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IL CASO. Saline Joniche e l'imbroglio della centrale a carbone

«Sebbene non si ritenga probabile che la realizzazione della Centrale in progetto possa diventare un motore di sviluppo turistico le possibilità di riconversione dell'area a tale vocazione sono oggi fortemente compromesse dallo stato di degrado del sito e non sono al momento noti progetti di recupero ambientale finalizzati allo sviluppo del turismo». È con una sentenza di condanna senza appello né processo che il governo Mario Monti ha concesso la Via - Valutazione di impatto ambientale – positiva alla centrale a carbone che la multinazionale svizzera dell'energia Sei-Repower ha intenzione di costruire sulle spoglie dell'ex Liquichimica di Saline Joniche, in provincia di Reggio Calabria. La procedura non è ancora conclusa, manca il parere del ministero delle attività produttive, e si dovrà esprimere la conferenza dei servizi, ma lo scoglio maggiore sembra essere superato.

La medesima area che già negli anni '70 era stata svenduta a una chimera industriale che già all’epoca si sapeva obsoleta, torna a diventare ventre molle in cui far precipitare una fabbrica di veleni. La centrale a carbone che la multinazionale elvetica dell’energia ha deciso di impiantare in punta allo stivale - in uno dei territori geologicamente e socialmente più instabili della Calabria - sorgerà sui ruderi dell'ex Liquichimica, il mostro creato nel 1974 con i finanziamenti del pacchetto Colombo. Trecento milioni che - ufficialmente – avrebbero dovuto finanziare lo sviluppo industriale di una delle province più depresse d'Italia. In realtà, il prezzo che il Governo fu costretto a pagare per comprare la pace a Reggio Calabria, dove i Boia chi molla, guidati dal sindacalista della Cisnal e senatore missino, Ciccio Franco, si erano messi alla testa della rivolta popolare, scoppiata dopo l'assegnazione del capoluogo a Catanzaro. La Liquichimica è la figlia bastarda di quel baratto. Dopo avere speso quel fiume di denaro pubblico, le Istituzioni conclusero che la produzione – bioproteine per mangimi animali - era "altamente inquinante". E l'impianto venne bloccato e chiuso quarantotto ore dopo l'apertura dei battenti. Trecento milioni di lire dell'epoca andati in fumo, seicento lavoratori assunti, finiti in cassa integrazione.
A Saline è rimasta solo una struttura divenuta simbolo delle cattedrali nel deserto. Eppure all'epoca, in un territorio affamato di lavoro, piagato dall'emigrazione di massa verso le fabbriche del nord, la popolazione si affidò al grande impianto e ne sostenne la realizzazione, cercando forse un'occasione di riscatto. Le poche voci contrarie subito si affievolirono o furono silenziate. Come quella del direttore del Genio Civile di Reggio Calabria, che in quel periodo stilò una perizia in cui sconsigliava l'uso di quel terreno perché "altamente instabile". Quelle carte sparirono, il direttore morì dopo poco in uno strano incidente stradale che nessuno fu mai in grado di spiegare e il progetto andò avanti. La Liquichimica contro cui si era opposto si staglia ancora oggi contro l'orizzonte, mentre a quasi quarant'anni di distanza la fascia jonica reggina soffre visibilmente gli stessi bisogni di allora: lavoro, opportunità, sviluppo. Urla di dolore di una terra ferita, cui il governo – oggi come ieri – sembra voler rispondere con le medesime chimere.

Il miliardo di euro di investimenti totalmente privati che la Sei-Repower ha messo sul piatto per finanziare il proprio progetto, per il governo tecnico sono un bocconcino irrinunciabile. Del resto, scrivono testualmente “i professori” nel decreto ministeriale di autorizzazione, l'area di Saline è già compromessa e una centrale in fondo non peggiorerà la situazione. Nonostante nel progetto della multinazionale elvetica ci siano una serie di mancanze che – almeno ufficialmente – l’azienda è obbligata a sanare, all’esecutivo basta elencarle ordinatamente nel decreto di Via, prendendo per buone le promesse di intervento, soluzione e integrazione della Sei.

Nulla dunque sembra aver pesato sulle valutazioni dell’esecutivo dei tecnici, il secco no con cui il Ministero dei Beni Culturali aveva bocciato il progetto di impiantare una centrale a carbone in un territorio su cui insistono diciotto aree vincolate e cinque siti di Interesse Comunitario. Tutte zone destinate ad essere attraversate - dunque distrutte - dall'elettrodotto destinato a immettere l'energia in rete a Rizziconi. Ma al governo dei professori poco importa. Un miliardo di euro pesano di più del tentativo – lungo, lento e difficile – di un percorso di valorizzazione di un territorio devastato da un’avventura industriale già persa in partenza e poi condannato a quarant’anni d’abbandono.

Poco importa – inoltre - se nel progetto della multinazionale elvetica non c'è «un sufficiente approfondimento delle cause del degrado ambientale locale e delle previsioni sugli effetti dell'esercizio dell'impianto» e manca anche una seria «considerazione della presenza dei centri abitati di Saline Joniche, Sant'Elia, Caracciolino, Masella, Riace e di Annà di Melito Porto Salvo e le conseguenze che il Progetto avrebbe su di essi». E pazienza, se non ci sono – e il governo nel testo lo afferma – analisi sufficienti «ante operam e delle conseguenze e ricadute prodotte dalla costruzione, dalla ricostruzione e dall'ampliamento del porto, dal movimento delle navi carbonifere e delle altre navi che dovranno servire per il carico delle ceneri e del gesso, dall'elevato flusso di prelievo e scarico di acqua marina e della temperatura dell'acqua dello scarico». E se mancano anche «la valutazione dell'impatto sulla qualità dell'aria e le ricadute degli inquinanti sul territorio circostante e sulle aree abitate», «la quantificazione dell'impatto radiologico derivante dai radionuclidi contenuti nel carbone e nelle ceneri di combustione», «la valutazione degli impatti su tutti i centri abitati interessati dalla deposizione degli inquinanti dispersi dalla Centrale». La Sei-Repower - ha promesso – integrerà, correggerà, provvederà. Dopo. Intanto c’è luce verde al progetto.

Al governo è bastato aggiungere alla Via, gli allegati A e B che – specifica l'esecutivo – contengono una serie di «disposizioni e prescrizioni» che l’azienda è obbligata a ottemperare per poter proseguire con il progetto, e in coda al decreto ci sono sintetizzate in 59 punti le mancanze cui la Sei dovrà rimediare. Ma l'autorizzazione c'è. E questo alla Sei-Repower basta per cantare vittoria. «E' la conferma della qualità ed importanza del Progetto e dello straordinario lavoro fatto in questi anni da tutte le persone che hanno lavorato su questa iniziativa - dice soddisfatto l'amministratore delegato della Sei-Repower, Fabio Bocchiola - Oggi ci viene riconosciuta una Valutazione d'Impatto Ambientale positiva confermando quanto da sempre sostenuto. Ora è il momento di concentrarsi sulle importanti opportunità che si prospettano per il Reggino e la Regione Calabria, a cominciare dall'occupazione e dallo sviluppo che il Progetto Sei è in grado di creare».

Occupazione e sviluppo: le medesime esche avvelenate con cui quarant’anni fa fu imposta la Liquichimica. Ma che oggi il territorio non ha intenzione di ingoiare. Neanche tappandosi il naso. Gli attivisti del no al carbone, che nel reggino sono riuniti nel Coordinamento delle associazioni dell’area grecanica, non hanno alcuna intenzione di fare alcun passo indietro. «Il parere Via espresso dal Ministero dell'Ambiente era già noto ed erano già state ampiamente messe in evidenza, dallo stesso, le bugie del progetto che la Sei-Repower aveva propinato in questi anni al territorio. Nessuna novità quindi. Nulla che possa far cambiare idea sullo scellerato progetto di costruire una centrale a carbone a Saline Joniche», scrivono in una nota fatta circolare a poche ore dall’approvazione della Via al progetto. «È stata proprio la Via – continua la nota - ad inchiodare la centrale alimentata col combustibile fossile più inquinante al mondo, smascherando le bugie sui posti di lavoro millantati e sul fatto che non porterà alcun beneficio al territorio. Gli stessi dirigenti della Sei-Repower hanno ammesso che le millantate migliorie tecnologiche non verranno adottate. La centrale a carbone di Saline Joniche sarà inquinante e pericolosa come tutte le altre centrali del mondo».

A spiegare in dettaglio il bluff della Sei-Repower – che per mesi con una campagna a tappeto portata avanti sul territorio con tutti gli strumenti possibili, dalla cartellonistica ai comitati pro-centrale pilotati, ha promesso una centrale a carbone “pulito” - è il reggino Nuccio Barillà del direttivo nazionale di Legambiente. «Questa centrale – spiega Barillà - non utilizzerà e non ha intenzione di farlo in futuro il sistema di cattura e immagazzinamento di CO2. Anche lo Sei lo dichiara esplicitamente nei propri documenti ufficiali: la centrale verrà solo predisposta per un tecnologia che è tuttora in fase sperimentale e non ancora commercialmente matura. E che allo stato farebbe lievitare i costi in modo tale da rendere antieconomico l'investimento. Il risultato è che 7,5 milioni di metri cubi di Co2 l'anno si riverseranno nell'atmosfera, con immediate conseguenze sull'ambiente circostante».

E le prove di cosa questo significhi per l’ambiente e per chi lo vive non mancano. Gli studi scientifici si contano per decine. E le centrali esistenti ne sono la prova concreta. L'inquinamento nel distretto di Vado-Quiliano, in provincia di Savona - dove una centrale a carbone da 660 megawatt esiste già ed è grande non più della metà di quella che si progetta di fare a Saline – è dovuto per il 35% solo all'impianto, a fronte di un 22% del traffico veicolare. Fra tutti i combustibili fossili, il carbone è quello che produce proporzionalmente la maggior quantità di anidride carbonica, gas ritenuto fra i principali responsabili del cambiamento climatico. E se ciò non bastasse, c’è il problema meno conosciuto e forse ancor più grave delle scorie radioattive. A differenza di quanto succeda negli impianti nucleari, negli impianti a carbone le scorie non vengono filtrate e si disperdono con i fumi. Secondo Dana Christensen, del Laboratorio Nazionale di Energia Rinnovabile del Colorado (USA), le radiazioni emesse da una centrale a carbone sono 100 volte maggiori di una centrale nucleare, a parità di energia prodotta.

Tutti pericoli di cui gli attivisti sono ben coscienti e sulla base dei quali hanno promosso una serrata campagna di controinformazione e chiamato alla mobilitazione. I militanti. I cittadini. Ma anche quelle istituzioni comunali, regionali e provinciali che – a parole – si sono sempre dichiarate contrarie alla centrale a carbone. Da loro ci si aspetta un impegno concreto: c’è solo un mese di tempo per impugnare la Via di fronte al Tar. Un’operazione costosa, ma che più che nelle stanze del tribunale amministrativo si gioca nei corridoi della politica. Che per adesso continua a nicchiare. Nei prossimi giorni, una riunione di sindaci e amministratori della zona – che si preannuncia tempestosa – avrà il difficile compito di elaborare una posizione comune sull’ipotesi di centrale. Un’impresa non da poco: la multinazionale elvetica dell’energia ha messo sul piatto milioni di euro in oneri di costruzione e opere compensative, novelle prebende che fanno gola a molti.

Ma anche in Regione il cammino del No, si preannuncia non facile. Nonostante la Giunta di centrodestra guidata da Giuseppe Scopelliti abbia proseguito nel solco del no tracciato dal suo predecessore di centrosinistra, Agazio Loiero, all’ultimo consiglio regionale, il tentativo di approvare un ordine del giorno congiunto che chiedeva al governatore e alla Giunta di opporsi all'iter autorizzativo della centrale a carbone e di impugnare in via d'urgenza il decreto di Via, è andato in fumo. Ufficialmente, la questione è stata definita «troppo importante tanto dal punto di vista politico, come sociale», per essere relegata a un odg approvato in tutta fretta, a fine lavori, da un Consiglio distratto e semi-deserto. Nonostante le proteste di alcuni consiglieri, la discussione è stata aggiornata al prossimo consiglio regionale che – secondo indiscrezioni – sarà convocato il prossimo 16 luglio. A termine ultimo di presentazione dell’impugnativa praticamente scaduto.

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