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E i pm antimafia guidano la rivolta "Vogliono solo bloccare le inchieste"
ROMA - Dalla procura di Palermo arrivano in forze e ai massimi livelli. Ben prima che l'assemblea incominci. Pigliano posto in quarta fila. Il procuratore Francesco Messineo. Gli aggiunti Antonio Ingroia e Ignazio De Francisci. I pm Nino Di Matteo e Lia Sava. Li lega la forza di due numeri. Nell'ufficio principe nella lotta alla mafia, su 62 pubblici accusatori previsti, ne mancano ben 17. "Il disastro sarà imminente" taglia corto la Sava e il decreto di Alfano scatena solo "una guerra tra poveri". Bisogna aspettare le 15, dalle 11 che si comincia, per sentire i fuochi d'artificio di Di Matteo e Messineo.

È fresco di nomina a presidente dell'Anm in Sicilia il pm anti-cosche. E se Palamara è ricorso a un giro di parole per annunciare lo sciopero ("Adotteremo ogni efficace e anche estrema iniziativa di mobilitazione") lui non ci gira intorno: "Dobbiamo disertare le cerimonie dell'anno giudiziario e fare sciopero consegnando le nostre toghe per testimoniare che non siamo più nelle condizioni di poter lavorare". Per chi non avesse capito ribadisce: "Serve la risposta più dura".

Ma è la sua analisi dei rapporti tra politica e giustizia che azzittisce la sala: "Ci stiamo avviando alla paralisi della giurisdizione. Tra un po' chi andrà in procura a fare una denuncia non troverà nessuno. La politica si arroga meriti che non ha quando ci sono gli arresti dei latitanti...". L'applauso intorno a lui è forte e deciso. Prosegue. "A Enna abbiamo fatto un'assemblea con un centinaio di colleghi. Il nostro era un grido di dolore. Ma la classe politica risponde con un decreto incostituzionale, irragionevole, impraticabile". Ancora applausi. Si chiede Di Matteo: "Cosa c'è dietro?" E risponde: "L'obiettivo è quello di burocratizzare il lavoro dei pm, di spostare l'asse delle indagini sulla polizia giudiziaria, di trasformare il pubblico ministero solo in un notaio e in un mero controllore".


Parla da neo sindacalista Di Matteo? Un intervento dopo si scopre che il suo capo Messineo è perfino più duro. "Perché vogliono indebolire le procure? Qual è la logica rispetto alle dichiarazioni di grande impegno nella lotta alla mafia? Perché vogliono bloccare un ufficio che funziona?". Il procuratore vede nel decreto sinistri segnali futuri. Che elenca: "Si annuncia il principio di mobilità dei magistrati. Si va probabilmente verso un reclutamento straordinario. Ci troveremo in una situazione in cui saremo noi a chiedere la separazione delle carriere. Per questo servono prese di posizione forti e idonee. Il tempo della ponderazione è finito".

Questa è la fotografia del profondo stato di allarme delle toghe. Quello che spinge un pm nemico delle dichiarazioni come Henry John Woodcock a parlare a margine: "Il trasferimento d'ufficio è incostituzionale. Temo si vada a un reclutamento straordinario nello stile di quello di Togliatti del '46. Invece basterebbe far tornare nelle procure i giovani magistrati che, proprio per la loro estraneità al territorio, rappresentano un valore aggiunto".

Ne sono tutti convinti. Alfano avrebbe potuto fare marcia indietro sui giovani uditori, aveva in mano pure l'arma di azzerare una proposta della sinistra, se non lo ha fatto, lui siciliano che tiene al consenso sulla lotta alla mafia, è per una scelta politica. "Si sono volute mantenere apposta le condizioni per desertificare le procure" chiosa Giuseppe Creazzo, procuratore di Palmi alle prese con la grana di Rosarno. È una sorta di segnale voluto contro i magistrati. "Noi siamo oggettivamente un problema per la politica"  dice Giuseppe Maria Berruti, togato di Unicost al Csm. Che mette in guardia da un pericolo e alla politica lancia un segnale: "Con le procure vuote una massa di reati non viene perseguita e così si sperimenta la discrezionalità dell'azione penale. C'è una desuetudine dalla Costituzione". Poi l'indicazione: "Abbandonare l'articolo 68 sull'immunità fu una scelta che giudico sciagurata". Fuori dall'aula il procuratore di Venezia Vittorio Borraccetti, storica toga di Md, fa cadere lo stesso tabu: "Sarebbe preferibile reintrodurre l'autorizzazione a procedere, sia pure con una disciplina più rigorosa rispetto al passato, così il Parlamento si assumerebbe le proprie responsabilità sulle indagini".
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