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Finestra sul mondo. Siria, diplomazia e società civile per uscire dalla guerra, intervista a Lorenzo Trombetta
Lorenzo Trombetta è un esperto di Medio Oriente. Vive in quella tormentata area geografica da 14 anni, ha dedicato metà della sua vita allo studio dell'arabo e della storia contemporanea della Siria, ottenendo una laurea a un dottorato sul tema. Collabora con l’agenzia Ansa e col periodico diretto da Lucio Caracciolo “Limes”. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente a Beirut, in Libano, per conoscere il suo punto di vista sulla drammatica situazione siriana, sulla quale incombe l’ennesimo intervento umanitario mirato soltanto ad assicurare gli interessi occidentali e a rendere ancora più difficile un quadro che si è ulteriormente complicato con l’entrata in scena di diversi attori. Qualcuno ha cominciato a parlare anche di guerra civile. E’ corretto usare questo termine?
Dobbiamo distinguere due aspetti, anche considerando la geografia della Siria. In una parte ben precisa del paese, attorno alla montagna alauita nel nord-ovest, è in atto una guerra civile a sfondo confessionale tra sunniti ed alauiti. Parlo della regione circondata da Homs, da Hama, da Idlib ad est, e a ovest invece definita dalla costa mediterranea con Latakia che è il principale porto della Siria. In mezzo appunto c’è la montagna alauita. Se guardiamo la geografia dei massacri anche più recenti ma non solo, penso a quelli compiuti nel 2011, e le battaglie che avvengono da mesi ormai non soltanto nella regione di Idlib ma anche dall’altra parte della montagna, sopra Latakia, notiamo che lì la questione ha preso un risvolto chiaramente confessionale. Dove i risentimenti secolari per certi aspetti, tra i sanniti della costa e della piana dell’Oronte e gli alauiti delle montagne che poi nel corso dei decenni hanno conquistato Damasco, hanno trovato nuova enfasi, nuovi motivi per essere rinfocolati. L’altro aspetto, che non deve essere sopraffatto da questa definizione spesso anche un po’ comoda per noi giornalisti, che riduciamo tutto a guerra civile, come in Iraq e in Libano con il risultato che il lettore comprende ancora meno quello che sta accadendo, riguarda invece la rivolta popolare, pacifica tuttora in alcune zone, contro il regime. Che non è soltanto un regime alauita, e non è soltanto una rivolta contro gli alauiti siriani. Tra l’altro anche se lo si dice poco, ci sono dei dissidenti storici ed anche dei giovani attivisti i quali grazie allo studio delle lingue si sono staccati dalla comunità di appartenenza. Insomma alauiti che sono contro il regime, come pure ci sono dei sanniti che partecipano in modo diretto e indiretto alla repressione, Se poi noi guardiamo il contesto nazionale siriano capiamo bene che questo conflitto non è riconducibile ad una guerra tra sanniti ed alauiti ma è scoppiata anche per una redistribuzione del potere e della ricchezza del Paese. Ci sono degli interessi economici molto forti e ciascuna regione ha le sue lagnanze, le sue rimostranze da fare. Regioni periferiche oppresse sempre di più dal potere centrale di Damasco che a differenza del passato, quando c’era Hafiz al-Assad, non è riuscito con Bashar al-Assad, a mantenere quei ponti trasversali con quelle regioni appunto e con i suoi abitanti, al di là dall’essere sanniti, sciiti, alauiti, drusi e cristiani. Bisogna così distinguere questi due aspetti e bisogna guardare sempre molto bene la carta geografica della Siria quando dobbiamo analizzare questo conflitto.

Questa descrizione dello scenario bellico siriano sembra confermare proprio la complessità della situazione. Di fronte alla quale il mondo sembra dividersi un po’ come succedeva durante gli anni della Guerra fredda con Mosca che sostiene il regime e l’Occidente gli insorti. In tutto questo si insinua anche la minaccia di Al-Qaeda, come lo stesso Kofi Annan ha sottolineato, che getta ulteriore benzina nel fuoco di questa guerra. Secondo te come si può uscire da questo conflitto? C’è bisogno di una intesa tra tutti i potenti della Terra per poter indurre tutte le parti in causa alla ragione oppure non basta?
Innanzitutto una premessa se è possibile. La rivolta siriana ha avuto fattori esclusivamente interni. E il regime ha invece fatto di tutto per renderla una questione regionale ed internazionale. A scapito ovviamente della legittimità delle manifestazioni che nei primi lunghi mesi della rivolta erano veramente pacifiche ed hanno invece avuto una risposta sanguinosa. Poi, certo, più andiamo avanti con il sangue e le violenze, più gli interessi stranieri e più i fondamentalisti di varia natura e gestiti dai vari servizi di sicurezza e non soltanto occidentali ma anche iraniani e russi, hanno trovato spazio in questa situazione di perdita del controllo del territorio da parte del regime e di impossibilità da parte dell’esercito libero, che è la principale piattaforma dei ribelli, di controllare queste zone grigie, queste teste calde, che se si uniscono delegittimano non solo la rivolta ma forniscono su un piatto d’argento anche allo stesso Occidente di poter gridare allo spauracchio di Al-Qaeda. Detto questo la questione oggi è sì internazionale e la potenza che ha maggiori interessi in Siria e che avrebbe maggiormente da perdere dalla caduta del regime è la Russia. E l’Occidente non ha veramente capito che se vuole davvero, e forse è questa la vera domanda, cambiare la situazione dovrebbe forse dare delle garanzie alla Russia che il post-Assad, non sarà una rottura con il passato. Insomma garantire che gli interessi russi strategici nel Mediterraneo e le commesse di rifornimenti militari e quelle delle risorse energetiche devono essere mantenute. Se l’Occidente non concede queste garanzie la Russia non cambierà atteggiamento.

In questo quadro è guerra di cifre su chi ha ucciso di più tra le forze governative e quelle dei ribelli. Non c’è dubbio, come ricordavi tu, che all’inizio il regime ha risposto in maniera sanguinosa a manifestazioni pacifiche, ma dopo lo scenario è cambiato. In che misura?
Innanzitutto la responsabilità di non aver concesso, anche prima del 2011, ai giornalisti di lavorare liberamente, non può non essere addossata al regime. Perché in Siria è difficile lavorare come giornalisti e in certi casi addirittura impossibile. Questo ha creato le basi per tutta una serie di mistificazioni, di falsificazioni, in cui noi giornalisti ci troviamo in una situazione in cui è molto difficile valutare le varie fonti. Detto questo davanti al fatto che mi occupo di Siria da quindici anni, che ho studiato l’arabo e ho conosciuto persone che lavorano ben prima del 2011 nel campo della difesa dei diritti umani, mi sono costruito una rete che mi consente di verificare le fonti nei limiti del possibile. Voglio aggiungere che io non sono lì sul posto ma anche chi si trova a Damasco, ed è questo un altro mito che dobbiamo sfatare, non significa che abbia maggiore possibilità di verifica. L’essere a Mosca, a Nicosia o a Beirut non crea insomma più difficoltà rispetto ad un eventuale collega indipendente che si trova in una regione specifica in Siria. E’ guerra di numeri? Sicuramente lo è da ambo le parti. Personalmente cerco di fornire bilanci giornalieri di vittime dove vengono riferiti nomi e cognomi, i video delle salme, le circostanze della morte. Insomma cerco di costruire intorno a ciascuna vittima un identikit il più possibile preciso. Non perché tutte queste informazioni non possano essere falsificate, ma perché credo che nella frenesia della guerra è più facile sparare un numero, 18 uccisi, che costruire a tavolino altrettanti identikit. Pur sapendo che sto facendo un lavoro mediato da altri e che devo passare comunque per delle informazioni che mi vengono date da terzi e per questo le cito certamente ma non me le attribuisco. Cercò però di attingere a quelle fonti che sono le più dettagliate possibili e che spesso sono più caute rispetto ad altre fonti che invece sparano cifre più alte. Questo è quello che posso dire per quanto riguarda appunto la guerra dei numeri. Da un altro punto di vista, se uno dovesse basarsi sulle fonti dei media ufficiali di Damasco, si avrebbe un quadro veramente fumoso e in certi casi ambiguo. Per esempio solo da poco hanno cominciato a dare i nomi delle vittime civili, quando queste vengono uccise dai terroristi, secondo la versione del regime. Ma tutt’oggi non sempre accade. Fino a poco tempo fa avevamo soltanto i nomi delle vittime dei militari e non venivano citate in alcun modo le vittime civili. Quando venivano citate erano completamente anonime e non ci davano alcun tipo di indicazione. Questo perché? E’ una domanda che è rimasta aperta per tanto tempo e ancora adesso lo è. La volontà di nascondere qualcosa c’è da parte del regime che non ci fa lavorare come vorremmo, e anche da parte dei ribelli, che costituiscono un amalgama molto difficile da identificare.

Israele sembra abbastanza silenzioso rispetto alla questione siriana. Quasi temendo un cambiamento che potrebbe essere ancor più sfavorevole allo Stato ebraico…
Israele, come tutti i paesi della regione, non ragiona con un’unica testa. Credo che un’ala maggioritaria del governo israeliano sia fedele alla propria tradizione, ovvero gli Assad in Siria sono formalmente il nemico, ma di fatto sono il nostro miglior nemico. La stabilità regionale, assicurata in quarant’anni con l’occupazione delle alture del Golan, faceva e fa tutt’ora comodo ad Israele. Basti pensare ad esempio alla regione siriana di Kuneitra, (all'interno della fascia di sicurezza Onu che divide Siria e Israele, ndr) che è quella meno colpita dalla repressione. Se poi il complotto fosse davvero israeliano, come accusa Damasco, forse avremmo avuto delle infiltrazioni anche da quella parte. Naturalmente è tutto da verificare ma certamente da parte di Israele, o almeno di una parte della leadership di quel Paese, non c’è molta tranquillità pensando ad un futuro senza Assad. C’è il rischio di una destabilizzazione della Siria e di una frammentazione, con l’influenza di svariati gruppi, alcuni sicuramente con una grossa ostilità nei confronti dello Stato ebraico. Quindi credo che il silenzio di Israele sia dovuto al timore che si delinei, con un cambio di regime a Damasco, uno scenario che non possono più controllare.

Le smanie interventiste in Occidente si riaffacciano, anche con la Francia del socialista Hollande e malgrado i fallimenti dei precedenti interventi. Che cosa ne pensi e quali misure alternative possono essere attuate, oltre alla trattativa diplomatica che come ricordavi prima, non può prescindere dalle richieste russe?
Per quanto riguarda l’intervento militare io sono fortemente contrario, intanto perché creerebbe ancora più vittime da ambo le parti ma sicuramente molto più tra i civili. E poi bisogna capire che tipo di intervento: come in Bosnia, oppure come recentemente è avvenuto in Libia, oppure interventi più mirati o addirittura finti interventi umanitari con l’imposizione di corridoi che poi comunque andrebbero protetti con l’uso della forza per mostrare anche lì i muscoli in maniera evidente? E comunque sarebbe veramente il pretesto per il regime di gridare all’aggressione e al complotto straniero cancellando le richieste del popolo che vuole ridistribuzione della ricchezza, dignità, giustizia e libertà. Rafforzerebbe il regime in ultima analisi. L’opzione possibile, anche se capisco che è un po’ naif e ingenua, è la creazione di una forza di interposizione costituita dall’invio di centinaia o migliaia di rappresentanti della società civile internazionale, non solo occidentale ma anche di quei paesi che hanno ripreso l’idea del non allineamento, come sembrano ora quegli stati che formano il Bric (Brasile, Russia, India e Cina), oltre al Sudafrica, con il compito di realizzare un lavoro di monitoraggio di tutte le zone colpite dalla violenza in Siria. Questo lavoro potrebbe essere affiancato da una forza di interposizione più muscolare e con un mandato più robusto. Credo che tanto si parla, tanto si manifesta, tanto si scrive in Italia e in Europa, che la società civile dovrebbe essere pronta ad intervenire e a mettersi davvero in mezzo e a fianco dei siriani. Prendendosi la responsabilità per il popolo siriano perché non possa essere più sterminato in questo modo giorno dopo giorno e pensando dunque. ad una forza civile di interposizione. Una cosa molto difficile da ottenere sia per i permessi che Damasco non concederebbe sia per la necessità e la difficoltà di trovare una piattaforma di organizzazione e di coordinamento di questa forza.

Che l’Onu potrebbe fare sua…
Sì, però se si mandano dei militari si dà comunque una connotazione di interventismo violento. Se invece si mandano brasiliani, cinesi, indiani, italiani, e non soltanto americani, russi o iraniani, quei paesi insomma che non hanno un esplicito interesse o che non rappresentano il loro paese o il loro governo, sarebbe difficile per Damasco dire no, noi non li vogliamo questi. E’ una possibilità ma molto remota. Un sogno, forse soltanto un auspicio, perché nella realtà dei fatti è difficile da realizzarsi.

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