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Cancellieri incontra gli Aldrovandi

"Il ministro Cancellieri - racconta il padre di Federico, Lino - ci ha detto che le motivazioni della Cassazione sono molto forti e che saranno un elemento importante di valutazione nell'ambito della Commissione disciplinare che dovrà valutare i quattro agenti".

In sette anni è il secondo ministro di polizia che i genitori di Federico incontrano. Incontri informali, lontani dal clamore delle telecamere, per questo densi di contenuti. Il primo, all'epoca del secondo governo Prodi, quando al Viminale c'era Giuliano Amato. Incontrò Lino Aldrovandi a margine di una festa del Pd a Occhiobello. Amato vide le carte, ascoltò le parole di un padre straziato e gli augurò che ci fosse un processo pubblico. Bastò perché 250 poliziotti, su circa 300, della questura estense si rivoltassero contro il ministro e facessero quadrato - senza se e senza ma - attorno a quattro colleghi indagati, all'epoca, per un violentissimo, feroce, controllo di polizia che si concluse con l'uccisione di un ragazzo che non stava commettendo reati e col depistaggio delle indagini.

Fatti che, puntualmente, sarebbero stati accertati in tre gradi di giudizio. Non ci risulta che le sigle sindacali che promossero il pronunciamento dei 250 si siano espresse al termine dell'iter processuale che ha visto una condanna inequivocabile dei quattro agenti ferraresi.

Ieri sera, a ridosso del settimo anniversario, Patrizia e Lino hanno incontrato la ministra Cancellieri. "E' stato un incontro informale, molto diretto. E siamo soddisfatti perché il ministro lo ha ribadito: reati di questo tipo sono gravissimi, ma lo sono ancora di più se chi li commette indossa la divisa"dice Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, commenta così il colloquio con il ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri, oggi, uscendo dalla Prefettura di Ferrara dopo un confronto riservato che arriva a poche ore dal deposito delle motivazioni della sentenza di Cassazione.

Per la morte di Aldrovandi sono stati condannati in primo e secondo grado a 3 anni e 6 mesi per eccesso colposo quattro agenti della questura di Ferrara: Monica Segatto, Enzo Pontani, Luca Pollastri e Paolo Forlani. Nelle motivazioni i giudici parlano di "una violenta azione repressiva nei confronti di un ragazzo che si trovava da solo e in un evidente stato di alterazione psicofisica", quando per di più era "inerme" ma l'unica preoccupazione dei poliziotti fu di allontanare da sé ogni ombra, invece di impegnarsi per permettere agli investigatori di ricostruire correttamente la dinamica del decesso.

La famiglia di Federico chiede che i quattro siano messi in condizione di non nuocere e una raccolta firme ha già raccolto centomila persone attorno a una piattaforma che comprende anche la richiesta dell'istituzione del reato di tortura e di un codice alfanumerico che consenta l'identificazione agli inquirenti di uomini delle forze dell'ordine travisati in operazioni di ordine publico. L'eventuale estromissione è al vaglio di un'appositta Commissione che ha nove mesi di tempo per una decisione. "Ho detto al ministro - dice ancora Patrizia - che il caso di mio figlio ha avuto una vasta eco, e ha contribuito a creare un movimento di opinione che chiede di cambiare la cultura all'interno delle forze dell'ordine, punendo in modo severo chi viene condannato per reati di questo tipo. Vorrei che la politica tutta, dai ministri ai parlamentari, si impegnasse perché vengano cambiate le norme, a partire dall'introduzione del reato di tortura. Il ministro ci è sembrato consapevole della necessità di cambiare le cose".

E quel movimento di opinione, proprio oggi con un concerto, manifesterà all'ippodromo di Ferrara, proprio dove il 25 settembre del 2005 ebbe luogo quel maledetto "controllo" di polizia.

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