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Clini, dall'Ilva al nucleare le gaffe di un uomo esperto

Anche per Corrado Clini, come per altri ministri del governo Monti, vale lo stesso discorso. Curriculum, a volte, di tutto rispetto, ai quali non corrisponde altrettanta perizia governativa e capacità di valutazione. Dell’attuale titolare del dicastero dell’Ambiente tutto si può dire meno che non conosca la materia. Medico del lavoro specializzatosi presso l’Università di Padova e di Ancona, da giovane ha partecipato attivamente al Movimento studentesco di Parma, città presso la cui università era iscritto. Nel febbraio 1969 prese parte attiva alla protesta per la chiusura dei manicomi e aderì successivamente, da cattolico progressista quale era, al Movimento per il lavoro, piccolo partito fondato nel 1971 da Livio Labor. Dalla fine degli anni ’70 in poi gli incarichi per Corrado Clini sono cominciati a fioccare. Dal 1978 al 1990 è stato infatti Direttore sanitario del Servizio Pubblico di Igiene e Medicina del Lavoro a Porto Marghera. La storia drammatica di quel petrolchimico, costruito a due passi da Venezia, è ormai nota a tutti. Tutti mancarono in quella vicenda che causò la morte di 157 lavoratori a causa dell’altissima nocività legata alla produzione del Pvc. Dai vertici aziendali ovviamente fino ai sindacati che troppo tardi denunciarono quello che tutti sapevano da tempo. Sull’operato di Clini non intendiamo soffermarci. Registriamo solo una polemica tra il ministro e l’ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari, con quest’ultimo che lo ha accusato di essere stato al servizio dell’azienda e la replica di Clini, che invece sottolineava con dovizia di particolari il suo impegno. Ma su questo punto ci fermiamo qui. Dopo questo incarico delicato, ne sono seguiti tanti altri, sia in Italia che all’estero, che confermano la competenza dell’uomo. Ci limitiamo a segnalare alcuni ruoli che ha ricoperto e che ricopre tuttora:  dal 2008 al 2010 Chairman dell’European Environment and Health Committee, composto dall’Oms e dai Ministeri della Salute e dell’Ambiente di 51 paesi europei ed asiatici; attualmente è presidente della commissione tecnica del Cipe per l’elaborazione e l’aggiornamento del “Piano nazionale per la riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra” ed è presidente della “Global BioEnergy Partnership”, istituita dai Capi di Stato e di Governo del gruppo G8 a Gleaneagles, per la promozione della produzione e degli usi sostenibili delle bioenergie, alla quale aderiscono oggi i paesi del G20 più altri 34 paesi degli altri continenti, la Fao, la Banca Mondiale e l’Agenzia internazionale dell’energia. Tra i suoi meriti il decreto interministeriale del 1 marzo scorso che pone dei limiti alla navigazione in prossimità delle aree protette e di pregio, come la laguna di Venezia; e il riavvio, dell’aprile scorso, dell’operatività del Santuario dei cetacei chiesto a gran voce da tutte le organizzazioni ambientaliste. Ma il suo esordio, in molti lo ricorderanno, non fu esattamente in consonanza con la sua competenza e con il dovere appunto di tutelare l'ambiente. A pochi giorni dall’insediamento suo e del governo Monti, quando ancora la squadra del premier era restia a rilasciare dichiarazioni, Clini si lasciò andare nel corso di una trasmissione radiofonica in onda su Radio 2 ad affermazioni del tipo “l’Italia dovrebbe considerare l’energia nucleare” e "la Tav si deve assolutamente fare". Soprattutto sulla prima affermazione le reazioni non si fecero attendere. Da Di Pietro a Ferrero, da Bonelli a Realacci, in molti gli ricordarono che pochi mesi prima 27 milioni di italiani si erano espressi di nuovo contro l’opzione nucleare. Una precisazione che costrinse il ministro a fare marcia indietro. Il 26 luglio scorso un’altra gaffe del titolare del dicastero dell’ambiente questa volta sulla drammatica vicenda dell’Ilva di Taranto. Da poco il giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco aveva firmato il decreto di sequestro preventivo dell’area a caldo dell’Ilva, notificato poi dal Nucleo operativo ecologico dei carabinieri. La notizia è esplosiva e provoca reazioni diverse, tra chi è preoccupato per la perdita del posto di lavoro e tra chi invece dice che di lavoro non si può morire. La reazione di Clini, che in quanto ministro dell’Ambiente è parte lesa nella vicenda, è invece paradossale: “Bisogna ricorrere al Riesame per chiedere il dissequestro dei sei reparti e scongiurare il rischio di chiusura dello stabilimento e le conseguenze occupazionali”. A questa incredibile presa di posizione fece seguito la gaffe sul quartiere Tamburi, tra i più inquinati dai veleni dell’Ilva, costruito, secondo il ministro, nel 1965 e dunque dopo la nascita del Centro siderurgico quando invece la costruzione della statua della Vergine, esposta nella principale via del quartiere, è datata 1953. Vogliamo segnalare, per finire, quanto avvenuto il 9 ottobre scorso quando Clini non si è presentato all’appuntamento presso il suo ministero con una delegazione di Greenpeace per discutere della paventata trivellazione nel Canale di Sicilia per riaprire una improbabile corsa all’oro nero. Al suo posto  hanno partecipato i Direttori generali responsabili della Valutazione di Impatto Ambientale e della Protezione della Natura e del Mare. Un grave segnale di disattenzione, denunciò l’organizzazione ambientalista, nei riguardi degli oltre 57mila cittadini che hanno firmato la petizione per dire No alle Trivelle nel Canale. Bisogna ricordare, per dare una giustificazione a questo comportamento, che il parere dei cittadini sembra essere stato poco importante per l’esecutivo presieduto da Monti fin dall’inizio. Una malattia che deve aver contaminato anche un uomo come Clini, che aveva cominciato con il piede giusto il suo impegno politico. Ma in Italia sono tanti quelli che, invecchiando, hanno perso la strada di casa. 

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