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Colombia, la coca per trovare il proprio posto nel cosmo: il 21 dicembre e il rituale in onore di Madre Terra del popolo Nasa
Un fuoco si alimenta costantemente nelle case del resguardo(1) indigeno “Las Mercedes”. Un po’ di sabbia e dei mattoni posti al livello del pavimento, è tutto ciò che serve per ospitare questa fiamma sacra. Tulpas, nella lingua del popolo Nasa, sta a significare un fuoco che arde protetto da tre pietre, una pietra rappresenta la madre, l’altra il padre e la terza i figli. Un tempo il fuoco, oltre a permettere la preparazione del cibo per l’alimentazione basica della famiglia, era il luogo in cui ci si riuniva per impartire l’educazione familiare e per dare un’adeguata formazione alle nuove generazioni. Ancora oggi si mantiene questa importante tradizione, ma, dopo 5 secoli di conquista spagnola, di evangelizzazione cattolica e neo-colonizzazione economica, la forte influenza occidentale ha spinto alcune famiglie a sostituire il fuoco alimentato dalla legna, con un fornello alimentato dalla bombola a gas. La posizione del fuoco domestico, al livello della terra, possiede un significato essenziale. Quando un nuovo componente della famiglia viene alla luce, davanti al fuoco gli si dà il nome, lo si battezza, e il suo cordone ombelicale viene “seminato” sotto la tulpa, riscaldato dal fuoco e protetto dalla Madre Terra. In questo modo il bimbo stabilisce un legame eterno con la propria casa e con la famiglia. Un contatto simbolico che rafforzerà la sua identità Nasa e il suo legame con la comunità.

La tulpa, oltre a rappresentare il centro dell’unione familiare, è anche il simbolo intorno al quale si svolgono le assemblee comunitarie e dove si prendono importanti decisioni a livello organizzativo. Il fuoco, circondato dalle tre pietre, accompagna costantemente le riunioni collettive e, in nome della sua sacralità, alle sue fiamme si dona chirrinche – una bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione della canna da zucchero – e manciate di foglie sacre di coca, “esh” in Nasayuwe, l’antica lingua dei Nasa.

Il popolo Nasa – detto anche Páez – è una delle comunità indigene colombiane che con più vigore e coraggio ha saputo resistere alla conquista spagnola iniziata nel secolo XVI. A differenza della vicina popolazione indigena Misak, la quale avanzò politiche di collaborazione con gli spagnoli, i Nasa resistettero alle atroci barbarie iniziate nel 1543, quando il generale Sebastián de Belalcázar invase le popolazioni indigene dell’attuale regione colombiana del Cauca. Successivamente, a partire del XVII secolo, squadre di missionari cattolici iniziarono a professare il verbo divino cristiano con l’obiettivo di evangelizzare e allontanare queste popolazioni ancestrali dalla propria visione cosmologica, fondata su un profondo rispetto di tutti gli esseri della natura, su una sacra venerazione verso le piante curatrici di dolori fisici e spirituali e su un profondo amore verso la Uma Kiwe, la Madre Terra.

Nel libro “Mama Coca” dell’antropologo Anthony Henman si racconta che quando i conquistadores spagnoli arrivarono in America Latina alla fine del XV secolo, rimasero sconcertati nel vedere una pratica a loro incomprensibile e, a loro parere, disgustevole. La vita degli indigeni era costantemente accompagnata dall’abitudine di masticare delle foglie insieme a una polvere bianca. L’uso delle foglie di coca, mischiate con la bianca polvere di “cal”, prodotta dalla “piedra caliza”, era uno stimolante, utilizzato costantemente, che aiutava a sentire poco la fame e produceva una forza fisica essenziale per resistere al quotidiano lavoro rurale. Gli illuminati missionari cattolici decisero di interpretare questa sana usanza come un’espressione del demonio, e la foglia di coca fu vista come un forte ostacolo per la conversione dei pagani al cristianesimo. Per questo fu categoricamente condannata dalla chiesa e furono puniti coloro che continuavano a produrla. Ma questa antica e radicata usanza non si abbandonò a causa di un superficiale monito ecclesiastico, e l’abitudine di masticare coca si estese tra gli schiavi africani e tra gli stessi colonizzatori bianchi. Alla fine del XVI secolo, sulle Ande, masticare la foglia sacra divenne una consuetudine ampiamente accettata. Oltre a consentire l’astinenza dal cibo, era un ottimo energizzante per scalare montagne con una maggiore elasticità e resistenza. Inoltre si iniziarono ad apprezzare anche le sue qualità mediche per curare il dolore dei denti, ossa rotte o ferite infettate e, preparata in tisane, era un’ottima cura per i malesseri di origine nervosa o digestiva.

Per la nostra società occidentale, ossessionata dall’indotto desiderio di ricercare eccentriche esperienze di sballo o fugaci momenti di suprema intensità, e incapace di raggiungere una pura connessione con gli esseri della natura che ci circondano, è difficile comprendere il valore di una pianta sacra come la coca, ed è facile confondere il suo nome e il suo significato con un’esperienza di trasgressione momentanea che porta con il tempo alla dipendenza dalla famosa polvere bianca, la cocaina. Quindi, per poter proseguire con la narrazione, è importante chiarire che esiste un’enorme distanza tra la coca e la cocaina. Basti pensare che la concentrazione di quest’ultima nella foglia di coca colombiana, Erythroxylum coca var. novogranatense, oscilla tra lo 0.5% e l’1.0%; inoltre è importante considerare che la foglia di coca, oltre all’alcaloide della cocaina, contiene altri 13 alcaloidi, molte vitamine e varie sostanze nutrienti. E, per chiarire ancora di più il concetto, bisogna tenere ben in conto che, per esempio, per elaborare un chilo di cocaina pura c’è bisogno di ben 500 chili di foglia di coca e di diversi prodotti chimici. Detto e chiarito questo, credo che si possa proseguire con la spiegazione dei motivi per cui la foglia di coca, oltre a possedere qualità mediche, ha un valore spirituale e sacro per le culture indigene delle Ande, cercando quindi di interpretare il suo significato attuale nell’ancestrale cultura Nasa, ad oggi per lo più stanziata nella regione colombiana del Cauca.

Il 21 dicembre di ogni anno, nel resguardo indigeno “Las Mercedes”, si celebra il “Kuxt Whawa”, il rituale in onore di Madre Terra. Il giorno anteriore le famiglie della comunità si riuniscono in uno spazio aperto per iniziare i preparativi. Tutti insieme, donne e uomini, in grandi pentoloni posti su dei mattoni poggiati sulla terra, riscaldano l’acqua al fuoco per preparare gli alimenti e le bevande tipiche. Acqua, chicchi di mais, platano (2), yuca (3), patate e carne di vacca costituiscono gli ingredienti necessari per preparare il mote, una saporita e deliziosa zuppa. Una parte dei chicchi di mais viene macinata per preparare la chicha, la bevanda tipica ancestrale a base di acqua, mais, panela(4) e foglie di limone. Alla luce del sole, ma solo dopo aver ringraziato la Madre Terra, si sacrifica la vacca.

Giunta la sera, i medici tradizionali [curanderos o The’ Wala] e gli anziani della comunità si riuniscono in un luogo appartato per iniziare a dialogare con gli spiriti della natura e chiedere loro permesso. Uno dei curanderos con più esperienza dirige la cerimonia, durante il lungo dialogo si dona sangue di vacca, si brinda con chirrinche e si masticano foglie di coca accompagnate dalla polvere di “cal”. La polvere di “cal”, detta comunemente mambe, si trasporta in piccoli recipienti di legno a forma di pera e serve ad addolcire il sapore amaro delle foglie di coca e quindi ad equilibrare le energie negative. L’atto di masticare coca con mambe è comunemente denominato “mambeo”. Il dialogo con la natura può durare alcune ore o tutta la notte – è la natura a deciderne i tempi – il mambeo è ciò che favorisce la conversazione e permette una connessione profonda con gli esseri della Madre Terra. La masticazione della coca dà la forza necessaria per poter restare svegli tutta la notte in uno stato di profonda concentrazione e di attenzione alle manifestazioni della natura. La natura si manifesta attraverso l’infinità di suoni che la caratterizza: rombo di tuoni, battiti di pioggia, movimenti del vento e innumerevoli versi di piccoli o grandi animali nascosti. Si manifesta attraverso differenti odori, cambi di luce o movimenti di lucciole. Si manifesta attraverso il sapore che assume la coca nella bocca o attraverso palpiti scanditi in punti diversi del proprio corpo. La notte è lunga, e fino a quando la pioggia non avrà smesso di cadere, fino a quando il vento non si sarà calmato, fino a quando il cielo non si sarà totalmente schiarito, l’ennesima manciata di coca, con il pugno sinistro, sarà fatta volteggiare partendo dal piede destro, salendo su fino all’estremità della fronte e poi di nuovo giù verso la punta del piede sinistro, per poi dirigere il pugno pieno di coca verso gli esseri della natura, per almeno due giri, solo dopo sarà portata alla bocca, per continuare il mambeo, per essere ben masticata e poi, sempre con la mano sinistra, tirata fuori dalla bocca e donata agli esseri della natura affinché si nutrano di essa.

Il 21 dicembre, dopo una lunga notte di dialogo, il sole splende nel resguardo indigeno “Las Mercedes”, tutto è pronto per dare inizio alla musica della banda, al suono dei flauti, ai movimenti delle danze, alla condivisione del cibo, agli onori di rito per la terra, alla sacra unione di una comunità che, dopo 5 secoli di lotta, non si stanca di celebrare l’unica divinità che considera realmente degna, Madre Natura.
Personalmente ho avuto la possibilità di assistere come partecipante a questo e ad altri rituali, posso dire che la coca non dà alcun tipo di allucinazione, non produce alcuno stato fisico alterato, per poter sentire e capire i suoi effetti bisogna sviluppare una forte spiritualità e una grande pazienza. Durante un rituale notturno, impaziente di percepire qualche messaggio, domandai al curandero che avevo al mio fianco se era possibile chiedere qualcosa alla natura, e lui, con aria fraterna, mi rispose: “Certo, devi chiedergli che ti dia il permesso di entrare in comunicazione con lei, devi chiedergli scusa per i tuoi errori passati, ma soprattutto devi chiedergli che ti dia la forza di amare tutti gli esseri dello spazio, gli animali, le piante e gli esseri umani, anche gli esseri umani che hanno fatto del male.”

Stare seduti su una panca, fino a notte inoltrata, cercando di stabilire una connessione con lo spazio esterno, è un’impresa dura; la schiena inizia a pesare, il sonno ti circonda lentamente e la pazienza ti mette a dura prova. La coca è la mediatrice, la coca è il legame spirituale tra l’essere umano e gli altri esseri della natura. Ma solo dopo una lunga pratica, un profondo rispetto per le sue qualità curative e un sincero amore per tutti gli esseri animati, si può raggiungere l’agognata relazione che noi, uomini di città o incoscienti praticanti di continue ritualità consumistiche, abbiamo abbandonato da tempo.

In stretta connessione con il valore spirituale, la coca, per il popolo Nasa, assume anche un importante significato sociale e politico.
Conversando sulla veranda della casa di un amico Nasa, ex governatore del resguardo “Las Mercedes”, da cui, per alcune settimane, ho potuto ricevere una cordiale e attenta accoglienza nella sua ospitale famiglia, mi spiegava così il significato socio-politico della sacra foglia: ”La famiglia è la base dell’organizzazione sociale, senza una base forte non esiste alcun tipo di organizzazione. La famiglia ha la capacità di orientare altre famiglie che si trovano in una situazione di difficoltà, una famiglia equilibrata possiede l’autorità di esercitare un’influenza positiva all’interno della comunità. Inoltre, l’armonia che si respira nel contesto familiare, ha la capacità di influenzare l’intero contesto comunitario; allo stesso modo succede che se esiste un conflitto familiare, questo produce un conflitto nella società. Quindi, la forte spiritualità che si raggiunge attraverso la mediazione della foglia di coca, rafforza la relazione familiare e, di conseguenza, il contesto sociale e politico. La sacra coca ci permette di prendere decisioni più coerenti con la realtà, per ciò che concerne la difesa del territorio o in relazione alle politiche sanitarie ed educative.”

Masticare coca – mambear – nel passato era un’abitudine costante. Il mambeo, come abbiamo visto, accompagnava i lavoratori nelle campagne, li aiutava a sopportare con più facilità la stanchezza e la fame e, inoltre, produceva una forte armonia con la natura circostante. Ad oggi, a causa dello scontro con le nuove religioni – non solo cattolica ma anche protestante, evangelica o testimoni di Geova – che continuano a invadere questa terra ancestrale in cerca di nuovi fedeli, la pratica del mambeo è andata scemando riducendosi, principalmente ,al suo utilizzo spirituale all’interno dei rituali. Le religioni e la cultura moderna, in un certo qual modo, hanno imposto una visione occidentale che ha spinto molti Nasa a vergognarsi delle proprie origini, dimenticando in troppi casi anche la propria lingua. Ma, già da molti anni, si sta tentando di recuperare le proprie tradizioni, la propria visione del cosmo e il proprio idioma. La coca è il simbolo di questa lotta sociale, specialmente le nuove generazioni stanno lavorando con determinazione per rafforzare una tradizione che, dopo cinque secoli di resistenza, è riuscita a sopravvivere alle aggressioni e alle influenze esterne. Per le strade del territorio Nasa sempre più giovani e adulti camminano con la propria borsa di lana, piena di foglie di coca. Ogni notte, sulla veranda di una casa, qualcuno mambea e chiede consiglio all’immensa natura. I più anziani continuano a trasmettere, oralmente e con la pratica rituale, la propria conoscenza ancestrale; mentre i giovani medici tradizionali indagano e apprendono dal proprio passato e dalle manifestazioni della Madre Terra.

Ma la liberazione dal pensiero unico occidentale e la salvaguardia della propria visione naturalistica del cosmo, passa anche dalla lotta politica e dalla liberazione di quelle terre riconosciute dalla storia come territorio Nasa. Al momento molti di questi territori sono in possesso di grandi multinazionali che sfruttano la terra e inquinano l’acqua. Recuperare la propria terra vuol dire liberarla e proteggerla dal giogo capitalista, dalla costruzione di grandi miniere d’oro, dai devastanti progetti idroelettrici o dalla biotecnologia. La forza che permette di lottare per la propria terra deriva dal riconoscersi parte di essa. Memorabile è la frase di un compagno Nasa, Belisario Camayo Guetoto, che, nel 2005, cadde disarmato in un processo di recuperazione nell’ ”Hacienda El Japio”: “Io do la vita per la terra perché io stesso sono terra”. Liberare la propria terra vuol dire, per i Nasa, liberare il proprio pensiero, distaccarsi dalla visione unica imposta, tornare a capire le espressioni del vento e il linguaggio del sole, vuol dire intendere che tutte le piante e tutti gli esseri fanno parte di una comunità più grande. Secondo un riconosciuto The’ Wala del posto, la coca assolve anche a questa funzione: “Portare con sé la piccola coca [la coquita] rafforza il senso d’identità, trasmette coraggio, ti aiuta a non arrenderti di fronte all’oppressore. E’ come sentire la forza della natura al proprio fianco, qualcuno che ti dà consiglio, che ti dice, Avanza! o, Meglio temporeggiare un altro po’!”.

Nella parte finale del reportage del francese Romeo Langlois sulla problematica della miniera d’oro in Colombia (5), si possono apprezzare 2 minuti in cui il popolo del resguardo Nasa “Las Mercedes” si ribella, armato di pietre e bastoni, per evitare che una multinazionale cominci il suo devastante rituale di massacrare la sacra terra e appropriarsi del bottino d’oro. La protesta risale all’anno 2011 e, nonostante le armi pesanti delle forze mercenarie dell’impresa, ottenne ottimi risultati: una ruspa, di proprietà della multinazionale, fu data a fuoco; un’altra ruspa, invece, fu sequestrata dagli indigeni per essere successivamente utilizzata con finalità più nobili, sistemare le strade comunitarie; morale, l’impresa si vide costretta ad abbandonare i propri progetti e a battere in ritirata.

Il 21 marzo di ogni anno, le famiglie del resguardo “Las Mercedes” versano acqua fresca sui propri fuochi, sulla tulpa. Gli anziani e i curanderos si riuniscono per celebrare il rito annuale della “Rivitalizzazione del fuoco” – Ipx Ficxhanxii – . Si dona chirrinche, si chiede consiglio all’universo, si armonizza la fiamma protetta dalle tre pietre. Esh, la pianta sacra, accompagna il rituale, manciate di foglie di coca – volteggiate, masticate, per poi essere donate – consentono la connessione con la Uma Kiwe, la Madre Terra, altre manciate si donano alla fiamma. Quando la natura dà il suo consenso, la tulpa, nelle case, può nuovamente accendersi e ricominciare a bruciare.

Note
1 Il resguardo indigeno è un’istituzione socio-politica di tipo coloniale spagnola, un territorio che veniva assegnato a un gruppo nativo con titolo di proprietà inalienabile, collettivo e comunitario e retto da uno statuto speciale autonomo. Nei fatti aveva la funzione di riunire in un luogo delimitato gli aborigini d’America per favorire un migliore sfruttamento del lavoro e per organizzare meglio la riscossione dei tributi. Ad oggi, in Colombia, la legge riconosce questa istituzione territoriale autonoma, per questo molte comunità indigene colombiane stanno lottando per reclamare le loro antiche terre.
2 Frutto tropicale parte della famiglia delle banane, da preparare fritto o cotto.
3 Alimento tipico della cucina latinoamericana. E’ una pianta con una radice a tubero commestibile, coltivata in gran parte del sud del mondo.
4 Alimento ottenuto dalla canna da zucchero. Si consuma come cibo o dolcificante in sostituzione dello zucchero.
5 http://www.dailymotion.com/video/xu6ivy_por-todo-el-oro-de-colombia-subtitulos-espanol_news

 

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