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Giovani chiusi in una stanza. Un’associazione racconta gli hikikomori d’Italia
Ritirati dal mondo. In disparte. Nella propria casa o nella propria camera da letto. È il fenomeno degli hikikomori, i giovani che si ritirano dalla vita sociale per lunghi periodi, mesi, talvolta diversi anni, e si rinchiudono nella propria camera senza contatti diretti col mondo esterno. Il fenomeno è molto diffuso in Giappone ma una crescente attenzione c’è anche in Italia. Tema poco conosciuto, certamente. Ma sembra che si possano contare in Italia circa 100 mila giovani che sono diventati “hikikomori”. La stima viene dall’associazione nazionale Hikikomori Italia.


“Hikikomori” è un termine giapponese che significa letteralmente “stare in disparte“, si legge sul sito dell’associazione, e viene usato per chi si isola dal mondo sociale e si autoreclude nella propria casa. È un fenomeno che riguarda soprattutto giovani fra i 14 e i 30 anni e di sesso maschile, anche se il numero delle ragazze isolate è in crescita. Di che fenomeno si tratta? Un primo quadro viene dal libro pubblicato di recente dal presidente dell’associazione Hikikomori Italia Marco Crepaldi (Hikikomori. I giovani che non escono di casa), che si presenta come la prima indagine statistica condotta in Italia a livello nazionale su 288 madri e padri dell’associazione.

In Giappone ci sono oltre mezzo milione di casi accertati ma il dato potrebbe essere anche maggiore. In Italia l’attenzione verso questo fenomeno sta aumentando. “L’hikikomori, infatti, sembra non essere una sindrome culturale esclusivamente giapponese, come si riteneva all’inizio, ma un disagio sociale che riguarda tutti i paesi economicamente sviluppati del mondo – si legge sul sito – Noi riteniamo che nel nostro paese ci siano almeno 100 mila casi”. Alla base del ritiro dal mondo c’è spesso una scelta motivazionale. Un desiderio di fuggire dalle pressione sociale. Depressione e dipendenza da internet non sono causa diretta dell’isolamento ma ne possono essere una conseguenza. Il rifiuto e il ritiro da scuola è sicuramente uno dei campanelli d’allarme, mentre la dipendenza da Internet, che di solito viene considerata causa dell’isolamento, rappresenta invece una sua conseguenza.

Quali i risultati emersi dall’indagine sugli iscritti? “L’87,85% del campione selezionato ha un figlio in isolamento sociale di sesso maschile – scrive online Crepaldi – Nonostante tale dato confermi quanto emerso dai sondaggi Giapponesi circa la prevalenza di hikikomori maschi, lo sbilanciamento di genere appare eccessivo, sia facendo riferimento ai dati nipponici (che parlano del 63,3% di ragazzi), sia rispetto alla mia esperienza diretta. Ho modo di ritenere, infatti, che le donne hikikomori siano sensibilmente maggiori rispetto a quanto emerge dallo studio e il motivo è da ricercare, con tutta probabilità, nel diverso grado di allerta che si innesca culturalmente quando l’isolamento sociale riguarda un maschio piuttosto che una femmina.”

In Italia la maggior parte dei figli risulta ritirato da oltre tre anni, con un’età media che si attesta intorno ai 20 anni. L’età media in cui si manifestano i primi evidenti segnali di hikikomori è intorno ai 15 anni a testimonianza del fatto che il periodo più delicato è quello che segna il passaggio dalle scuole medie alle scuole superiori. A differenza di quanto accade in Giappone, dove lo step è rappresentato invece dal passaggio al post diploma e dall’eventuale fallimento al test di ammissione all’università.

Il grado di isolamento è diverso. L’isolamento totale, quando vengono evitati anche genitori e relazioni virtuali, è il più raro e riguarda solo il 6,69% del campione oggetto di studio. Chi si trova in questa condizione, dice l’autore dello studio, ha verosimilmente sviluppato una qualche forma psicopatologica associata al ritiro.

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