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Rifiuti, limiti e problemi della raccolta differenziata. L'insegnamento di Giorgio Nebbia
È curioso osservare come, in tempi dove finalmente alla quantità dello sviluppo (l’incremento del Pil) è sempre più naturale affiancare osservazioni sulla sua qualità, questo salto culturale sia ancora agli albori per quanto riguarda uno degli aspetti più problematici – e densi di opportunità – nella svolta verso un modello di sviluppo sostenibile: la gestione e il riciclo dei rifiuti.

Soffermiamoci a osservare la parte mediaticamente più esposta, seppur quantitativamente minoritaria, del settore: quella che passa dalla raccolta differenziata realizzata dai cittadini all’interno delle proprie case. Sappia, il cittadino, che solo il 14% circa di tutti i rifiuti prodotti in Italia – ovvero i rifiuti da imballaggio post-consumo (7%) e la frazione organica dei rifiuti urbani (un altro 7%) – rientra nell’orbita della raccolta differenziata: la stragrande maggioranza degli scarti prodotti dalla nostra economia rientra infatti nell’ambito dei rifiuti speciali, che nel 2015 hanno toccato quota 132,4 milioni di tonnellate a fronte delle 29,5 composte da rifiuti urbani. Anche nel ben più piccolo – ma cruciale – mondo dei rifiuti urbani e delle raccolte differenziate i problemi non mancano.

Nelle ultime settimane greenreport (qui, qui, qui e qui per un rapido ripasso) si è occupato di affrontare un aspetto fondamentale di questi problemi, ovvero la scarsa qualità dei materiali che vengono conferiti dai cittadini nelle campane, creando problemi lungo tutta la successiva filiera dell’avvio a riciclo: si pensi al caso delle plastiche ma anche a quello dell’organico per la produzione di compost, troppo spesso di scarsa qualità tanto da non trovare un mercato di sbocco. E senza mercato di sbocco, l’economia circolare non si chiude.

«Il riciclo delle merci usate viene in generale affrontato dimenticando che dalle merci usate e rifiutate si possono ottenere nuove merci soltanto se si parte da miscele relativamente omogenee», spiega a greenreport Giorgio Nebbia (nella foto, ndr), chimico e professore emerito di Merceologia, figura per antonomasia dell’ambientalismo scientifico in Italia. «Il materiale da trattare è, insomma – continua Nebbia – una materia prima, o seconda come la si vuole chiamare, che entra in un ciclo produttivo e come in tutti i cicli produttivi, ha successo se si sa da che cosa si parte e come la materia in entrata viene trasformata. Insomma un problema di merceologia dei rifiuti».

Mentre il dibattito pubblico attorno a questi temi sta maturando adesso nel Paese, Nebbia vi dedicò scritti e riflessioni che risalgono a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, purtroppo ignorati quando non derisi. Anche a metà degli anni ’90 (si veda in allegato, ndr) descriveva la “rifiutologia” come un nuovo capitolo della merceologia, mettendo lucidamente a fuoco quei temi che ancora oggi ci troviamo tra i piedi, irrisolti: l’inquinamento lessicale dei rifiuti (sui generis) intesi come “risorse”, le «complesse e contraddittorie leggi sui rifiuti», la convenienza del riciclo come dipendente «dalla qualità merceologica» dei rifiuti in ingresso, la necessità di fare perno sugli acquisti in beni e servizi della pubblica amministrazione (che in Italia vale oggi 284 miliardi di euro l’anno, il 17% del Pil) per «aumentare l’uso delle merci fabbricate impiegando “materie seconde”» e, non da ultimo, la «riprogettazione delle merci in vista del riciclaggio» come passaggio fondamentale (che oggi chiameremmo ecodesign).

«La economia circolare – ricorda Nebbia – è stata praticata da tutti gli imprenditori, dall’ottocento in avanti, che si trovavano fra i piedi residui inquinanti di lavorazioni, perdita di costose materie prime che potevano essere recuperate in parte dai… rifiuti». Come ha illustrato lo stesso Nebbia su Ecoscienza, la rivista dell’Arpa Emilia-Romagna, gli esempi non mancano: uno dei primi è arrivato già all’alba dell’industria chimica, con il recupero dei gas nitrosi inaugurato da Gay-Lussac (1827) nelle fabbriche che producevano acido solforico.

Esattamente centonovant’anni dopo, dove sta la novità? «I progressi dell’economia circolare – argomenta Nebbia su Ecoscienza – dipendono dallo sviluppo di una chimica analitica dei rifiuti, un capitolo forse poco attraente, ma di certo molto promettente; del resto gli stessi processi di recupero di materie utili dai rifiuti hanno contribuito al progresso di molte conoscenze chimiche; l’economia circolare permette di diminuire sprechi (di materia e di denaro) e di evitare danni ambientali ma sotto due vincoli; il primo è che qualsiasi passo avanti verso la chiusura di qualche ciclo produttivo non porta a “zero rifiuti” perché anche i processi virtuosi generano scorie, pur differenti dai rifiuti trattati; il secondo vincolo è che qualsiasi azione di economia circolare è resa possibile dall’impiego di energia che a sua volta si ottiene generando scorie e rifiuti. Purtroppo la natura non dà niente gratis».

Oggi più che mai il successo delle imprese del riciclo dipende dunque «dalla conoscenza dei caratteri chimici e fisici dei vari materiali da trattare, uno dei più importanti flussi della materia ed energia che entrano in un’economia: qualcosa come oltre 150 milioni di tonnellate all’anno in Italia (la somma dei rifiuti urbani e speciali prodotti, ndr), probabilmente alcuni miliardi di tonnellate all’anno di materie solide nel mondo, più del carbone che entra nell’economia mondiale ogni anno. Da qui la necessità di un’accurata informazione (vogliamo dire pedagogia?) verso chi pratica la raccolta differenziata, la cui utilità dipende dalla separazione dei rifiuti in gruppi omogenei ai fini del processo di riciclo. Altrimenti – conclude per noi Giorgio Nebbia – anche volonterose iniziative forniscono ai trasformatori materie ben poco utilizzabili».

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