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A Trieste "mele marce" e "cuori neri": come si muore in un commissariato. Ma il movimento reagisce

C'è di tutto in questa storia orrenda: il razzismo e la violenza delle istituzioni e delle leggi, lo spirito di corpo e la normalità con cui una morte passa in secondo piano, i sequestri di persona istituzionalizzati, la nostalgia mussoliniana e l'indifferenza di fronte ad una lenta agonia. Oggi a Trieste il movimento antirazzista, la società civile, le forze sociali e politiche che non accettano questa logica, chiedono verità e giustizia. E oggi pomeriggio erano in centinaia davanti alla questura, la città comincia a reagire.

È accaduto un mese fa, il 16 aprile ma evidentemente la notizia non meritava sufficiente attenzione da parte degli organi di informazione nazionali. È accaduto a Opicina, provincia di Trieste in una stanza del commissariato. Alina Bonar aveva 32 anni, era stata scarcerata 2 giorni prima, dopo una sentenza di patteggiamento per l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione “clandestina”. Per la legge risultava libera ma era stata prelevata da una volante e, su disposizione del responsabile dell’ufficio immigrazione Carlo Baffi e reclusa nella stanza di controllo del commissariato, in attesa di provvedimenti del questore e dell’udienza davanti al giudice di pace, peraltro né fissata né tantomeno richiesta. Si era ritrovata ancora in un carcere, probabilmente con il timore di venire portata in un Cie, secondo i primi rilievi avrebbe utilizzato una cordicella per impiccarsi ad un termosifone. È morta dopo quaranta minuti di agonia, ripresa da una telecamera di sorveglianza che dava su un monitor a cui nessun piantone ha trovato il tempo di dare un’occhiata. «Eppure – racconta Gianfranco Schiavone, (Asgi e ICS) – che Alina fosse in condizioni di particolare vulnerabilità era noto a tutti. Durante la detenzione aveva compiuto numerosi atti di autolesionismo. Le autorità competenti compreso il prefetto e il questore, avrebbero dovuto verificare attentamente la situazione, sottoporre la donna a visite mediche, magari sospendere o dilazionare l’eventuale allontanamento. Non in base ad una discrezionalità ma nel rispetto della normativa. Ciò che stupisce è l’automatismo cieco del provvedimento». Ma non basta, quando ieri mattina il pm Massimo De Bortoli si è presentato al commissariato con una decina di finanzieri e due agenti di polizia per perquisire gli uffici, per effettuare una perquisizione e comunicare al funzionario che era stata aperta a suo carico un indagine per sequestro di persona e omicidio colposo, il quadro si è fatto ancora più fosco. Sono stati rinvenuti 49 fascicoli originali relativi a cittadini immigrati che sono stati illegalmente trattenuti in una cella, chiusi a chiave, anche per 4 giorni, in attesa che venisse convalidata una udienza davanti al giudice di pace per definire l’allontanamento o l’espulsione, ovviamente forzata e spesso con trattenimento in un Cie. Tanto l’ufficio quanto l’abitazione del funzionario sono stati perquisiti e il materiale ritrovato offre un chiaro spaccato della sua personalità: un fermacarte con il fascio littorio, un cartello con l’immagine del “duce” e la scritta “Ufficio epurazione”, busti e manifesti raffiguranti Mussolini, materiale variegato di propaganda fascista, antisemita e razzista, volumi come il “Mein kampf”, “Come riconoscere e spiegare l’ebreo”, “La difesa della razza” persino “La questione ebraica” di Marx, libro probabilmente acquistato unicamente per il titolo. «Fare piena luce sulle circostanze connesse alla tragica morte di una cittadina ucraina avvenuta nel Commissariato di Opicina». Questo il titolo dell’interrogazione rivolta il 20 aprile al Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia dai consiglieri regionali di Rifondazione Comunista-Federazione della Sinistra, Roberto Antonaz e  Igor Kocijancic, secondo cui: «Visto che dalle informazioni riportate sulla stampa emerge che la cittadina straniera morta in circostanze misteriose sia stata condotta al Commissariato  di Opicina per essere portata al CIE di Bologna, in attesa di essere rimpatriata in Ucraina, nonostante i suoi familiari vivessero a Milano;    appreso che uno stato di grave depressione aveva già spinto la donna ad un tentativo di suicidio in carcere; sottolineato che la tragedia pone ancora una volta il tema dei suicidi e degli atti di autolesionismo nelle carceri, nei CIE e  nelle caserme di cittadini italiani e stranieri; nella convinzione che la morte della giovane donna pone interrogativi ai quali è necessario dare una risposta,chiarendo quali siano le condizioni nelle quali viene effettuato il rimpatrio forzoso dei cittadini stranieri e quali siano in concreto i diritti garantiti agli stranieri trattenuti, i sottoscritti consiglieri regionali interrogano il Presidente Tondo per conoscere se durante il trattenimento siano stati messe in atto tutte le misure atte ad evitare atti di autolesionismo da parte di una donna segnalata  come soggetto a rischio; se l’interessata avesse manifestato il timore di incorrere in gravi pericoli una volta rientrata in patria; se fosse stata messa nelle condizioni  di chiedere eventualmente diritto di asilo, garantendo una informazione adeguata ed una mediazione linguistica». La vicenda sta in questi giorni animando il dibattito a Trieste, via via che emergono particolari sulle modalità di trattenimento in questura che difficilmente possono essere scaricate su un unico funzionario. Oggi alle 17 davanti alla questura del capoluogo giuliano, si tiene un presidio di protesta indetto da alcune realtà di movimento e in cui sarà presente anche il Prc. Nella lettera di richiesta di adesione alla manifestazione si invita la cittadinanza a partecipare per:«Esprimere questa repulsione, per porre delle domande precise al questore dal quale pretendere delle risposte precise, per pretendere che Baffi non resti a dirigere l’ufficio immigrazione. Per dire forte che questo “sistema” deve cessare immediatamente, che ci ripugna essere i guardiani armati della Fortezza Europa, nessun essere umano è illegale, che banditi debbono essere il razzismo, i sequestri, la ferocia […] Noi restiamo umani. Già restiamo umani in un tempo dalla viva disumanità». Già e si sono ritrovati in oltre 200, attivati grazie al tam tam di movimento, con la presenza di poche forze politiche ma di cittadine e cittadini a urlare che questa storia nera offende tutta Trieste, la sua storia e la sua memoria.

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