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17 febbraio 77, quando il sindacato chiedeva i sacrifici

“Capelli corti generale ci parlò all’università, dei fratelli tute blu che seppellivano le asce, ma non fumammo con lui, non era venuto in pace”. Fabrizio De Andrè con questi versi tratti da “Coda di Lupo, sintetizza un 17 febbraio di 35 anni fa, all’Università di Roma. Il rapporto fra componenti molto forti del movimento studentesco, il sindacato e il Pci, erano da tempo tesi e difficili, il comizio del segretario generale della Cgil Luciano Lama venne vissuto come una provocazione, come una invasione della università occupata. Ci fu chi provò a mediare, a chiedere un confronto alla pari ma il sindacato scelse di venire con il proprio servizio di ordine a portare le proprie parole d’ordine. A dire che bisognava fare sacrifici per uscire dalla crisi – ricorda qualcosa? – era il più grande partito comunista d’Europa e il maggiore sindacato ma quei sacrifici per molti significavano perdere il diritto allo studio, a poter sperare in un avanzamento sociale. Dietro c’era un sottoproletariato che già vedeva lo spettro della disoccupazione crescere. Vinse il conflitto e l’università divenne quella giornata, terreno di guerriglia. Lama dovette rinunciare al comizio e il fumo dei lacrimogeni invase l’intero ateneo. Quel giorno si chiusero spazi di dialogo, poi arrivarono le grandi e terribili manifestazioni di primavera, le piazze divennero spesso armate e i livelli di repressione in Italia raggiunsero dimensioni oggi difficili da immaginare. Una storia che resta una ferita aperta, rimossa e dimenticata dalle nuove generazioni ma che per chi c’era, segna una cesura, determina diffidenze e paure ancora vive, ogni volta che i toni di una mobilitazione salgono. Una storia che genera memoria non condivisa. Chi teme oggi manifestazioni in stile greco, chi le definisce “inaccettabili” come il presidente della Repubblica, chi paventa terrorismo e conflittualità diffusa commette due errori. Da una parte sbaglia perché decontestualizza, non coglie le differenze strutturali rispetto a quegli anni. Dall’altra, oggi come ieri, continua a non voler comprendere, a non poter comprendere che creando continuamente assenza di prospettive, aumento dello sfruttamento e del divario  sociale in nome dello spread e del debito, delle banche e della competitività, accende focolai di rivolta che saranno diversi da quel 17 febbraio. Più lievi o più duri?