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Milano: rabbia, accuse, insulti e domande su cui riflettere

Capita raramente nello scrivere un breve pezzo di cronaca di ricevere tanti insulti e contumelie. La ricostruzione di una tragica vicenda a Milano che ha portato un giovane cileno a venire ucciso ed un agente di polizia municipale a trovarsi inquisito per omicidio volontario non è una storia che si digerisce facilmente né può essere un pretesto per attaccare una categoria o una divisa ma per porre problemi e sollevare dubbi. Le reazioni alle poche righe  dell’articolo pubblicato l’altro ieri (Quando ad uccidere sono i vigili urbani), sono state all’inizio normali, poi sono esplose con una rabbia ed una violenza che a mio avviso ci deve interrogare. Alcuni commenti erano di chiara impostazione razzista, alcuni erano reazioni sopra le righe, quelle di chi non permette che si equipari un collega ad un malvivente, altre comunicavano una visione delle nostre città come territori in perenne balia della violenza diffusa, in cui prevale la legge del più forte. C’è stato chi mi ha invitato a scendere in pattuglia per vedere dal vivo la realtà- invito ben accetto – e chi considera inaccettabile l’idea che un giornalista possa esprimere dubbi, critiche, giudizi non conformi. Molti gli inviti a cambiare mestiere. Ma anche tanti che, attraverso un dibattito aspro e sentito, costringono chi scrive a fare i conti con chi risponde, con chi indossa la divisa e affronta mille difficoltà. Con costoro soprattutto ci interessa continuare ad interloquire, per capire e cambiare le cose. Le ultime notizie, la presenza di un testimone, le pesanti accuse lanciate dagli inquirenti verso chi ha sparato, sembrano confermare che ci si trovi di fronte ad un altro caso in cui si perde la testa e così si tronca la vita di un uomo e di un padre di famiglia ma permane la presunzione di innocenza ed è giusto in uno stato di diritto. Ma perché tanta rabbia? Provo a cercare alcuni motivi e magari rinfocolerò polemiche, frutto di domande a cui forse nessuno di noi può dare risposte esaurienti. La Polizia Locale vive e lavora in una condizione difficile, spesso con carichi di lavoro insostenibili, con scarsi mezzi e dovendo svolgere i compiti più svariati. Questo crea giustamente frustrazione, stress continuo. Si viene considerati meno di agenti di polizia di Stato e spesso di deve sopperire a questa in condizioni anche peggiori, non solo economiche. La vita in strada è dura, se si parte dalla condizione sopra descritta e si ha a che fare con disagio sociale e devianza è difficile restare perennemente lucidi e prevedere le conseguenze dei propri gesti. Le leggi che regolano l’attività di queste persone sono vecchie e inadatte al presente, spesso la stessa formazione è diversa da città a città, anche l’addestramento all’uso di armi non è adeguato. Si è percepiti in maniera ostile dalla cittadinanza, anche dai “bravi cittadini” e si considera chi non vive le stesse condizioni come privilegiati, creando stereotipi come quello del magistrato, del giornalista, dell’intellettuale. Si percepiscono i cambiamenti sociali in maniera più violenta forse del reale, si finisce col diffidare a priori soprattutto di determinate categorie sociali. Ma alla fine ci si ritrova a combattere una guerra fra penultimi e ultimi, ci si convince che il nemico, il pericolo pubblico, siano l’immigrato che vende merce contraffatta, il rom, l’ubriaco, la persona sospetta, si creano etichette sociali. A mio modesto avviso l’avversario comune, quello che dovrebbe vedere insieme lavoratori e lavoratrici di ogni categoria e provenienti da ogni paese sono quelle stesse istituzioni che non provvedono a garantire a tutte e a tutti una qualità della vita e del lavoro migliore, chi pensa a tagliare fondi per le spese sociali e fanno si che le nostre città peggiorino, si imbarbariscano. Oggi Roma come Milano sono fra le metropoli più sicure d’Europa ma vengono raccontate e percepite come nuove giungle popolate da predatori. Potrebbero diventarlo ma potrebbe anche accadere il contrario se imparassimo tutti a pretendere una vita migliore in un Paese che si considera fra i grandi della terra. Intanto però fermiamoci un secondo, un attimo solo a pensare ad una vita che non c’è più e ad un’altra che probabilmente sarà rovinata per aver premuto un grilletto. Fermiamoci e pensiamo se non esistano altre soluzioni per costruire città migliori che non comprendano il bisogno rassicurante dell’arma. Una utopia? Forse ma interroghiamoci seriamente su questo tema e non solo pensando all’ultimo tragico fatto di cronaca, non sfidandoci in un tragico conteggio di morti da una parte o dall’altra ma pensando al fatto che una buona città è quella in cui le relazioni sociali si impongano come valore fondamentale, più del Pil. Una città in cui si combatta la povertà e non i poveri. Per questo dovrebbero sentirsi impegnati tutti coloro che hanno a cuore una idea partecipata di democrazia, chi amministra chi scrive e chi indossa una divisa.   P.S. A quelli e a quelle che, anche con opinioni diverse, hanno cercato di mantenere un dialogo con questo articolo che tanto ha irritato rivolgo un invito. Raccontateci la vostra vita e il vostro lavoro, le vostre proteste e le vostre difficoltà, come vivete la città e come è il mondo con cui siete spesso a contatto. Pubblicheremo molto volentieri perché a differenza di molte testate, ci interessa capire.