Lo avevano annunciato, e alla fine lo hanno fatto. Studenti e militanti dei collettivi, ma anche docenti, presidi e precari questa mattina, in molte scuole di tutta Italia, hanno boicottato in massa i test INVALSI (dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell’Istruzione), che già nell’infelice acronimo non promettono niente di buono. Si tratta di prove scritte, sotto forma di quiz e domande a risposta multipla, divise in due parti (italiano e matematica), e somministrate per valutare l’andamento della didattica, la preparazione degli studenti e l’efficacia degli istituti scolastici pubblici. Tali prove erano state introdotte, in via sperimentale e a scopo statistico, nel 2007, con la legge 176, e inserite nel 2009 fra i criteri di valutazione finale per il primo ciclo (scuola media). Dal 2010 vengono somministrate agli studenti di tutti i cicli formativi, continuando a fare punteggio solo per l’esame finale di scuola media, e generando situazioni di evidente confusione, non essendovi criteri standardizzati nella compilazione e valutazione delle stesse. E di recente, dopo una norma inserita nel decreto Semplificazioni, i test sono stati resi, di fatto, obbligatori.
Dopo gli studenti di scuole elementari e medie, che hanno svolto i test il 9 maggio scorso, toccava oggi agli studenti delle scuole superiori, che già da settimane erano in agitazione per organizzare il boicottaggio. Che, in città come Roma, ha sfiorato il 50%; e, come spiegano i ragazzi del Collettivo Senza tregua, molte delle prove consegnate dagli studenti, solo perché “costretti da presidi e professori” a farlo, si riveleranno “inservibili al momento dell’elaborazione dei dati” perché lasciate in bianco o compilate con risposte date a caso. A Firenze docenti e studenti hanno inviato una delegazione in prefettura per chiedere di ritirare i test: “non vogliamo una scuola quiz ma vogliamo una scuola della libertà di insegnamento e del progetto educativo”, hanno spiegato durante il presidio di protesta. In altre città come Bologna, all’ingresso delle scuole, i ragazzi che avevano deciso di entrare, e ritirare le prove, sono stati accolti da militanti che gli hanno consegnato dei pennarelli per sabotare il codice a barre identificativo.
Il boicottaggio prende forme diverse in tutta Italia, dai piccoli paesini alle grandi città; i movimenti studenteschi di sinistra, gli esponenti Cobas, l’Uds e i Giovani Comunisti, un po’ ovunque, spiegano che questi test, oltre a costare tantissimo denaro pubblico che potrebbe essere utilizzato diversamente, “per esempio per aiutare la condizione dei precari e dei docenti di sostegno, o mettere in sicurezza vecchi edifici”, sono sintomo di una cultura televisiva e sommaria, a crocette appunto, che umilia l’intelligenza di studenti e docenti, e puntano a dividere, in modo del tutto approssimativo, le scuole pubbliche in scuole di serie A e scuole di serie B, stabilendo quali hanno diritto ad accedere a finanziamenti statali per poter sopravvivere, e quali invece possono chiudere i battenti.
Per quanto l’INVALSI e il Miur cerchino di smentire queste preoccupazioni, il modello che si sta tentando di applicare per valutare l’andamento della scuola italiana, sembra proprio essere quello statunitense, in cui gli istituti scolastici vengono periodicamente monitorati per intervenire su eventuali punti deboli e apportare modifiche. Ma in Italia, negli ultimi anni, la scuola pubblica è stata privata di ben 9 miliardi di euro, un esercito di precari la sorregge con salari da fame, i concorsi sono fermi e il turn-over è di fatto bloccato. Forse, per ora, c’è ben poco da monitorare.
Luigi Mazza
