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Giornalismo, Reporter sans frontières critica il governo italiano e Salvini per il caso Saviano. La nota di Fnsi: "Minacce da fascisti e criminalità organizzata"
Secondo Reporters Sans Frontières, “il numero dei paesi considerati sicuri, dove un giornalista può lavorare senza temere per la propria vita diminuisce ancora, mentre i regimi autoritari continuano ad aumentare il controllo sui media“.

La notizia arriva in occasione della presentazione della classifica sulla libertà di stampa che l’organizzazione non governativa redige oramai dal 2012, sulla base di un questionario distribuito agli esperti di settore e un set di informazioni reperibili in rete. Come ogni anno, la classifica si riferisce ai 365 giorni precedenti: l’elenco appena presentato riguarda quindi la situazione nel 2018.

La situazione nel nostro paese resta sempre molto critica. L’Italia guadagna 3 punti ma non riesce a superare la 43esima posizione. Reporter Senza Frontiere giustifica la sua scelta citando la proposta del ministro dell’Interno Matteo Salvini di togliere la scorta a Roberto Saviano, gli attacchi dei politici del Movimento 5 stelle che hanno definito alcuni rappresentanti della categoria in modi poco lusinghieri, le continue minacce nei confronti di alcuni professionisti, soprattutto nel Sud Italia, e casi come quello di Paolo Borrometi. Il giornalista siciliano, collaboratore di Agi e fondatore de La Spia vive sotto scorta 24 ore al giorno dal 2013. L’unica buona notizia? Tutte queste persone secondo l’organizzazione continuano a svolgere il loro lavoro “con coraggio”.

"Non fa che confermare le situazioni denunciate nel corso degli ultimi mesi dalla FNSI - si legge in una nota firmata da Lorusso e Giulietti, rispettivamente segretario e presidente della Federazione nazionale della stampa italiana - e che hanno portato i giornalisti italiani anche a promuovere iniziative pubbliche. Le minacce ai cronisti da parte della criminalità organizzata e dei gruppi neofascisti e neonazisti, le querele bavaglio, gli insulti e i tentativi di intimidazione che provengono dal mondo politico e da alcuni esponenti del governo non fanno che aggravare il quadro. Non si deve abbassare la guardia, anche perché se andasse in porto il disegno dell'esecutivo di spegnere Radio Radicale e di azzerare il fondo per l'editoria a sostegno delle voci delle minoranze e delle diversità, l'Italia farebbe un nuovo passo indietro".

In Europa, sono cinque gli stati dove i giornalisti hanno dovuto fare i conti con crescenti difficoltà rispetto agli anni precedenti: Serbia, Montenegro, Ungheria, Malta e Slovacchia. Quest’ultima perde 8 punti e finisce 35esima, soprattutto a causa dell’omicidio del giornalista Jac Kuciak, che stava indagando su alcuni finanziamenti europei gestiti da cittadini italiani residenti in Slovacchia con presunti legami con la ‘ndrangheta. Per l’assassinio del ragazzo e della sua fidanzata, è stato arrestato pochi giorni fa un militare reo confesso, Miroslav Marcek. Malta si classifica invece alla 77esima posizione dopo l’attentato che ha portato alla morte di Daphne Caruana Galizia, giornalista investigativa che si era occupata anche dei Panama Papers. Il caso, per il momento, resta irrisolto.

La classifica di RSF indica che le condizioni dei giornalisti sono peggiorate soprattutto in Africa. Il record negativo spetta alla Repubblica Centroafricana, che retrocede di 33 punti, seguita da Tanzania (-25) e Mauritania (-22). Nella top 4 in negativo c’è anche il Nicaragua che perde 24 punti rispetto al periodo precedente e finisce alla 114esima posizione.

La mappa allegata al report di Rsf illustra che la maggior parte degli stati è colorata di arancione o rosso, due colori che segnalano un livello di allerta alto. Ma il colore che evidenzia la condizione peggiore per la libertà di stampa è il nero, che ricopre tutto il territorio cinese. Si salvano solo i paesi nordici, la Costa Rica, la Jamaica e la Nuova Zelanda: in questi luoghi, un giornalista non rischia la pena di morte, e la categoria non è considerata in pericolo quando esercita il suo mestiere. Cosa che succede invece a chi vive in Turkmenistan, che quest’anno ha rimpiazzato la Corea del Nord all’ultimo posto della graduatoria (oggi lo stato di Kim Jong-un è penultimo).

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