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Marx at the Arcade

Marx at the Arcade: Consoles, Controllers, and Class Struggle, scritto da Jamie Woodcock e edito da Haymarket Books, è il tentativo in gran parte riuscito di studiare l’intera industria videoludica in ottica marxista. La prima parte del libro racconta la storia del videogioco, la sua produzione e i recenti sforzi per la sindacalizzazione dei lavoratori del settore. Qua Woodcock, autore dello studio sui call center inglesi Working the Phones, mostra tutta la sua competenza, sorretta da una sincera passione per il videogioco, pur trascurando l’impatto della monetizzazione nell’evoluzione del medium. Interessante (e troppo dimenticato) è il collegamento tra le origini del videogioco e le simulazioni militari, e andando avanti il saggio mostra come questo legame perduri in modi molto più inquietanti di quelli temuti da chi accusa i videogiochi per la loro violenza. La seconda parte del libro, dove Woodcock analizza in chiave marxista i contenuti delle opere (seguendo un’approssimativa e opinabile divisione in generi), è invece quella più controversa. È come se per Woodcock non fosse mai esistita una critica marxista del gioco, del divertimento o dello spettacolo, e l’autore sembra spesso impegnato a reinventare la ruota invece che a usare gli strumenti critici disponibili. Il risultato è che Marx at the Arcade sottovaluta l’impatto generale del capitalismo, dell’imperialismo e delle loro evoluzioni nelle meccaniche stesse dei videogiochi, e non inserisce questa penetrazione nel più generale tentativo del capitalismo di costruire e controllare il tempo libero delle persone come funzionale e uniforme al lavoro. Nel complesso Marx at the Arcade resta però un’indispensabile introduzione al videogioco, per i marxisti, e un’occasione per pensare al proprio hobby in modo più critico, per i videogiocatori, e la sua ricca bibliografia offre spunti di approfondimento a chiunque voglia fare il punto (da sinistra) su uno dei principali e attuali terreni di scontro ideologico.

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