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"Ecco perché la coalizione sociale non ci convince". Intervista ai Cobas
Marcello Pantani e Federico Giusti, da quale contesto origina la crisi ormai avanzata della rappresentanza politico-sindacale?
I padroni si sono garantiti in modo indisturbato la gestione della crisi: licenziamenti, ristrutturazione dell’attività produttiva con una intensificazione dello sfruttamento del lavoro improntata a una rapidità che non ha precedenti, cancellazione di ogni tipo di diritti, non solo grazie all’iniziativa legislativa dei governi che si sono succeduti dal 2008 a oggi (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi), ma anche per l’iniziativa diretta da loro stessi sviluppata nelle realtà aziendali. Col sindacalismo maggioritario che, nella sostanza, non ha mosso foglia, né per contrastare l’azione governativa, né per mettersi di traverso nel vivo dell’assalto alla condizione lavorativa.
Landini nella Fiom c’era già prima di diventarne, nel 2010, il segretario generale, faceva parte del gruppo dirigente, al cui vertice all’epoca si trovava Rinaldini, e non brillava certo per radicalità di posizioni politico-sindacali e per rispetto del punto di vista dei lavoratori
Nel gennaio 2009 Cisl, Uil e Confindustria pensarono bene di approfittare del momento favorevole (imperversava, nel governo Berlusconi entrato in carica nel 2008, il ministro del lavoro Sacconi), siglando un accordo interconfederale separato che prevedeva deroghe aziendali alla contrattazione nazionale, rinnovo triennale dei contratti di categoria sia per la parte normativa sia per quella economica (che fino a quel momento aveva avuto scadenze biennali), adozione di un sistema di calcolo dell’inflazione programmata punitivo per il salario. Un vero assalto alla contrattazione nazionale, per altro già uscita malconcia dall’accordo unitario (siglato, quindi, anche dalla Cgil di Trentin) del 23 luglio 1993, quello della concertazione, che aveva fatto seguito all’accordo sempre unitario (e sempre siglato anche dalla Cgil di Trentin) del 31 luglio 1992, il quale aveva cancellato la scala mobile.
La Cgil nel gennaio 2009 non firmò quell’accordo, ma non fece niente per metterlo in discussione. Anzi, la stragrandissima maggioranza dei suoi sindacati di categoria siglò rinnovi di contratti nazionali perfettamente in linea con quell’accordo, che anche formalmente la stessa Cgil fece proprio, quando con Cisl, Uil e Confindustria gongolanti e trionfanti siglò quello interconfederale del 28 giugno 2011, che sanciva di fatto le stesse regole.
Se questo vale per la Cgil, che non da oggi non rappresenta non solo il precariato, ma neppure i settori del lavoro tradizionalmente sindacalizzati, è facile immaginare quanto valga per Cisl e Uil!

Va per la maggiore che la Fiom e Landini siano la punta avanzata dello schieramento conflittuale. Cosa ne dite?
Noi lasciamo parlare i fatti, i quali dicono di No. Quando, nell’ottobre 2009, Fim/Cisl, Uilm e Federmeccanica rinnovarono il contratto nazionale dei metalmeccanici per il triennio 2010-2012 secondo i criteri dell’accordo interconfederale del gennaio precedente, lasciando fuori la Fiom, questo sindacato s’incavolò, promosse qualche sciopero articolato di qualche ora, ma niente più, nemmeno quanto aveva fatto qualche anno prima, in occasione di un altro contratto separato, con la promozione di vertenze aziendali che si risolsero in varie aziende con aumenti salariali integrativi.
La stessa cosa, anzi peggio, è avvenuta in occasione dell’ultimo rinnovo separato del contratto nazionale dei metalmeccanici, siglato nell’autunno 2012 per il triennio 2013-2015, quando la Fiom, sperando invano di essere ammessa al tavolo della trattativa, aveva presentato, in una sorta di competizione al ribasso con la dirigenza fimmina e uilmina, una piattaforma “rivendicativa”, che aveva tra i suoi punti qualificanti l’offerta del TFR alle aziende per l’innovazione industriale: stavolta, da parte della Fiom, nemmeno ci si è mossi con qualche mobilitazione di testimonianza.
Nel frattempo, la Fiat nel giugno 2010 aveva incassato da parte di Fim, Uilm, Ugl, Fismic e Union Quadri un capolavoro di accordo per lo stabilimento di Pomigliano (poi replicato tra la fine 2010 e i primi mesi 2011 per Mirafiori e per la ex-Bertone), da fare invidia al sindacalismo corporativo di matrice fascista: un autentico massacro dei diritti, compresi quelli sindacali, delle condizioni di lavoro, della salute e dell’integrità fisica, della dignità di chi avrebbe avuto la “fortuna” di essere richiamato dalla cassa integrazione per essere reso schiavo alle catene di montaggio della nuova Panda.
C’è da dire che, dall’accordo interconfederale separato del gennaio 2009, passando per il contratto separato dei metalmeccanici dell’ottobre dello stesso anno e arrivando alle infamie sindacali separate del 2010-2011 relative alle vicende di Pomigliano, Mirafiori ed ex-Bertone, tra i lavoratori in generale e tra i metalmeccanici in particolare non erano affatto dominanti i sentimenti di frustrazione, rassegnazione e resa che adesso caratterizzano la situazione di classe in Italia.
Ma la risposta della Fiom fu soltanto simbolica (nell’autunno 2009, dopo il contratto separato metalmeccanici; a metà 2010, subito dopo il misfatto di Pomigliano; a gennaio 2011, un mese dopo la sua replica a Mirafiori): quasi un anno e mezzo “utilizzato” per far maturare una sconfitta, non prodotta dalla lotta, che non c’è stata, ma imposta dall’alto della segreteria confederale della Cgil e di quelle dei suoi sindacati di comparto, Fiom compresa, in un clima di scaramucce tra confederazione e categorie, di fronte a cui ai lavoratori è stato riservato il ruolo di spettatori, in particolare delle performances mediatiche che hanno avuto protagonista Maurizio Landini, sempre pronto a sparare parole di fuoco, seguite regolarmente dall’assenza di un progetto sindacale di qualche significato.
Possiamo ascrivere a questa “strategia” anche il comportamento della Fiom sulle riforme Fornero, dall’assalto al sistema pensionistico, compresa la vicenda dei cosiddetti “esodati”, a quello che assestò una sonora mazzata all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori (ci penserà il governo Renzi a raccogliere il testimone per portare a termine l’impresa): niente più dello “sciopero generale” di 3 ore proclamato da Cgil, Cisl e Uil in occasione del primo assalto, e qualche “sciopero articolato” in occasione del secondo, con poche fabbriche che ci si impegnarono a fondo, tra cui la Piaggio di Pontedera e la Same di Treviglio.
A forza di ricorrere allo sciopero che ha assunto sempre più il significato di mostrare che “ci siamo ancora”, si è scivolati nella strategia degli scioperi di facciata, nello sciopero-parata, con tanto di prenotazione dell’appuntamento romano di Piazza del Popolo, che non è grande, si può riempire senza bisogno che ci arrivino le “grandi masse”, ci va volentieri anche qualche giurista di spicco a parlare di Costituzione e di “Repubblica fondata sul lavoro”, cosa che dovrebbe far contenti (ma siamo proprio sicuri?) gli operai in quanto “costituenti”, far fare are tutti una gran bella figura e così essere tutti quanti felici e contenti, almeno per qualche giorno, il tempo di smaltire le fantasie raccontate da qualche giornalista de “il manifesto”. Peccato che non sia massiccia la partecipazione dei lavoratori agli scioperi e meno ancora alle manifestazioni.

Perché esprimete questa critica senza appello del ruolo della Fiom e di Landini?
Una volta persa la partita di fatto senza essere scesi in campo, si è arrivati al Jobs act del Renzi e del suo compare delle cooperative, il ministro del lavoro Poletti, dopo essere stati gratificati dalle polemiche tra Camusso e Landini in merito all’accordo interconfederale sulla rappresentanza sindacale del 10 gennaio del 2014 e alla strategia da seguire col nuovo premier, con cui la segretaria generale della Cgil era costretta a tenere un rapporto di basso profilo, mentre il segretario generale della Fiom ci si vedeva volentieri e ci si abbracciava pure.
Landini è il dirigente più imprevedibile che sia mai toccato in sorte ai metalmeccanici della Cgil, in perenne altalena eclettica: il 28 marzo di quest’anno in piazza del Popolo, a Roma, ha preso in prestito da Giovanni XXIII la strategia per costruire l’unità, pardon la “coalizione”, sociale, e da Pietro Ingrao l’idea che i lavoratori sono i “costituenti” della Repubblica fondata sul lavoro, rivolta nel 1978 agli operai siderurgici di Terni; un’altalena tra opposti che diventano uguali e tra uguali che diventano opposti. Se ieri, infatti, tra lui e Susanna Camusso non correva buon sangue, col Jobs act l’armonia tra i due era parsa riconquistata, per ritornare a essere di nuovo in crisi, così pare, dopo che è comparsa all’orizzonte la proposta della “coalizione sociale”. Analogamente a quanto sta avvenendo col Renzi, non più una figura da abbracciare, ma un primo ministro definito da Landini (impossibile, stavolta, dargli torto!) come facente parte della “coalizione” con la Confindustria.
Landini, pur distante da Bertinotti quanto a fair play, in qualche modo lo ricorda come funambolo del sindacalismo: si pensi a quanto è capace di dire a proposito delle conclusioni della vertenza della Thyssen-Krupp di Terni. Dopo essere stato anche lui immerso nella manifestazione di Roma che la polizia aveva attaccato a manganellate (a cui va detto che gli operai avevano risposto con forza e determinazione), adesso va in giro a vantarsi che la vertenza si sarebbe chiusa senza licenziamenti e con la garanzia che il piano industriale previsto dall’accordo salvaguardi l’esistenza della fabbrica e l’occupazione. Eppure, questa garanzia è assolutamente aleatoria e, quanto ai licenziamenti, si tratta di un’autentica balla, visto che centinaia di operai (molti di più, tra l’altro, di quelli previsti come licenziabili dalla “mediazione” ministeriale) si sono sentiti costretti, per evitare di esserci inseriti direttamente dalla società, a infilarsi “volontariamente” nella lista di mobilità (licenziamento con indennità Inps), in cambio di una buonuscita.
Non è necessario riferirsi ai Cobas per sviluppare tutte queste considerazioni: basta leggere quanto scritto dall’opposizione in Cgil, “Rete 28 Aprile” ieri, “Il sindacato è un’altra cosa” oggi.

Cosa pensate dell’idea di Landini di costruire una “coalizione sociale”?
L’idea della “coalizione sociale” cade in un momento particolare della lunga crisi economica e sociale, che sta scaraventando di tutto e di più sulla pelle di chi ha un lavoro e di chi non lo ha, di chi è in pensione e di chi ci deve andare e non sa se e come ci andrà, di chi si ammala e non sa come potrà curarsi, insomma della maggioranza della popolazione che vive in questo Paese, migranti compresi.
Un momento, nel quale (aldilà della prosopopea del governo e del neo-presidente dell’Inps, il bocconiano economista e giuslavorista Boeri, sui miracoli occupazionali compiuti dalla legge di stabilità con regali miliardari ai padroni che assumono a tempo indeterminato e su quelli che verranno grazie al decreto legislativo n. 23 del 2015 di attuazione del jobs act in materia di licenziamenti, che permetterà di licenziare anche chi starnutisce!) non è certo una ipotesi visionaria pensare che, essendo stati compressi nel fondo del barile il presente e il futuro di milioni di lavoratori e di senza-lavoro, di senza-casa, di senza-luce, di senza-acqua, di senza-gas, di senza-cibo, di senza-cure sanitarie, di senza-tutela ambientale, di senza-studio, di senza-ecc., possano sorgere movimenti di una portata e di una dimensione e di una radicalità non prevedibili.
Chi si farà carico di fare i conti con questi eventuali movimenti, non per reprimerli (questo sappiamo già che sarà compito del democratico governo al momento in carica!), ma per imbrigliarli, dirigendoli dall’esterno secondo gli schemi, ormai collaudati da secoli, finalizzati a snaturare gli obiettivi radicali di chi lotta, per renderli compatibili (al massimo ribasso) col sistema contro cui si lotta? E chi, invece, lavorerà per costruirvi all’interno e dall’interno una direzione autonoma di decisione e di lotta su un programma e su azioni e iniziative capaci di rappresentare tutte le istanze dei movimenti, nell’ottica di imporle al sistema contro cui si sta lottando?
È da credere che l’idea landiniana della “coalizione sociale” si ponga il problema di una eventualità di conflitto, di conflitti sociali, anche di tipo spontaneo e non solo di quelli promossi, lanciati, orientati da realtà in qualche modo organizzate, per non parlare di quelli che potrebbero fare capo alle stesse strutture sindacali maggioritarie.
Cosa c’è da aspettarsi da una “coalizione sociale”, come quella che si va configurando per iniziativa del gruppo dirigente della Fiom? La lotta operaia, in particolare degli operai metalmeccanici, è arduo ipotizzare che la Fiom voglia impostarla diversamente da quanto è avvenuto dacché è esplosa la crisi, cioè con modalità che non siano quelle della mobilitazione di facciata, una tantum, intermittente, testimoniale; e con obiettivi diversi da quelli, pur legittimi, di difesa dei posti di lavoro, però annacquati da concessioni, poco legittime per la verità, che accettano che ci sia comunque un ridimensionamento dell’occupazione e dell’orario, dello stesso salario e degli stessi diritti acquisiti e consolidati, nonché un peggioramento dell’organizzazione dei turni, il taglio dei tempi, un aumento dei carichi di lavoro, la riduzione delle postazioni in linea per produrre quanto e più di prima con meno operai.
Questo sta nel Dna della Cgil, della Fiom, del suo gruppo dirigente.
Nell’ipotesi che la lotta operaia riprenda, si sviluppi e possa generalizzarsi, prendendo le mosse magari dai metalmeccanici, per impulso spontaneo o per iniziativa di gruppi di operai, non necessariamente presenti in Rsu, non necessariamente riferibili a qualche sindacato, maggioritario o di base che sia; in questa ipotesi il Dna della Fiom, più che mai quello della Cgil, renderebbe problematico che essa possa stare come un pesce nell’acqua in mezzo a queste modalità di iniziativa.

Insieme all’idea di “coalizione sociale”, Landini insiste sul rinnovamento del sindacato. Siete d’accordo?
In effetti, Landini non perde occasione per predicare che il sindacato è da rinnovare, non precisandone, però, granché il significato, forse alludendo, oltre che all’apertura verso i settori del lavoro “non garantito” (precario, a termine, in affitto, parasubordinato o cosiddetto “autonomo”), anche alla necessità di democratizzarlo.
Questo “rinnovamento”, poi, dovrebbe riguardare tutto il sindacato, anche la Fiom, o solo gli altri comparti? Non risulta che la Fiom, quanto ad apertura verso tematiche e rivendicazioni o forme di lotta diverse da quelle che ne caratterizzano, diciamo, la tattica e la strategia ufficiali, sia pronta a rinnovarsi e meno che mai a farlo nei confronti di chi dissente dal Landini-pensiero, che si tratti di militanti interni alla Fiom stessa, o di sindacati di base con relativi militanti, dei loro diritti, del loro diritto all’esistenza sindacale piena: basta avere presente il trattamento pesantemente discriminatorio, intimidatorio e diffamatorio di cui sono “gratificati” a opera degli attivisti fiommini i lavoratori che nelle fabbriche metalmeccaniche la pensano e agiscono diversamente da loro.
L’era landiniana è costellata di “epurazioni”, tra le più significative quella di Eliana Como dal gruppo dirigente Fiom della provincia di Bergamo e quella di Sergio Bellavita addirittura dalla segreteria nazionale Fiom. Le loro colpe? L’essere impegnata nel lavoro organizzativo e mobilitativo su basi classiste e antipadronali in fabbriche metalmeccaniche del bergamasco, quella di Eliana Como. L’essere sindacalista di un’opposizione non fine a se stessa, ma propositiva e gestita alla luce del sole, quella di Sergio Bellavita.
Per Landini è la Cgil (e naturalmente la Cisl e la Uil) che deve rinnovarsi, non la Fiom, perché la Fiom è la … Fiom.
Si deve, allora, uscire dalla grancassa mediatica e sottrarsi al martellamento cui siamo sistematicamente sottoposti da una campagna insistente di pura propaganda mistificatoria sulla figura di Landini (proposto come il leader che ci vuole perfino da qualche esponente del gruppo torinese dell’ALBA!) e sul “suo” sindacato. Una figura da cui, verosimilmente, non c’è da aspettarsi niente di diverso da quanto il sindacalista ci ha offerto finora come leader dei metalmeccanici Cgil: tanta retorica, tanta foga tribunizia, tante barricate di parole, stavolta magari a 360 gradi, per raggiungere e fare presa sull’immaginario collettivo della “platea” allargata della “coalizione sociale”. Come non ricordare i propositi, immancabilmente sparati a salve dai comizi, sulla necessità, se niente fosse cambiato nelle politiche economiche e sociali, di andare verso l’occupazione di fabbriche?
E ci si deve misurare coi bisogni dei milioni di persone che stanno subendo non solo la crisi, ma la gestione spietata che ne stanno facendo padroni e governi, col via libera dei sindacati maggioritari, anche, di fatto, della stessa Fiom.

Ritornando alla “coalizione sociale”, essa non rappresenta in qualche modo una sfida per tutti?
Certo, almeno per chi, anziché teorizzare che ormai la gente è col culo per terra, non pensa affatto a rialzarsi, meno che mai a rialzare la testa, a “insorgere”, si pone, invece, il compito di essere all’altezza dello scontro necessario a invertire la tendenza. La coalizione va intesa, però, come opposizione sociale, sindacale e politica conflittuale e non si costruisce in tv o con invettive ideologiche e demagogiche e meno che mai con due piedi in Cgil. Bisogna, piuttosto, affondare la presenza, l’organizzazione, l’azione nella materialità fisica e morale dei contesti nei quali siamo presenti come sindacati di base, centri sociali, associazioni, comitati, collettivi, coordinamenti; e ai quali possiamo, vogliamo, decidiamo di rivolgerci ex-novo, per mettere all’ordine del giorno la necessità di affidare alla lotta l’uscita dalla schiavitù, dalla miseria, dalla fame, dalla disperazione. Con tutto quello che ne discende in termini organizzativi e di collegamento fra settori e comparti, con la convinzione che non si vince niente, o si ri-perde tutto, se si resta ognuno nella propria nicchia, tra l’altro sempre più disperata e disperante, se non si diventa una forza in grado di concepirsi come classe incatenata in lotta per liberarsi dalle proprie catene.
In questa ottica, il lavoro sotto padrone non può non avere un posto e un ruolo importanti. E questo pone all’ordine del giorno la questione del sindacalismo di base, dei sindacati di base, o cosiddetti tali, di cui non si possiede il numero preciso, ma può darsi che per contarli tutti occorrano un paio di mani.
I sindacati di base e le varie e molteplici forze sociali organizzate di base (viene a mente quell’insieme che si è chiamato/si chiama “sciopero sociale”) hanno, in questa fase della crisi totale in cui stiamo sprofondando, un compito inimmaginabile fino a poco tempo fa: lavorare a un progetto maggioritario finalizzato a rovesciare la tendenza al sempre peggio e ad aprire varchi al cambiamento delle condizioni di lavoro e di vita, sotto tutti i profili, relativamente a tutti i contesti della nostra esistenza, per uscire dal tunnel in cui adesso si sta trascinando.
Non è semplice, perché si devono superare pregiudizi, divergenze politiche e sindacali, settarismi spesso dovuti al reciproco ignorare tutto o quasi dell’altro; e perché ci si deve guardare dal canto delle “sirene” landiniane, tutto teso a portare i “naviganti” fuori dalla rotta utile ad avere ragione delle tempeste e a raggiungere il porto della speranza.
Sarebbe, oltreché fuorviante, davvero imperdonabile ri-cadere nell’errore commesso qualche anno fa, quando ci fu un gran civettare con l’idea, anch’essa landiniana, di “Uniti contro la crisi”.

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