge popolare per la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia o arrivati da piccolissimi e per il diritto di voto amministrativo a chi soggiorna e lavora nel nostro Paese da almeno cinque anni.

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