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L'inchiesta. La Calabria in cattive acque
Ancora una volta la Calabria è teatro di esasperazioni e conflitti. Perché profitto e bene comune sono due concetti che fanno a pugni. Ecco un esempio lampante di cosa succede se il privato gestisce i servizi pubblici.

La gestione privata dei servizi idrici. Quattro imprenditori calabresi accedono a una cassaforte, prendono le buste contenenti le offerte per le gare d’appalto, le controllano e le sostituiscono con una migliore, la loro. Poi richiudono la busta e la rimettono in cassaforte. Il tutto con l’“aiutino” di qualche funzionario pubblico. Dove è successo? In Calabria. Come? Semplicemente rimuovendo dalle buste la ceralacca. “Ceralacca”, appunto, è il nome dell’inchiesta condotta dalla Guardia di finanza di Reggio Calabria che, il 9 marzo scorso, ha eseguito nove ordinanze di custodia cautelare in carcere e sequestrato beni per 8 milioni di euro. Gli arrestati sono: quattro imprenditori, un funzionario della Provincia di Reggio, un usciere e tre funzionari della Sorical, la società a capitale misto - 53,50 per cento delle azioni alla Regione Calabria e 46,50 a Acque di Calabria spa (del Gruppo Siba-Veolia environment) - che con mandato trentennale gestisce le risorse idriche calabresi. Ecco uno spaccato di “mala gestione” dei servizi pubblici. E non sono solo le gare ad essere sporche, ma anche le acque. Un’altra operazione giunge in quel di Calabria: “Acqua sporca”. L’indagine della procura di Vibo Valentia inizia tre anni fa dopo numerose segnalazioni dei cittadini su colore, sapore e odore dell’acqua potabile che dall’invaso artificiale dell’Alaco (territorio comunale di Brognaturo), finisce nella rete idrica pubblica. E il 15 maggio scorso la procura di Vibo dispone il sequestro preventivo dell’impianto dell’Alaco e di 57 apparati idrici. Sequestro convalidato dal Gip (giudice per le indagini preliminari) il 29 maggio. La diga in questione serviva decine di paesi dal vibonese al catanzarese, entrando nelle case e nei rubinetti di circa 400mila persone. Pesanti le ipotesi di reato: avvelenamento colposo di acqua e frode in pubbliche forniture in concorso con alcuni dirigenti della Sorical, per un totale di 26 avvisi di garanzia.

I conti non tornano. Da tempo il Coordinamento calabrese Acqua pubblica “Bruno Arcuri” solleva la questione delle partecipate. Già da quando, lo scorso dicembre, la Corte dei Conti aveva rilevato alcune anomalie sulle tariffe applicate dal gestore ai Comuni calabresi: un unicum nazionale, con conseguente menomazione dei diritti e degli interessi dei cittadini. La normativa nazionale, per situazioni come quella calabrese dove non è ancora entrato in vigore il cosiddetto metodo “normalizzato” (la formula che gli enti locali usano per determinare la tariffa tenendo conto anche degli investimenti effettuati), prevede che la tariffa idrica sia fissata «dal legislatore statale». Il compito spetta in particolare al Cipe (il comitato interministeriale per la Programmazione economica della presidenza del Consiglio dei ministri). Concetto ribadito anche dalla Corte Costituzionale: le Regioni non possono decidere sugli adeguamenti tariffari del settore idrico. In Calabria invece gli adeguamenti sono stati decisi proprio con delibere regionali, perciò in maniera illegittima. La partecipata vende acqua a 385 comuni, di cui ben 300 morosi. Secondo i conti del Coordinamento le amministrazioni comunali calabresi hanno sborsato in più, al 31 dicembre 2008, circa 30 milioni di euro. A Sorical spettava anche l’attuazione di un piano di investimenti: progettazione e realizzazione di opere necessarie sul territorio. Cento milioni di euro da investire, nei primi cinque anni. Ma le opere sono rimaste tutte sulla carta. Da parte sua, Veolia dichiara la chiusura in rosso del bilancio 2011: chiude qualche rubinetto e fa sapere che intende lasciare la regione per rifocalizzarsi sui “mercati forti”, tra cui di certo non viene contemplata la Calabria. Veolia lascia, dunque, ma prima chiede i danni.

La reazione. La parte calabrese del Forum nazionale dei movimenti per l’acqua pubblica, intanto, prosegue. Presentando una diffida alla Regione in cui chiede di «adottare in tempi brevi un testo unico regionale sull’acqua che recepisca l’esito referendario». Non solo, come da principio costituzionale, si chiede che vengano riattribuite le competenze indebitamente sottratte ai Comuni. In Calabria lo scorso anno oltre 800mila calabresi hanno votato il referendum chiedendo la gestione pubblica, partecipata e democratica dell’acqua bene comune. E 800mila calabresi sono la maggioranza assoluta della regione, consensi che superano anche quelli del super presidente Scopelliti.

E gli enti pubblici? In un mare di guai, è proprio il caso di dire. Tra gli avvisi di garanzia relativi alla vicenda dell’Alaco, spicca quello a Sergio Abramo: neosindaco di Catanzaro (nonostante il marasma elettorale del capoluogo calabrese), nonché presidente di Sorical. Abramo ha dichiarato la sua assoluta e totale estraneità ai fatti oggetto dell’indagine: «Il presidente della Sorical non ha alcuna responsabilità gestionale e tale circostanza sarà presto chiarita al magistrato, al quale ho già chiesto, tramite il mio legale, di essere al più presto sentito», si difende il sindaco. Contemporaneamente il governatore Giuseppe Scopelliti, nel corso di una conferenza stampa, conferma il prossimo abbandono di Veolia e difende la scelta della Sorical di tagliare l’acqua ai Comuni morosi. E, soprattutto, riconferma la ferma volontà di mantenere una gestione privata, annunciando un bando per la scelta di un nuovo socio privato, a cui addirittura adesso si potrà anche affidare la maggioranza assoluta delle quote societarie. La gestione privata, del resto, funziona talmente bene.

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