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UNA FRANA DI PAESE - Il territorio si sbriciola, in pericolo il 91% dei Comuni italiani
Una frana di Paese. Il crollo del viadotto sull’autostrada Torino-Savona conferma il trend. Secondo l’Ispra, l’Italia è uno dei Paesi europei più esposti a frane. Oltre sei milioni di italiani vive in zone a rischio alluvione e 1,2 milioni in aree franose

Domenica pomeriggio è crollato un viadotto lungo l’autostrada A6, la Torino-Savona. A venir giù sono venti metri d’impalcato, lungo la corsia diretta nel capoluogo piemontese. Il viadotto «Madonna del Monte» è stato investito da una frana: dal fianco della collina è scesa una colata di fango, che ha colpito la base dell’infrastruttura, come si vede nell’impressionante video diffuso dai Vigili del Fuoco.

Non è un secondo Ponte Morandi, perché non ci sono vittime e perché al netto di verifiche in corso sulla stabilità (la «Verdemare» è chiusa anche tra Millesimo e Savona in direzione della città ligure, per le verifiche in corso da parte dei tecnici della società concessionaria lungo la carreggiata sud) la responsabilità è dell’evento «franoso di eccezionali dimensioni, originato dalle incessanti ed eccezionali piogge che hanno colpito l’area del savonese negli ultimi giorni, staccatosi dalla sommità del versante della montagna sovrastante l’autostrada Torino-Savona e non di pertinenza della società concessionaria», come spiega un comunicato di Autostrade dei Fiori spa, una società del gruppo Sias, quotata in borsa e controllata dalla famiglia Gavio.

UN EVENTO ESTREMO, al termine di settimane di piogge eccezionali e violente che hanno colpito tutto il Paese (nella Sicilia sud-occidentale a fine ottobre ne sono caduti in un’ora e mezza 26 centimetri, ad esempio), che accende di nuovo i riflettori sul tema del dissesto idrogeologico, e in particolare sulla pericolosità legata a frane e alluvioni. Pochi giorni fa, il 20 novembre, parlando ad Arezzo all’assemblea di Anci il presidente del consiglio Giuseppe Conte aveva affrontato il tema: «Il contrasto al dissesto idrogeologico è sempre stato una priorità della mia azione di governo. Alla prossima riunione della cabina di regia “Strategia Italia” faremo il punto sul piano “Proteggi Italia” per rafforzarlo ulteriormente. Si tratta di miliardi di euro su base pluriennale destinati non solo all’emergenza, ma alla prevenzione, tanto più urgente considerando l’estrema fragilità del nostro territorio».

VENTI GIORNI prima la Corte dei Conti aveva però fatto i conti della serva: la sezione di controllo ha approvato il 31 ottobre 2019 l’indagine condotta in merito al «Fondo per la progettazione degli interventi contro il dissesto idrogeologico (2016-2018)», da cui si evince che a fronte degli annunci roboanti – a disposizione ci sono sempre miliardi di euro – il Paese non è stato in grado in un triennio di spendere nemmeno un quinto dei 100 milioni di euro stanziati, che i fondi trasferiti alle Regioni a partire dal 2017 sono meno di venticinque milioni di euro, per un totale di 355 interventi.

Il punto di partenza dell’analisi della Corte dei Conti è il «Rapporto sul dissesto idrogeologico in Italia», redatto dall’Ispra e presentato nella secondo metà del 2018, che offre indicatori di rischio relativi a popolazione e famiglie, ma anche a edifici, imprese e beni culturali su tutto il territorio nazionale. Che cosa certifica l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale? Intanto che l’Italia «è uno dei Paesi europei maggiormente interessati da fenomeni franosi, con 620.808 frane che interessano un’area di 23.700 kmq, pari al 7,9% del territorio nazionale» (dati dall’Inventario dei fenomeni franosi in Italia). Quindi che la superficie complessiva delle aree a pericolosità da frana, individuate nei Piani di assetto idrogeologico (Pai) e delle aree di attenzione è pari a 59.981 kmq, cioè al 19,9% del territorio nazionale.

«Se prendiamo in considerazione le classi a maggiore pericolosità (elevata P3 e molto elevata P4), assoggettate ai vincoli di utilizzo del territorio più restrittivi, le aree ammontano a 25.410 kmq, pari all’8,4% del territorio nazionale». Per la Liguria, interessata dalla frana che ha portato al crollo del viadotto lungo l’A6, la pericolosità elevata o molto elevata riguarda il 14% del territorio. In Valle d’Aosta l’82%, in Campania due metri quadrati ogni dieci.

LE AREE A PERICOLOSITÀ idraulica elevata, invece, risultano pari a 12.405 kmq, le aree a pericolosità media ammontano a 25.398 kmq, quelle a pericolosità bassa a 32.961 kmq. Le Regioni con i valori più elevati di superficie a pericolosità idraulica media, sulla base dei dati forniti dalle Autorità di Bacino Distrettuali, risultano essere Emilia-Romagna, Toscana, Lombardia, Piemonte e Veneto.

Il totale dei Comuni interessati da aree a pericolosità da frana P3 e P4 (Pai) e idraulica P2 sono 7.275, pari al 91,1% dei comuni italiani. La superficie delle aree classificate a pericolosità da frana P3 e P4 e/o idraulica P2 in Italia ammonta complessivamente a 50.117 kmq, cioè è il 16,6% del territorio nazionale. In queste aree a rischio frane risiedono 1.281.970 abitanti, pari al 2,2% del totale. La popolazione residente esposta a rischio alluvioni in Italia è invece pari a oltre 6.183.364 abitanti nello scenario di pericolosità media P2. Significa oltre il dieci per cento degli italiani.

LE MINACCE CENSITE dall’Ispra non sono numeri, e non sono virtuali. Un dato, relativo agli eventi principali di frana sul territorio, quelli che causano «vittime, feriti, evacuati e danni a edifici, beni culturali e infrastrutture lineari di comunicazione primarie»: sono 172 quelli censiti nel 2017, contro 146 nel 2016, 311 nel 2015, 211 nel 2014, 112 nel 2013. Significa il cinquanta per cento in più, in cinque anni.

Il problema c’è, e viene da lontano, secondo quanto descritto già nel 2015 dalla Corte dei Conti: «L’abbandono dei terreni montani, il disboscamento, la forte espansione edilizia soprattutto negli anni Settanta e Ottanta, la costruzione, spesso abusiva, sui versanti a rischio, la mancata pulizia dei corsi d’acqua, la forte antropizzazione e la cementificazione di lunghi tratti dei fiumi e dei torrenti contribuiscono all’aumento dell’esposizione della popolazione al rischio idrogeologico e ad alluvioni». Il problema, continua la magistratura contabile, è «che la politica di tutela del territorio continua a destinare ancora la gran parte delle risorse disponibili, che restano comunque scarse, all’emergenza».

È come di fronte ai cambiamenti climatici, che influenzano gli eventi estremi come le piogge eccezionali di questo novembre: sappiamo tutto, ma non c’è la volontà politica di intervenire in modo radicale. Come? Ad esempio con una legge che fermi il consumo di suolo.

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