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Le donne Saharawi raccontano una delle atrocità più nascoste dei tempi moderni

“Solo per farti sapere che sono viva” - perché la tortura più grande è passare quindici anni in una prigione segreta, in una cella cupa con gli occhi bendati o sotto la minaccia dello stupro, senza poter avvisare la tua famiglia che ancora sei di questo mondo. Questo è il titolo del sorprendente documentario di Emanuela Zuccalà e Simona Ghizzoni, coprodotto da Zona. Giornalista e fotografa insieme in un viaggio che fisicamente le ha portate nel Sahara Occidentale occupato militarmente da quarant’anni dal Marocco, ma con il cuore le ha precipitate indietro nel tempo, dentro una delle atrocità più nascoste dei tempi moderni: le torture subite durante la prigionia politica dalle Saharawi.

Donne che si incontrano per testimoniare. Il modo per farlo resta l’incognita. Nel Sahara Occidentale non si può riprendere con la telecamera per la strada. Più volte le registe sono state fermate e ostacolate dai soldati marocchini. Ogni tanto spunta qualche immagine rubata di percorsi polverosi e paesaggi desertici. Un collage di materiali che inizialmente non erano pensati per diventare un documentario da portare al cinema. Il progetto era un foto reportage finanziato da un grant della fondazione americana The Aftermath Project e per il quale Emanuela Zuccalà ha vinto nel 2012 il “Press freedom award” di Reporter senza frontiere Austria.

A realizzare il documentario le autrici sono arrivate in un secondo momento grazie a un crowdfunding di 12mila dollari e alla mano sapiente della montatrice francese Aline Hervè, che ha nel suo portfolio lavori importanti nella fiction come assistente al montaggio con Sorrentino e nel documentario, dove ha firmato tra gli altri il montaggio di “Una scuola italiana” di Angelo Loy e Giulio Cederna.

Il film riesce nella cosa più difficile: dare il ritmo al racconto senza tacere il peggio , ma avvicinando piano piano lo spettatore a un dramma che comunque spiazza.

Sullo schermo si susseguono ritratti parlanti di donne pacate e paciose che però vomitano storie di fuoco . Raccontano senza paura di avere subito sparizioni forzate, arresti lunghi decadi, dei loro capelli caduti dopo che i carcerieri per anni le hanno bagnate con liquidi nauseabondi misti a urina, di occhi cavati, di madri separate dai loro figli che senza il latte materno sono morti di fame. Denudate e seviziate come ad Abu Ghraib. Parole che colpiscono come una staffilata nelle viscere mentre sullo schermo passano immagini dai colori caldi e sgargianti. Rimane impresso il contrasto fra il tono naturale e morbido della voce, i visi rotondi e l’atmosfera rassicurante che c’è all’interno delle mura domestiche, le figure di queste donne di mezza età avvolte nei veli turchesi, con cuscini e sofà intorno, e l’elenco senza fine di violenze che con la lingua srotolano fuori dallo scrigno della loro memoria.

L’unico legame fra il prima e il dopo sono i racconti orali, come nella tradizione Saharawi, e alcune foto sbiadite o in bianco e nero, rosicchiate dal tempo. Memorie lontane e individuali che ora grazie al lavoro di Zuccalà e Ghizzoni diventano patrimonio universale.

Le protagoniste di “Solo per farti sapere che sono viva” sono state prigioniere politiche in Marocco e oggi sono attiviste per i diritti umani a Laayoune, nel Sahara Occidentale. Il titolo nasce dal racconto di una di loro, Elghalia Djimi. Sono state umiliate ma non si sono piegate.

Sono le voci e i volti che fanno da collante per un popolo di circa un milione di persone dimenticato dal mondo , diviso fra i campi profughi di rifugiati in Algeria e la parte rimasta sotto l’occupazione marocchina. Dopo la guerra scatenata dal Fronte Polisario, i Saharawi dal 1991 aspettano il referendum per la loro autodeterminazione. Dicono che non hanno paura di attendere, sono sicuri di vincere, prima o poi. Ma intanto temono di perdere la propria identità .

“Un popolo lotta perché non vuole essere qualcun altro” si sente dire a un certo punto da una rappresentate della Repubblica democratica Saharawi in esilio. “Il sentimento della libertà e della tranquillità è confiscato” spiega un’altra donna che invece vive ancora al di qua del muro costruito dal Marocco nel deserto.

È una storia solo apparentemente lontana che scopriamo tanto europea . Perché coinvolge le responsabilità e la politica coloniale di uno dei gendarmi delle frontiere Ue esternalizzate, il Marocco , spalleggiato nell’occupazione dalla Francia e con cui la civile e democratica Europa stringe accordi, sia per ricacciare i migranti indietro, sia per fare affari commerciali come quelli per la pesca e la vendita di fosfati. In mezzo l’intifada Saharawi e l’embargo mediatico sulla regione che ha cancellato ogni prova.

Al centro del racconto c’è la fotografia, nelle scelte stilistiche con l’esperienza di Simona Ghizzoni, che proprio con un ritratto femminile ha vinto il terzo premio al World Press Photo 2008 . Ma anche la fotografia in tutta la sua materialità di oggetto conservato per decenni in un cassetto. Scatti della fine degli anni Settanta ritraggono le ribelli Saharawi nella loro innocenza, da giovani, con le famiglie e i bimbi piccoli, un attimo prima di conoscere l’orrore del rapimento e della prigionia. Quelle foto hanno atteso a lungo il ritorno delle legittime proprietarie e sicuramente sono state conservate con cura dai parenti, tenute a lungo nelle mani di padri, mariti e figlie, bagnate dalle lacrime di chi credeva di vederci solo un fantasma. Non sappiamo e non possiamo immaginare veramente cosa può essere successo quando Degja Lachgare o Mina Baalt sono state liberate e sono riapparse davanti ai familiari increduli.

“Solo per farti sapere che sono viva” è un film sulla tortura, sulla memoria, sulla forza delle donne, sulla prigionia politica. Si fissano nella mente come quadri anche alcune frasi. “E con il seno pieno di latte sono partita”, dice la madre separata dalla sua bimba , che senza nutrimento non è arrivata a compiere un anno d’età.

“I miei figli possono vivere senza la madre ma non senza la dignità” è la bandiera di un’altra che ha piegato il Marocco con uno sciopero della fame. E tra i racconti più recenti, quello di Leila Dambar, che come una moderna Antigone, non può ancora dare sepoltura al cadavere del fratello Said, morto nel dicembre del 2010: la sua famiglia non fa che chiedere al governo marocchino l’autopsia sul corpo del ragazzo, ucciso dalla polizia in circostanze ambigue, ma le autorità non rispondono.

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