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Non solo Ilva, a Taranto uccide anche l’amianto

Nel disastro ambientale che da decenni avvolge la città di Taranto, l’amianto ha un ruolo e un peso importante. Lo sa bene l’Ona, l’Osservatorio nazionale amianto, che da anni denuncia la condizione di rischio negli stabilimenti Ilva e negli altri siti critici presenti in città e nel resto della Puglia.

Dopo aver svolto incontri e convegni, presentato dati e denunce, oltre a chiedere l’intervento delle istituzioni, l’Ona torna a evidenziare il dramma dell’amianto: «Una condizione ancora in atto a Taranto, flagellata anche dall’amianto in Marina militare. L’Ona continua a battersi in favore di tutti i cittadini e lavoratori – afferma l’associazione – È necessaria la bonifica, indispensabile la sorveglianza sanitaria, il risarcimento dei danni, lo gridano le vittime e i loro familiari». Ed è proprio di ieri l’appello rivolto dall’Ona, questa volta alla dirigenza Ilva, affinché ci sia al più presto un incontro sulle condizioni di rischio amianto, esteso anche all’Inps e all’Inail, per i prepensionamenti e le rendite.

L’Ona chiede l’immediato prepensionamento di tutti i lavoratori dell’Ilva: «Noi ci poniamo anche il problema di coloro che sono stati esposti ad amianto, per i quali è necessaria la sorveglianza, il prepensionamento e, in caso di malattia, il risarcimento, ed è per questo che abbiamo chiesto un incontro alla dirigenza Ilva», afferma l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Ona.

Il dramma dell’amianto all’interno dell’Ilva è da tempo evidenziato anche dalla Fiom Cgil, oltre che da diverse associazioni presenti sul territorio. In Ilva infatti, ci sono ancora 3750 tonnellate di amianto censito da smaltire, oltre alle 1750 tonnellate già smaltite.

La Regione Puglia, proprio a seguito della denuncia della Fiom Cgil di Taranto, nei mesi scorso ha invitato Arpa Puglia e Asl Taranto a svolgere un’ispezione all’interno dell’Ilva, volta all’accertamento della presenza di materiali contenenti amianto, nonché alla valutazione del relativo stato di conservazione e all’esecuzione di campionamenti d’aria per la determinazione della quantità di fibre aerodisperse e la successiva valutazione del rischio sanitario. La Fiom Cgil è ancora oggi in attesa «di conoscere la mappatura ma anche il piano di bonifica, incluso il cronoprogramma, i tipi e lo stato di amianto, i procedimenti applicati per la bonifica, il numero e i dati anagrafici degli addetti, le caratteristiche degli eventuali prodotti contenenti amianto e le misure adottate e in via di adozione per la tutela della salute dei lavoratori e dell’ambiente».

Oltre all’Ona e alla Fiom Cgil, è soprattutto la onlus Contramianto a denunciare da anni quanto accaduto in particolar modo all’interno della Marina militare, che sapeva dei rischi per militari e civili dal 1968, ma che a tutt’oggi gode in città di una sinistra immunità. Negli anni è stata infatti dimostrata l’effettiva correlazione tra rischio amianto e attività lavorativa svolta non solo nei reparti di manutenzione, ma anche su navi e sommergibili, nelle quali è documentata la presenza di amianto in impianti ed apparati. I dati disponibili nell’archivio di Contramianto indicano per gli esposti all’amianto nella Marina Militare a Taranto oltre 300 casi, dei quali 170 tumorali suddivisi tra 90 mesotelioma pleurico, 63 tumore polmonare, 17 tumori alla laringe, renale, trachea, cerebrale e 130 non-tumorali (asbestosi, fibrosi, placche, ispessimenti).

I mesoteliomi ufficialmente registrati in Puglia sono stati 935, nel periodo tra il 1993 e il 2012 (dal 2010 al 2012 i dati sono parziali). Un numero che corrisponde al 4,4% del casi registrati in Italia. Nello specifico, i decessi nella città di Taranto, tra il 2006 e il 2011, sono la metà di quelli censiti nell’intera Puglia dal Registro regionale: 121 morti, di cui 99 uomini e 22 donne.

Per il registro tumori di Taranto, che copre gli anni che vanno dal 2006 al 2011, il mesotelioma della pleura, pur con i suoi soli 20 casi all’anno (16-17 casi nei maschi e 3-4 casi nelle donne in media), essendo un tumore raro nelle altre aree regionali e nazionali, raggiunge nei maschi eccessi del 300-400% rispetto al dato atteso.

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