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"Un movimento di popolo contro chi vuole lasciare le Terre Joniche nel silenzio"
Gianni Fabbris è uno dei coordinatori del Comitato Terre Joniche che dal 2011 porta avanti una strenua battaglia per ottenere i risarcimenti delle ripetute alluvioni in Basilicata, Puglia e Calabria. Un vero e proprio movimento di popolo che in queste settimane ha fatto sentire la sua voce grazie anche allo sciopero della fame di Fabbris e altri. Alla politica non è rimasto altro che affrontare il confronto diretto, in piazza. 

Tutti hanno parlato di Cortina e della Sardegna, ma le catastrofi naturali a cominciare dalle alluvioni sono molte di più e spesso taciute o dimenticate…

E’ la convinzione che abbiamo maturato con l’esperienza del Comitato per la difesa delle Terre joniche nato nel 2011 come risposta dal basso di tre alluvioni che hanno devastato il territorio tra Calabria e Puglia, lungo tutta la costa della Basilicata. Sessanta chilometri di costa con sei fiumi che finiscono lì il loro corso. Ci sono stati 300 milioni di euro di danni solo per la parte lucana e quasi altrettanti per la parte pugliese. Da quel momento ad oggi sono arrivati appena 25 milioni di euro. E questo per iniziativa diretta della mobilitazione delle persone, promossa da Altragricoltura e che ha visto la partecipazione di tante realtà sociali e della cittadinanza attiva.

Che quadro ne avete ricavato?
Che ci sono alluvioni di serie A, B, e C a seconda dei casi. All’nizio non l’avevamo capito. Abbiamo dovuto capirlo sulla nostra pelle, però. In Italia c’è un grande vuoto che si va via via allargando su come si interviene, superata la fase immediata dell’emergenza, nelle catastrofi naturali. Dopo i primi giorni di riflettori accesi incomincia un calvario drammatico. La decisione se intervenire e in qualche misure e con quali priorità è all’assoluta discrezionalità della politica che in nome della emergenzialità valuta in base a criteri che non sono affatto trasparenti. Se vogliamo tracciare una linea, dall’alluvione del Veneto dell’ottobre del 2010, sulla quale ci sono stati interventi significativi dal punto di vista delle risorse, ad oggi ben 19 alluvioni e ognuna di queste ha ricevuto una risposta diversa. Differenze enormi di trattamento addirittura sulla sospensione dei tributi. C’è un problema nazionale quindi. A Sara Baganza, che è al Nord, nel 2011, per esempio, non c’è stato nemmeno il riconoscimento dello stato di emergenza. C’è un vulnus di trasparenza e di democrazia. Abbiamo discusso qualche giorno fa all’incontro con il prefetto Gabrielli che ha detto: “Vi ascoltavo parlare e sembrava che parlassi io”.

Perché, qual è il comportamento della politica?
La politica contratta di volta in volta le condizioni. E’ chiaro che dipende dalla capacità dei gruppi dirigenti locali di battere i pugni sul tavolo a livello nazionale. A volte dipende però anche dalle valutazioni contingenti della politica stessa. Come è successo in Sardegna, per esempio, dove tra ville in Costa Smeralda e governo in difficoltà si è arrivati a dichiarare il lutto nazionale puntando tutto sulla ripresa di immagine. C’è un grande problema di democrazia e trasparenza, è chiaro.

Con l’urbanizzazione spinta del territorio non è una beffa paralare di catastrofi naturali?
Quando si parla di alluvioni si parla sempre di una grande matassa aggrovigliata di questioni, dal modello di svliuppo ai poteri delle amministratori locali e a chi gestisce dighe ed autostrade. Certo, però ci sono anche responsabilità dei cittadini che non gestiscono più il territorio. Quando c’è una alluvione ci sono due risposte immediate da mettere in campo:messa in sicurezza e supporto a chi è colpito. Spesso si finisce nelle mani degli usurai perché manca un appoggio per tutto. Il rischio più grande di penetrazione criminale è stato, ed è, legato ai ritardi di intervento dopo eventi emergenziali. Questo lo hanno scritto alcuni ministri non noi.

Dopo il primo risultato cui accennavi qual è la situazione?
Sono tre mesi che attendiamo il riconoscimento dello stato di emergenza e i primi stanziamenti. La Sardegna l’ha avuti in 48 ore. Lo sciopero della fame ha rappresentato un enorme spostamento dei rapporti di forza soprattutto nei confronti della politica. Nel primo Consiglio dei ministri utile dovrebbe essere varato un decreto che stanzia un primo intervento. Avevamo sostenuto che almeno un terzo delle risorse dovesse andare ai più bisognosi. Preso atto che non era possibile abbiamo rimesso il punto alla Regione. Fra il sette e l’otto ci sarà un incontro con la Regione. Seguirà una assemblea tra associazioni e sindaci.

Quale modello di mobilitazione e di costruzione della vertenza esce da questa esperienza?
Il modello è quello di Altragricoltura che guarda alla ricostruzione delle comunità nel territorio. Obiettivi che tu ti dai di volta in volta. Autonomia completa nei confronti delle controparti. Il fiume tre anni fa è straripato ed ha trovato un territorio abbandonato e abitato da gente divisa e separata, senza coscienza di se; ognuno immerso nell'individualismo, nell'egoismo e nella diffidenza che sono figli della sconfitta culturale, etica, economica e sociale seguita alle promesse della riforma agraria. Ognuno alla ricerca della sua personale via per superare la propria crisi, percepita come dimensione separata dagli altri, pensando che il proprio destino dipendesse non dalla dimensione collettiva delle risposte che si avevano ma dalla capacità personale di affermarsi magari trovando qualche santo protettore di turno. Su questa cruda realtà si è innestata l'esperienza del Comitato, sulla ricerca costante del tenere insieme quello che la crisi e la politica che la ha voluta ha fin qui diviso, per cercare nuove unità dopo quelle che negli anni delle lotte per la terra avevano saputo spuntare la riforma agraria ed una nuova stagione di democrazia e progresso nelle nostre terre. Sta nascendo, in questi anni e dentro il percorso della mobilitazione del Comitato TerreJoniche, una nuova comunità di uomini e donne che, di nuovo, hanno deciso di alzare la testa per la dignità propria e di tutti come fecero i contadini che lottando impararono a non togliersi il cappello di fronte al padrone agrario di turno. Una comunità in cui cresce la coscienza di se e che sta imparando a passare dalla protesta alla vertenza nella consapevolezza che in ballo non c'è semplicemente la soluzione di un piccolo/grande problema personale ma la soluzione per il territorio e che la posta è, ancora una volta la Terra, la nostra Terra lucana su cui abbiamo il diritto di vivere in pace e con dignità.

Dalle campagne, come abbiamo visto con il movimento dei Forconi, sta nascendo un nuovo protagonismo?
Sta succedendo che la crisi produce un vuoto e di fronte a questa crisi la gente comprende sempre di più che il problema non è il ricambio dei gruppi dirigenti ma sono le questioni concrete e i contenuti che fanno la differenza. La nostra è un’esperienza di territorio e comunità che stiamo indicando dentro il movimento dei Forconi. Una esperienza che mette in discussione il merito delle scelte che ci hanno portato alla crisi e che per andare avanti prova ad assumere una idea di società. Mi convince da questo punto di vista quando Serge Latouche dice che i corpi sociali di fronte al vuoto della politica devono assumersi la responsabilità per ottenere i maggiori risutalti politici. Quando più tutto questo diventa non sporadica eperienza ma percorso di una comunità intera tanto più e facile parlare di cambiamento.

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