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MUSICA. Il nuovo album di Bettye Lavette. Che voce!
Bettye Lavette è uno di quei meravigliosi misteri della musica contemporanea. Quasi 50 anni di carriera (ha 66 anni compiuti lo scorso gennaio) la grande cantante americana non ha avuto un percorso lineare: ha peregrinato in varie case discografiche e dopo uno sporadico successo legato più ai singoli (“Let me Down Easy" nel 1965, tra gli altri) che ad album importanti. Nelle sue tante “vite musicali” la sua consacrazione la sta vivendo negli anni 2000 grazie all’interessamento e alla considerazione da parte di artisti ben più giovani e lontani da quel genere Soul/R&B che l’aveva fatta conoscere negli anni 60 e 70.
Il suo nuovo e splendido album esce in questi giorni ancora per l’etichetta ANTI (quella di Tom Waits e Joe Henry che l’ha rilanciata nel 2005 con il bellissimo I’ve Got My Own Hell to raise, album che conteneva solo brani scritti da donne). Il nuovo disco si chiama Thankful N’ Thoughtful ed è ancora un insieme di splendide covers, 12 brani nella versione standard e 15 in quella Deluxe scaricabile da iTunes…
Si inizia con un’ottima ed intensa “Everything Is Broken" di Bob Dylan, intrisa di funky e cantata con una passione che rende il tema esistenziale del pezzo come se fossa stato scritto da lei stessa. L’intero album evidenzia una selezione di brani che paiono essere scelti, per i testi, quasi come una storia autobiografica.
Il secondo brano è una sorprendente versione di “I’m Not The One di Dan Auerbach", ovvero «The Black Keys" (dall’album del 2010 Brothers). La voce è seduttiva con un riverbero di chitarra che segna il brano.
“Dirty Old Town", dei Pogues, ricordo anche una splendida versione di Rod Stewart. Ho sempre amato questo brano e Bettye sposta la storia dall’Irlanda agli States, la canta, infatti, come se stesse parlando della sua città: Detroit. Canta del suo primo amore, cambiando il testo originale, sullo sfondo delle lotte razziali della città del Michigan. Uno dei brani dell’anno da inserire in qualche compilation per riscaldare le serate invernali.
La produzione di Craig Street (Norah Jones, Joe Henry, KD Lang, Charlie Sexton, John Legend fra gli altri) è meno incisiva rispetto, per esempio, all’album prodotto da Joe Henry che aggiungeva sonorità a lui care, ma tutto funziona a dovere.
Si prosegue con “The More I Search", il brano forse minore dell’album a cui segue addirittura un pezzo dei britannici Savoy Brown, “I’m tired". Una scelta che la dice lunga sulla grande e profonda conoscenza musicale della Lavette.
Il sesto brano è “Crazy" dei Gnals Berkley’s (anche se il pezzo utilizza campionature delle musiche dei F.lli Reverberi, utilizzate per uno spaghetti-western del 1996 della serie Django: Preparati la bara, il brano originale era “Nel Cimitero di Tucson”, incredibile…). La resa della cantante è profondamente venata di blues rendendo molto più profondo anche il testo.
Non poteva e non doveva mancare anche una cover di Tom Waits Yesterday Is Here, un'atmosfera molto anni ’30 che si mescola con il soul dei sixties. Che voce!
La canzone che dà il titolo all’album è un’altra chicca, scritta dal grande Sly Stone (Sly and The Family Stone). Mi rendo conto che un altro tema unisce i brani scelti: la solitudine e le problematiche esistenziali.
Si prosegue con un brano di Beth-Nielsen Chapman (“Fair Enough") ed uno della bravissima Patty Griffin (“Time Will Do The Talking"). Per questi due pezzi l’atmosfera è più rilassata, forse per le romantiche tematiche affrontate. I suoni sono sempre meravigliosi, mi piace molto il suono delle chitarre.
Chitarre che marcavano la versione originale di un vecchio pezzo di Neil Young, “Everybody Knows This Is Nowhere". Manco a dirlo la cover rivolta completamente il brano e sembra proprio una nuova canzone. Comunque siamo sempre su altissimi livelli.
Contestualmente alla pubblicazione del nuovo disco, Bettye Lavette pubblica anche un suo libro autobiografico: A Woman like Me, il racconto di una splendida donna, prima che cantante, che ha sempre vissuto con intensità la propria vita e che ci regala grandissimi momenti con una voce unica, ponendola fra le più grandi interpreti viventi.
«Io tendo ad essere una cantante molto arrogante. Non ascolto consigli da altri cantanti sulle canzoni che scelgo di cantare. Non mi preoccupa chi le cantava prima, fosse Caruso o Tiny Tim, se mi piace la canto. La persona che la cantava prima non mi intimidisce…Penso che la gente sbagli ad incasellare le canzoni in generi. Non esistono generi. Per esempio Sparrow di Dolly Parton è sempre stata considerata una canzone country perché la cantava Dolly. Io l’ho cantata prima di lei, ed era R&B…».
Queste le parole di Bettye Lavette in una recente intervista che attestano lo straordinario carattere e la forte personalità. Confermano che ci troviamo di fronte ad una interprete unica.
Ascoltate almeno i suoi ultimi tre album e ve la terrete nel cuore.
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