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G8, confermate le condanne a 10 manifestanti scelti nel mucchio
Prendere a calci un vetro già andato in frantumi è più grave di uccidere un diciottenne che torna a casa senza commettere alcun reato. Solo ritocchi dalla Cassazione alle sentenze genovesi per i dieci manifestanti scelti a casaccio tra i trecentomila che contestarono il G8 del 2001. Al di là del maquillage resta - agghiacciante - la condanna a un secolo di galera complessivo per devastazione e saccheggio, reati gravissimi pensati da quel Rocco che scrisse per il duce un codice di leggi di polizia negli anni '30 ancora in voga nei palazzi di giustizia italiani.
Occhi rossi nell'aula del secondo piano del Palazzaccio, sede della Cassazione, quando il presidente della Prima sezione sciorina il dispositivo della sentenza definitiva per uno dei tre grandi processi scaturiti da quelle tre giornate genovesi del luglio di undici anni fa. Nello stesso contesto, solo otto giorni prima, era stata pronunciata una sentenza di segno opposto contro i vertici della polizia di stato e alcuni agenti colpevoli a vario titolo del massacro di 92 cittadini europei alla scuola Diaz e del loro arresto illegittimo. E più di cento persone, raggiunte dalla notizia mentre era in corso un presidio a Trastevere, si muovono in corteo sfilando sotto il ministero di Giustizia. Sono le stesse che, in mattinata, avevano “bombardato" di musica il Palazzaccio mentre al secondo piano si teneva il dibattimento. Acrobati che pendevano da uno dei pini marittimi di Piazza Cavour e scatoloni con trentamila firme raccolte dalla campagna “10X100, Genova 2001 non è finita" consegnate alla segreteria del Presidente Lupo.
Ma la corte ha pressoché assecondato le richieste del procuratore generale. Ha solo reso più miti 8 condanne ad altrettanti manifestanti rigettando in toto i ricorsi di altri due. Dopo tre ore di camera di consiglio, infatti, ha annullato con rinvio la sentenza della Corte d'Appello di Genova del 9 ottobre 2010 limitatamente alla mancata concessione delle attenuanti generiche nei confronti di Carlo Arculeo (in appello 8 anni), per Carlo Cuccomarino (8 anni) e per Antonino Valguarnera (8 anni).
La Suprema Corte ha inoltre annullato senza rinvio limitatamente al reato di detenzione di bottiglie incendiarie nei confronti di Luca Finotti (10 anni e 9 mesi in appello), Vincenzo Vecchi (13 anni), Marina Cugnaschi (12 anni e 3 mesi) e Francesco Puglisi (in appello 15 anni). Di conseguenza la Suprema Corte ha ridotto la pena per Puglisi a 14 anni e nei confronti degli altri 3 ha operato una riduzione delle pene pari a 9 mesi.
Una decisione che va a determinare le condanne di appello che due anni fa erano state pari ad un secolo per i 10 imputati. In pratica, per cinque persone verranno rideterminate le pene se il tribunale di Genova riconoscerà l'attenuante di aver agito suggestionati da una folla in tumulto. La pubblica accusa di piazza Cavour rappresentata da Piero Gaeta aveva chiesto, invece, di confermare completamente la sentenza di secondo grado, nella convinzione che, «durante il G8 di Genova fu messa in discussione, dal profondo devastamento subito dalla città, la vita pacifica dei genovesi».
«Ma l'ordine pubblico - e tantomeno il vivere sociale dei genovesi non è stato assolutamente violato», spiega a Ombrerosse Simonetta Crisci, una dei difensori dei manifestanti citando la memoria di Dario Rossi, genovese del legal forum, consegnata in appello per spiegare come la città fosse desertificata e l'ordine pubblico in balìa di quindicimila armati di ogni corpo che decisero dove agire e dove non farlo. Di genovesi nemmeno l'ombra. «Non ci furono scorribande ma solo un passaggio in spazi consentiti da quei 15mila - dice ancora Crisci - la devastazione implica che i danneggiamenti costituiscano un impedimento concreto, cosa che a Genova non avvenne».
Ma l'argomentazione non ha convinto chi avrebbe potuto smontare un teorema e, invece, s'è dimostrato «timido» di fronte a una sentenza piena di incoerenze e senza adeguate motivazioni a condanne pesantissime. Si apriranno le porte della galera per punire comportamenti simbolici e con largo uso di quel concetto di concorso morale che invece non è stato applicato a De Gennaro dalla Cassazione di fronte a prove ben più concrete di quelle a carico di persone che, senza mai conoscersi, hanno condiviso solo la presenza a Genova quel 20 luglio di undici anni fa.
«Lo stesso gesto - ricorda anche l'avvocato Francesco Romeo - che per alcuni dei dieci ha fruttato una condanna per altri non è stato considerato. Adesso cinque persone devono entrare in carcere e altre cinque devono rifare il processo per la rivalutazione delle attenuanti ma ingiustizia è fatta per la sproporzione abissale delle pene, per danni solo a cose, merci, edifici, rispetto ai funzionari e agenti della Polizia che, pochi giorni fa, hanno chiuso un percorso processuale per sevizie senza pagare alcun prezzo alla giustizia. Perché le loro dimissioni dalla Polizia sono solo una sanzione amministrativa».
Dirà Paolo Ferrero a commento della sentenza: «La riduzione delle pene per 8 dei 10 imputati non può farci sentire soddisfatti né sollevati: i manifestanti - che non erano black block - sono diventati il capro espiatorio di un massacro messo in atto dalle forze dell'ordine per la quale al contrario la catena di comando è rimasta impunita. Le responsabilità di De Gennaro hanno avuto come esito la sua promozione a sottosegretario. Evidentemente in Italia infrangere una vetrina richiede una punizione, torturare le persone no. La macelleria messicana non ha fracassato solo i corpi ma anche le regole democratiche».
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