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Musica. Esce “Americana" di Neil Young, un ritorno alle origini
Neil Young per una volta si libera dall’impegno di dover scrivere brani originali e per uno che possiamo tranquillamente considerare tra i primi 10 songwriters nella storia della nostra musica, non è poco. Lo scorso 5 giugno è stato infatti pubblicato “Americana” , album di Neil Young che segna, dopo sedici anni, il ritorno al gran completo della collaborazione con i fidi Crazy Horse. Sono 11 tracce in cui il Nostro rilegge , alla sua maniera, pezzi che appartengono alla storia della Nazione America. Scelta conformista per suoni e versioni anticonformiste dove le chitarre sgangherate di Young e Frank “Poncho” Sampedro, trasformano melodie folk in chilometriche disgressioni che suonano come della jam sessions suonate in vecchi granai di legno in qualche prateria. La copertina, in uno splendido seppiato, mostra una vecchia foto del 1975 con Neil e i Crazy Horse, sovrapposta a una foto di Geronimo di 70 anni prima su un’automobile del primo Novecento. Il retro, invece, è Cavallo Pazzo che cavalca selvaggio volando su una carovana di pionieri. Il contrasto è evidente e il gioco dei contrasti è ancora più evidente nelle musiche di “Americana".
Young ferma con musiche adrenaliniche, vecchi testi. Rilegge “Oh Susannah” (peraltro già provata live lo scorso novembre in uno splendido duetto con Dave Matthews), con un ritornello contagioso e un ritmo quasi funky, la tragica canzone “Clementine” (storia di una tragedia in una miniera) è pervasa da un oscuro senso di disperazione, che rimanda alla sua grande “Down By The River” per l’epica del racconto. La famosa “Tom Dula”, meglio conosciuta come “Tom Dooley” che molti ricorderanno nella versione folk dei Kingston Trio, è resa con brutalità e senso del tragico come una marcia Zombie al ritmo dei Crazy Horse. Radici Doo Wops riecheggiano, con la sezione ritmica del basso di Billy Talbot e il drumming di Ralph Molina, in una festosa “Get A Job". Crazy Horse? Forse la migliore garage band di tutti i tempi… La splendida “Wayfaring Stranger" ci mostra il Neil Young più intimista. La sua è una splendida versione anche se io adoro quella di Emmylou Harris (ma anche quelle di Johnny Cash e di Peter Paul And Mary non erano male). Non poteva mancare Woody Guthrie con il classico “This land is Your land” , ove troviamo, alle voci, la moglie Pegi e l’amico/nemico Stephen Stills. Il canadese sembra davvero divertirsi a pescare nel passato, ricordando forse i suoi esordi nel 1963 con gli Squires , si diverte a santificare e nello stesso tempo a dissacrare un’epoca. A dipingere di nuovi colori, vecchi quadri. Gli stessi Led Zeppelin non avevano osato tanto quando, nel 1970 fecero una cover di “Gallows Pole”. Ascoltate la versione di Young e vi renderete conto di come la sua personalità abbia permesso di dare nuove vesti a vecchi brani. Quasi un approccio punk, iconoclasta. Non è un caso quindi che l’ultimo brano dell’album sia “God Save The Queen”, nulla a che vedere con la furbata dei Sex Pistols, non è infatti una scelta irriverente, ma un ripescaggio culturale. Il brano appartiene anche alla storia americana. Un giudizio, quindi, complessivamente positivo. Per quanto mi riguarda adoro il fatto che Neil Young se ne freghi delle leggi di mercato (è vero se lo può anche permettere). Che pubblichi ciò che vuole senza seguire la ferrea legge dei discografici. Ben vengano, quindi, altri Archives, altre covers, altri dischi elettrici alternati a morbide ballate acustiche. Buon ascolto!
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