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"... da oggi mio malgrado non sono più una giornalista del Corriere di Calabria". Intervento di Alessia Candito
Dopo sette anni di lavoro e battaglie, da oggi mio malgrado non sono più una giornalista del Corriere della Calabria. Da quando, nel settembre scorso, mi è stato comunicato che non mi sarebbe stato rinnovato il contratto per l’imperdonabile peccato di non provare stima nei confronti della direttrice, ho vissuto tutte le fasi del lutto. La tristezza per essere cacciata da un giornale che era casa mia e come tale ho amato, difeso e protetto, la rabbia per tanti anni di sacrifici né riconosciuti né ripagati, infine l’accettazione, perché il Corriere della Calabria di oggi non è quel giornale coraggioso che abbiamo mandato in edicola anche con la redazione ridotta all’osso e i nervi a pezzi, ma comunque in grado di dare buchi a tutti i quotidiani. Quel giornale in grado di anticipare gli eventi, interpretarli con prospettive non banali, fare le pulci a piccoli e grandi senza esitare di fronte a nessuno, sempre e comunque «in direzione ostinata e contraria» non esiste più e c’è solo da prenderne atto. Non c’è più perché gli manca l’anima, l’impronta, la guida, gli manca quel direttore che aveva trasformato un gruppo di giovani giornalisti in «una mano che ha milioni di dita strette in un unico pugno», in grado di reagire come una cosa sola ai tanti attacchi, provocazioni e agguati che nel corso del tempo non sono mai mancati. Una testata si può rilevare, la sua storia e la sua anima, no.

Oggi Corriere della Calabria è un’altra cosa, se sia meglio o peggio lo diranno gli eventi perché «i fatti sono ostinati». Porto via con me l’eredità del mio maestro e direttore Paolo Pollichieni che mi ha formato e insegnato a fermarmi, proteggendomi anche dai miei stessi eccessi, un’eredità che è mia come di Pablo, Sergio, Pietro, Alessia e di tutta quella generazione di giovani giornalisti che nel tempo sono passati da Corriere e hanno avuto la fortuna di lavorare con lui. È forma che rimane nel modo di lavorare, di approcciare gli eventi, di raccontarli e interpretarli senza fermarsi alla superficie e che nessuno può portarci via. Quali che siano le nostre strade, siamo e continueremo ad essere “los que viven para contarlo”.
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