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Ambiente e generali, per Realacci la nomina di Costa il punto non è la repressione delle ecomafie ma le politiche
Non ce ne voglia Gian Luca Galletti, ma la nomina di Sergio Costa a ministro dell’Ambiente appare certamente meno illogica – almeno sulla carta – di quella compiuta nel febbraio di quattro anni fa: per un commercialista senza alcuna esperienza pregressa in materia ambientale (se non il suo passato filonucleare) che se ne va, con il governo a guida M5S-Lega arriva un generale di brigata dei Carabinieri, ex comandante regionale in Campania della Forestale.

Sergio Costa è nato a Napoli nel 1959 e da allora ha avuto modo di maturare una discreta confidenza in tema ambientale. Laureato in Scienze agrarie e con un master in Diritto dell’ambiente in tasca, Costa deve gran parte della sua fama (e della sua nomina a ministro in quota M5S) a due fattori. In primo luogo le inedite tecniche investigative messe in campo da comandante della Forestale per individuare discariche abusive di rifiuti in Campania, preludio alla scoperta della tristemente celebre Terra dei fuochi; in seconda battuta, l’atteggiamento critico verso la riforma Madia – in linea con quanto sempre espresso sul tema dai Cinque stelle che avevano anche promesso di far resuscitare il CFS in caso di vittoria elettorale – che ha di fatto soppresso la Forestale, militarizzandola e facendola confluire nei Carabinieri.

Una scelta insomma verso la quale Greenpeace, Legambiente e Wwf hanno già aperto con favore, interpellati nel merito da Adnkronos. «Sergio Costa ha un’ottima reputazione», esordisce Giuseppe Onufrio di Greenpeace, e ha «sempre servito lo Stato – aggiunge Stefano Ciafani dal Cigno verde – Ora siamo sicuri che lo farà in maniera egregia anche da ministro». Anche secondo Donatella Bianchi del Panda «è finalmente la persona giusta al posto giusto», mentre pure la deputata LeU ed ex presidente di Legambiente Rossella Muroni fa arrivare tramite Facebook i propri «auguri di buon lavoro a Sergio Costa, il generale che ha combattuto la terra dei fuochi e criticò la scomparsa del Corpo Forestale dello Stato».

Eppure l’arrivo di Sergio Costa al ministero dell’Ambiente rappresenta un unicum – nessun uomo in divisa prima d’ora aveva mai ricoperto il ruolo – per il quale è difficile gioire a priori. Il suo pur brillante curriculum è quello di una persona che, per dirla con Di Maio, «si è distinta in questi anni nella lotta ai crimini ambientali», ma che al contempo non ha mai avuto occasione di far nulla per lo sviluppo sostenibile del Paese. Se è indiscutibile che un reale progresso dell’economia verde può realizzarsi solo nell’ambito della legalità, è altrettanto vero che il giustizialismo di facciata che impera ormai ovunque in Italia rappresenta un freno potente alla green economy, anche se forse non ci fa piacere accorgercene. Gli impianti industriali per la produzione di energia da fonti rinnovabili, come anche quelli per la gestione dei nostri rifiuti, sono contestati ovunque e con numeri crescenti nel nostro Paese. Cadono sotto il fuoco incrociato di comitati Nimby e di una politica che non sa più prendersi la responsabilità di scegliere e difendere un qualsiasi modello di sviluppo, nemmeno quello verde; un vuoto colmato sempre più spesso da magistratura e militari con i soli strumenti a loro disposizione.

A esprimere perfettamente queste perplessità con un intervento su formiche.net è l’ex parlamentare Pd Ermete Realacci, presidente della fondazione Symbola e presidente onorario di Legambiente: «Partiamo da un presupposto – argomenta Realacci – Costa lo conosco, è una persona estremamente competente, preparata nella lotta ai crimini ambientali, sulla Terra dei Fuochi. La sua materia la conosce fin troppo bene. Ma è proprio questo il problema. Fare il ministro dell’Ambiente vuol dire avere competenze a 360 gradi, è difficile pensare di affidare a un generale lo sviluppo della green economy. La lotta ai reati, alle ecomafie (e a dirlo è il primo firmatario della legge sugli Ecoreati, ndr), non può riassumere l’intera politica ambientale. La mia perplessità è proprio questa. Si rischia di restringere troppo il campo».

Non a caso gli ambientalisti e imprenditori più progressisti sono ormai uniti in un appello comune: l’economia verde italiana è ostacolata da una normativa «ottusa e miope» che impastoia quelle aziende che vogliono operare nella legalità, lasciando al contempo praterie alla malavita. Consumi e (dunque) produci rifiuti ma non hai a disposizione impianti autorizzati a gestirli secondo logica di sostenibilità e prossimità? Beh, allora o smetti di consumare oppure ti rivolgi al malaffare. Ed è paradossale che il primo incentivo a trasformare un cittadino o un imprenditore in delinquente stia proprio nella normativa che dovrebbe difenderli, insieme all’ambiente in cui tutti viviamo.

Inasprire le pene non basta. Non si battono le ecomafie senza un’alternativa legale, praticabile e sostenibile. Se Sergio Costa potrà essere interprete o meno di questo necessario cambiamento di prospettiva lo potranno iniziare a dire solo i prossimi mesi.

Di certo finora c’è solo il “contratto di governo” tra Lega e M5S, che all’Ambiente dedica solo capitoli confusi e senza un solo obiettivo quantificabile da raggiungere. C’è il “Patto dell’ecologia” promosso dal Wwf, firmato da entrambi i partiti in campagna elettorale e da entrambi già disatteso: il ministero dell’Ambiente avrebbe dovuto trasformarsi nel ministero dell’Ecologia e della sostenibilità proprio per guidare una concreta transizione verso lo sviluppo sostenibile. Il nome del dicastero è invece rimasto lo stesso, e temiamo anche tutto il resto.

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