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intervista a Francesco Caruso

L'ex leader dei No Global: «I black bloc? quel corteo di sabato è stata una follia»

«Scontri prevedibili, avevo avvertito gli organizzatori
Carabinieri povericristi, prendersela con loro è inutile»

Francesco Caruso

NAPOLI — Francesco Caruso, ex leader dei No Global.

C'era anche lei sabato in piazza a Roma?
«Sì».

Dica la verità, se l'aspettava tutta quella violenza?
«Certo. Li avevo anche avvertiti».

Scusi chi è che aveva avvertito?
«Gli organizzatori della marcia, quelli del Coordinamento 15 ottobre».

E che gli aveva detto?
«Che erano pazzi, che un unico corteo così grande era un rischio tremendo. Dico, ma ve la ricordate la manifestazione del 14 dicembre a Roma con tutti quegli incidenti? Era ovvio che accadesse di nuovo, e loro invece mi dicevano che non sarebbe successo nulla. Com'è andata a finire l'avete visto».

Be', forse neppure gli organizzatori pensavano che gli infiltrati fossero così violenti...
«Macché, queste sugli infiltrati sono dichiarazioni di facciata. La verità è che nei movimenti si sa chi sono gli incappucciati, perché sono i nostri fratelli, i nostri figli. Solo che loro sono più violenti e meno colti. Noi, ai miei tempi, usavamo più libri e meno bombe».

Francesco Caruso da Benevento, classe '74, nome in codice Striker (che oggi però utilizza a mo' di ricordo solo per la posta elettronica), un dottorato a Cosenza e un assegno di ricerca all'Università di Madrid per un'analisi comparativa sui lavoratori migranti di Castelvolturno e El Ejdo, è l'ex leader della rete No Global, uno che con le forze dell'ordine non è mai andato troppo d'accordo. Denunciato non sa neppure più lui quante volte per resistenza, è ancora imputato in Cassazione con l'accusa di associazione sovversiva ai danni dello Stato, dalla quale finora è stato assolto. Insomma, è uno che in piazza ne ha combinate «di cotte e di crude», per sua stessa ammissione.
«Ma dar fuoco ai blindati mai. Sono pazzi».

Dice che il movimento non ha saputo isolare i violenti?
«Dico che non ha saputo analizzare la loro rabbia, controllarla».

Cioè la colpa è degli organizzatori e non dei black bloc?
«Qualcuno si è chiesto perché a Madrid non è accaduto nulla?».

Scommetto che lei lo sa.
«Lì avevano capito che c'era una frangia incazzata, e hanno organizzato l'accampamento a mezzanotte a Puerta del Sol, poi cinque cortei diversi sabato mattina: la rabbia dei più violenti, così, si è placata, vuoi perché erano stanchi dopo una notte in tenda, vuoi perché erano divisi in diversi gruppi».

E a Roma?
«A Roma invece pensavano di fare una passeggiata sindacale, e così s'è ripetuto uno schema simile a quello della cacciata di Luciano Lama del 17 febbraio del '77, quando il segretario della Cgil fu costretto ad interrompere un comizio alla Sapienza per la contestazione degli studenti di Autonomia operaia. La manifestazione se la sono presa loro, gli incappucciati. Autolesionisti».

A contare i danni sembrano più «lesionisti», per la verità.
«No, perché il danno l'hanno fatto anche a sé stessi. Costruire un immaginario alternativo, da sabato, è più difficile. E io mi chiedo: quanti di quei manifestanti pacifici tornerebbero domani in piazza? Pochissimi. E gli incappucciati, indebolendo il movimento, hanno indebolito anche le loro istanze».

Il movimento però li ha cacciati. E tutti, da Nichi Vendola a Luigi de Magistris, hanno condannato le violenze «senza se e senza ma».
«I black bloc, incappucciati o come cavolo volete chiamarli, non possono essere ridotti a un problema di ordine pubblico. E gli atteggiamenti di Vendola e de Magistris sono un errore».

Che dovevano fare, plaudire agli scontri?
«No, ma non dovevano neppure tirarsi fuori, mettersi sul piedistallo ed emettere condanne. Dovevano venire là a sporcarsi le mani, piuttosto. Gestire la piazza, come facevamo noi. Tornando indietro, ho visto l'ex segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero portarsi via i suoi duemila uomini. Perché non è rimasto lì?».

A far che, il «celerino»?
«Ripeto, a gestire la piazza».

Lei che avrebbe fatto?
«Avrei detto: volete violare il cordone di polizia per puntare su Palazzo Grazioli? Bene, facciamolo. Ma con gli strumenti della disobbedienza civile, con le mani alzate, senza sfasciare vetrine e incendiare auto. Ci sarebbe venuto dietro tutto il corteo, e avremmo avuto il consenso di mezz'Italia».

Non è che vuol tornare lei in piazza per isolare i violenti?
«Questo è un altro errore. Non basta etichettare questi ragazzi come violenti per pensare di eliminarli. La loro rabbia, la loro frustrazione, deve trovare uno sbocco. Loro sono una delle anime del movimento, non degli estranei».

E questa storia degli infiltrati?
«Falsa. C'è una parte del movimento che li conosce, e anche bene. Perché loro sono i nostri fratelli, i nostri figli, non gente sconosciuta. E chi finge che siano solo dei cattivi con il cappuccio lo fa per autoassolversi».

Genova 2001, Roma 2011. Cos'è cambiato, in questi dieci anni, tra voi e i vostri fratelli (o figli)?
«La cosa che più m'impressiona è l'età. Questi non arrivano neppure a vent'anni, sono cresciuti a Playstation, sono pazzi scatenati. Noi avevamo un approccio idealista, loro sono molto più pratici, anche per colpa della crisi».

Sono anche più violenti?
«Sì, hanno la logica del tumulto, una rabbia indistinta che però sarebbe un errore non analizzare e cercare di gestire, perché non è che se la ignori o tenti di annientarla con le leggi speciali come vuole fare adesso Antonio Di Pietro la tieni fuori dai cortei. Ecco, noi dieci anni fa avevamo la capacità di riempire questo vuoto politico».

Insomma, ci dobbiamo rassegnare ad altre violenze dei black bloc?
«Se si continua ad affrontare il problema da un punto di vista militare, sì. Se i politici continuano a tirarsi indietro, sì. Se si organizzano manifestazioni come quella di Roma, sì. Perché non puoi ignorare la realtà, e i black bloc fanno parte della realtà, come la loro esasperazione. Che facciamo, li emarginiamo per tornare agli anni '70? Io penso, al contrario, che sia necessario costruire nessi sociali in cui la loro indignazione possa trovare forme di manifestazione diverse dalla violenza».

Sia sincero: non le fanno paura i suoi «fratelli» col cappuccio?
«Mi fa paura l'ignoranza. E, rispetto a noi, ho l'impressione che loro siano meno colti. Forse sarebbe ora che nel movimento ci fossero più libri e meno bombe carta».

A proposito di bombe, dicono che questa volta ci poteva scappare il morto. Lo ha temuto anche lei? «Quando ho visto la scena del blindato avvolto dalle fiamme ero terrorizzato dall'idea che ci fosse una persona lì dentro».

Ce n'erano due. Carabinieri. Salvi per miracolo.
«È un altro segno della regressione culturale dei movimenti. Oggi questi ragazzini non capiscono che il nemico è la Bce, Mario Draghi, e non un carabiniere o un poliziotto. Quelli sono povericristi, prendersela con loro è inutile, banale. E poi la crisi non è che la risolvi incendiando i blindati»

Gianluca Abate

18 ottobre 2011

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