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"Mine vaganti": taccuini e appunti per difendersi da soli di fronte a una realtà ormai soverchiante
Esiste la poesia e poi, prima di arrivare alla prosa, si può tranquillamente sostare in una zona non meglio definita, gli aforismi. A chi scrive è capitato più volte di spedire aforismi in giro per concorsi e iniziative varie sia di prosa che di poesia. E la risposta è stata sempre la stessa: indirizzo sbagliato, si rivolga altrove. E allora, che facciamo? Qual è questo altrove? Nessuno sa rispondere.
Considero l’aforisma non il “pensiero breve”, come qualcuno malato di nuovismo falso modernismo si ostina a ripetere svilendo la complessità proprio del ragionamento (mi verrebbe voglia di dire “breve sarà lei!”), ma il “pensiero lungo”, il solo in grado di accendere nuovi percorsi e, perché no, nuovi orizzonti e valori.

Lisa Ficara, sperimentando sperimentando, si è ritagliata un “pezzettino di cielo” in un intorno proprio vicinissimo all’aforisma. Ha sostanzialmente estratto dalla forma dell’aforisma il nucleo del giusto distacco dalla realtà, tracciando un sentiero di analisi e di riflessione fino al limite della quotidianeità.
“Mine vaganti” (pp. 197 12 euro. Leonida edizioni) è una panoramica ragionata e ordinata di taccuini e appunti sull’esistenza. Ragionata, perché l’autrice, appunto, cerca di fare chiarezza, fino in fondo su se stessa, le relazioni sentimentali, i rapporti più in generale, i fatti che accadono dentro e fuori; ordinata, perché ogni taccuino ha una sua indubitabile struttura interna volta a gerarchizzare il mondo. D'accordo, il mondo non si fa gerarchizzare. Ma il punto è che nel caos generale di cui si sta cronicizzando la realtà gli individui mostrano un bisogno indiscutibile, e indifferibile, di tracciare quanto meno un profilo. Lisa Ficara, insomma, a modo suo sembra voler affrontare  senza paure la responsabilità/urgenza che le compete. 

Un tema/un taccuino. Un taccuino/un appunto. Un appunto/un punto di vista, quindi: la scelta, il perdono, l’abbandono, ma anche “pensieri sparsi”, “del sesso dell’amore e delle sigarette”. Sempre alla ricerca di un ancoraggio non così tanto per non cadere nello smarrimento che certe esperienze portano necessariamente con se, quanto piuttosto il tentativo di piazzare la “mina vagante” nel campo sterminato del pensiero. Mai una teoria, però. Piuttosto la voglia di mettersi a nudo dando voce al senso che le esperienze, anche le più difficili e dure, depositano dentro di noi.

Ma veniamo alla parte più interessante di “Mine vaganti”, ovvero il coraggio di proporre al lettore non tanto la propria opera “impacchettata” in uno stile definito e una sua struttura. Al contrario, ciò che ci si ritrova davanti sono i materiali preparatori. Preparatori a cosa? Al dialogo che a quel punto non può non aprirsi tra autore e lettore. Ironia, intelligenza, capacità di cogliere il classico “punto di caduta” di una situazione, di uno stato, anche di una semplice parola, guidano. “Cerco un centro di gravità permanente per rimanere in equilibrio nell’intorno di un punto. Al limite, datemi un asintoto che va bene uguale. Così mi arrampico o precipito” (appunto dal taccuino “L’equilibrio(2)”). Ovviamente il rigore del pensiero matematico e geometrico la fa da padrone in “Mine vaganti”. Del resto, ogni scrittore ha la sua grammatica. E quella di Lisa Ficara, fortunatamente, è quella essenziale della ragione. E questo dà una possibilità in più al lettore.

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