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Trapani, frontiera. In ricordo del rogo del Vulpitta

Non si usa di solito nel mondo impersonale del giornalismo, scrivere in prima persona per parlare di un pezzo d storia, per riaprire una ferita. Non sta bene, bisognerebbe mantenere il necessario distacco professionale, ma quello che ho visto 13 anni fa, 11 giorni esatti dopo il rogo del Serraino Vulpitta è rimasto parte integrante della mia vita non solo professionale e militante e allora mi arrogo un diritto. E allora scavo oltre, vado verso i ricordi di persone conosciute e che ancora ci sono a combattere una battaglia comune contro i campi di concentramento per migranti e verso coloro come Dino Frisullo, che ci hanno lasciato con un carico immenso di responsabilità. E la memoria torna a quella domenica di gennaio del 2000. Il rogo, successivo al tentativo di fuga di alcuni reclusi, scoppiò nella notte fra il 28 e il 29 dicembre, una notte come questa. Volanti ed elicotteri per inseguire i fuggitivi, la rapida cattura e poi un epilogo atroce. Come è andata? Lo immaginiamo ma non abbiamo le prove, fatto sta che per inefficienza, scarico di responsabilità, impreparazione, disperazione, in una cella venne dato fuoco ad un materasso. Quando riuscirono ad entrare nella stanza 3 ragazzi erano già morti, carbonizzati e uccisi dalle esalazioni, per un quarto ci fu una breve agonia. Quando arrivai a Trapani, città in cui mai avevo messo piede, ne stava morendo un altro, in due mesi il conto delle vittime giunse a sei. E ci ritrovammo sotto il centro, un ex ospizio, riadattato per l’occasione e dato in pasto ad una cooperativa sorta per “portare occupazione” ma che di accoglienza e immigrazione non sapeva nulla. Oggi le parole che ho utilizzato per scriverne, entrando con una piccola delegazione, sarebbero le stesse e mi fanno ancora gelare il sangue :«Saliamo le scale oltrepassando continuamente cancelli con sbarre, nella prima stanza vuota ci sono ancora i letti a castello, nella seconda, quella del rogo, sono già iniziati i lavori di ripulitura. Il soffitto è imbiancato ma le mura sono nere come il pavimento. Domande ormai inutili: gli estintori funzionavano? Perché non sono state aperte immediatamente le porte? Ma anche domande necessarie :perché i materassi di gommapiuma, la porta in compensato, le finestre in plexigas e non materiali ignifughi? […] Non possiamo entrare nelle altre stanze ma parliamo attraverso le sbarre del ballatoio. Malgrado la confusione tentano di raccontarci le loro storie, ne comprendo frammenti». E da qui, storie sempre simili, denunce di percosse e maltrattamenti, di diritti negati, di freddo e malnutrizione. All’epoca c’era però una cosa fondamentalmente diversa. Chi ci parlava, al Vulpitta, come negli altri centri sorti con la legge Turco Napolitano di cui si è macchiata l’intero parlamento e peggiorata con le modifiche introdotte dalla Bossi Fini, sperava in un movimento di liberazione con cui dialogare. In quella fredda domenica di gennaio sotto al Vulpitta, noi pochi antirazzisti e i 60 ancora detenuti si urlava la stessa parola Hurria (libertà in arabo), ci si provava a sorridere e a sentirci parte di una stessa immensa tragedia. È ancora così oggi? La risposta non è univoca. I centri sono entrati, anche come sistema fallimentare, nei bilanci culturali ed economici di ogni governo passato e presente. Ci sono stati anni di manifestazioni poderose che ne mettevano in discussione la stessa esistenza in nome del fatto che nessun uomo o donna può essere privato della libertà in nome del proprio essere vivo. Ci sono stati in cui ad ogni ricorrenza, antirazzisti di tutta Italia si ritrovavano sotto a quelle mura per manifestare la propria rabbia, spesso nell’indifferenza della popolazione e dei media. Ci sono stati momenti in cui la memoria del passato e del presente, in ogni città dove sorge un centro, era affidata alla determinazione di pochi spesso isolati e sovente sottoposti a provvedimenti repressivi. Ci sono state promesse non mantenute dal centro sinistra e minacce applicate dalla destra, ci sono stati balbettii di una società civile e di una classe politica, salvo rare eccezioni, parole senza senso che hanno accresciuto la distanza fra reclusi e non. Entrando oggi in un centro ci si sente spesso e giustamente attaccati con rabbia. Le rivolte – in luoghi in cui si può teoricamente restare fino a 18 mesi rispetto ai 30 giorni dei giorni del Vulpitta – sono all’ordine del giorno, come le fughe, i tentati suicidi. Non fanno neanche più notizia. Al posto del Vulpitta oggi sorge, dall’altra parte di una città che ho imparato a conoscere, il CIE di Contrada Milo, una sorta di supercarcere da cui si continua, anche sotto Natale, a tentare di fuggire. Un pezzo di cosiddetta società civile, dopo che l’allora ministro Maroni aveva vietato l’ingresso nei centri ai giornalisti in quanto “intralcio”, si è mosso. La circolare Maroni è stata rimossa e ogni tanto qualche operatore dell’informazione ci prova a mostrarci in faccia una realtà che si vorrebbe tenere sotto il tappeto. Ci si è collegati ad una campagna europea – la detenzione per migranti è diffusa in tutto il continente – ed è stato elaborato il documento “mai più cie” (www.lasciatecientrare.it) . Forse, troppo tardi, la polvere comincia a far saltare il tappeto ma la vergogna storica del rogo del Serraino Vulpitta resterà eterna, per ricordare a questo Paese e ai suoi governanti, cosa hanno saputo e voluto fare.

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