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Il tifone che non fa notizia
Ci sono tifoni che fanno notizia, altri che strappano a malapena qualche titolo nei media internazionali. Il Tifone Bhopa rientra nella seconda categoria. Si è abbattuto la scorsa settimana sull'isola di Mindanao, nelle Filippine meridionali, per poi dirigersi verso ovest-nord ovest, sorvolare l'isola di Luzon e costeggiare Manila, poi attraversare il Mar cinese meridionale. Sul suo percorso ha lasciato un scia di distruzione: oltre 800 dispersi di cui 718 ormai dichiarati morti, oltre 300mila sfollati. Tra le vittime, almeno 300 pescatori che erano in mare: erano diretti verso le isole Spratley nel mar Cinese meridionale quando il tifone è arrivato, e da allora se ne è persa traccia.

Un bilancio impressionante, e forse non ancora completo. Tanto che il presidente Benigno Aquino jr ha dichiarato lo stato di calamità naturale, cosa che dovrebbe permettere alle autorità locali di imporre un controllo sui prezzi dei beni essenziali (contro accaparramenti e speculazioni tanto frequenti in questi casi) e anche accedere a fondi speciali per i soccorsi.

Il «Tifone Pablo» - così è stato chiamato nelle Filippine - era largo 700 chilometri quando ha investito Mindanao, portando abbastanza pioggia da provocare alluvioni e frane. Le più colpite sono le province orientali, Compostela e Davao Orientale. A New Bataan, principale città della Compostela Valley, mumerosi edifici - inclusi i rifugi d'emergenza approntati dalle autorità - sono stati spazzati via o sepolti da frane e fiumi di fango. Se il numero dei morti e dispersi è terribile, la situazione dei sopravvissuti ora è allarmante. Nelle zone colpite mancano cibo e acqua potabile, circolano notizie di saccheggi. Le tv mostrano da giorni immagini della Compostela Valley immersa nel fango, le piantagioni di banane che fanno l'economia locale letteralmente rase al suolo, e famiglie allineate lungo la strada con cartelli che chiedono cibo. Una squadra di operatori umanitari dellle Nazioni unite, arrivata sul posto per valutare gli interventi necessari, ha trovato «il 100 per cento di distruzione», nelle parole della portavoce Imogen Wall, e ha avvertito che la popolazione avrà bisogno di aiuto per parecchio tempo: «È una zona povera, dove tutti dipendono dall'agricoltura. Con i raccolti distrutti, senza altra fonte di reddito, non saranno in gradi di mettere in tavola del cibo per le loro famiglie», ha detto all'agenzia France Presse. Poi ci sarà da valutare il danno alle infrastrutture - decine di ponti e diverse strade danneggiate, la rete di duìistribuzione idrica, i tralicci dell'energia elettrica.

I tifoni non sono cosa rara nelle Filippine, anzi se ne conta circa una ventina ogni anno, sempre accompagnati da morte e distruzione. L'anno scorso il tifone Washi ha ucciso 1.500 persone a Mindanao settentrionale, dove ha fatto straripare diversi fiumi. Questa volta prima dell'arrivo di Bopha-Pablo, che si annunciava più forte di Washi, il governo aveva emesso allarmi e il presidente Aquino era andato in televisione per chiedere alla popolazione di non sottovalutare il pericolo. Truppe dell'esercito e soccorritori erano stati mandati preventivamente a Mindanao per organizzare i soccorsi. Anche se questo non è bastato. Mentre il tifone impazzava, il negoziatore filippino alla conferenza dell'onu sul clima, a Doha, aveva rivolto un appassionato appello ai delegati ad assistere le nazioni che ormai subiscono gli effetti del cambiamento del clima: «Se non ora, quando? Se non qui, dove?». Neanche lui ha fatto notizia.
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