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Strage in Messico, la protesta si allarga: bloccato l'aeroporto internazionale di Acapulco
La protesta per il caso dei 43 studenti  fatti letteralmente sparire in Messico arriva all’aeroporto dei vip di Acapulco. I cittadini messicani vogliono le dimissioni del presidente Enrique Pena Nieto, accusato di essere politicamente responsabile di quello che per i parenti delle vittime resta "un crimine di Stato".
Dopo qualche scontro con la polizia nella parte più turistica della città portuale, a sud della baia di Acapulco - dove si erano concentrati i manifestanti, armati di tubi di metallo, bastoni e molotov, il corteo è riuscito a paralizzare lo scalo costringendo le compagnie a cancellazioni e deviazioni dei voli. I manifestanti hanno distribuito volantini nei quali definiscono "una farsa" e "un montaggio" la ricostruzione della strage di Iguala offerta venerdì scorso dal procuratore generale, Jesus Murillo Karam, dipingendo sui muri slogan contro il presidente Pena Nieto. Secondo la ricostruzione, i giovani, sono stati rapiti dalla polizia, per ordine del sindaco locale, e sono stati consegnati ad una gang di narcos che li ha uccisi, bruciando poi i corpi e gettando i resti in un fiume. I ragazzi sarebbero stati trasferiti in una discarica a bordo di un camion della spazzatura.
All'arrivo alla discarica di Cocula, 15 studenti erano già morti soffocati nel camion e gli altri sono stati uccisi a colpi di pistola. Poi i corpi sarebbero stati ricoperti di carburante e dati alle fiamme insieme a copertoni ed altri rifiuti. Un inferno di fuoco che è stato fatto bruciare per 14 ore. Poi i resti sono stati rinchiusi in dei sacchi di plastica e gettati in un fiume. A confermare o meno questa versione potrebbe essere l’esamente di due ossa trovate ancora intere.
Le proteste sulla strage di Iguala che si susseguono da varie settimane hanno portato a una caduta del 60% delle prenotazioni di studenti stranieri ad Acapulco, secondo cifre diffuse dai responsabili del settore turistico locale. Dopo le dichiarazioni del procuratore Murillo - secondo cui anche se non esiste ancora una conferma scientifica è più che probabile che i 43 studenti siano stati uccisi da sicari del gruppo narco Guerreros Unidos, ai quali erano stati consegnati dalla polizia comunale di Iguala - i parenti dei "desaparecidos" hanno intensificato la protesta, mantenendo lo slogan "vivi se li sono portati via, e vivi li vogliamo" e investendo il governo centrale della responsabilità per il modo in cui è stata gestita la strage.
Per il governo di Pena Nieto, il caso dei "desaparecidos" è stato disastroso: ha polverizzato la reputazione di riformatore e abile negoziatore del presidente, che è parso sempre in ritardo e senza incisività: ha ricevuto i parenti degli studenti solo un mese dopo la strage, mentre il suo governo ha dato l'impressione di voler archiviare al più presto il caso, attribuendone la totale responsabilità ai narcotrafficanti, per evitare ulteriori scossoni politici.
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