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Non potranno costringerci a disperare
L’Italia oggi è il paese in cui la precarietà, come condizione stabile in cui si è costretti a vivere, va ormai oltre la semplice emergenza. Parlare di emergenza è ormai una modalità ipocrita per nascondersi dietro un dito. La realtà, per fortuna o per disgrazia, ci parla d’altro.

Raffaele Pennacchio, di 55 anni, malato Sla, è morto tra il 23 e il 24 ottobre 2013, dopo aver trascorso due giorni sotto il ministero dell'Economia. Era in presidio di notte, come di giorno, da due. La sua malattia non ha retto al gelo, il ministro dell’Economia, evidentemente, invece non “ha retto” alla richiesta di ricevere lui e il Comitato 16 Novembre, di cui faceva parte.

La manifestazione del 19 ottobre per il diritto alla casa e al reddito per tutti, è riuscita a portare in piazza ben 70.000 persone salvo poi il 23, dopo l’incontro con i sindacati prima e i movimenti dopo con il Ministro Lupi vedere il suo prolungamento con una sua dichiarazione negativa. Da parte del ministro un chiaro “no al blocco degli sfratti”. Ma la lotta non si ferma.

Il regista Giuseppe Ferrara, di Cento giorni a Palermo, oggi è in una situazione di grave precarietà di salute ed economica, è sotto sfratto esecutivo e proprio lunedì rischia di essere portato via da casa sua in autoambulanza.

Mostapha ha poco più di quarant’anni ed è disoccupato da circa due. Da cinque mesi dorme in un automobile o nel garage di un amico con la famiglia perché a giugno è stato sfrattato. Fa qualche lavoretto saltuario, fino a gennaio monterà impianti di riscaldamento, ma non riesce a trovare casa: ha un contratto così breve che nessuno gli affitta casa.

Sono queste tre “pillole” di storie che risultano sufficienti a mostrare una fotografia dell’Italia, il paese in cui il dramma del diritto alla casa, che non è certo una novità, può essere un’occasione di dibattito per mostrare le criticità di un paese che, con l’austerità a cui il governo l’ha sottoposto, sta distruggendo l’esistenza di tutta quella parte di cittadini, ormai di varie generazioni, costrette a vivere senza lavoro, senza riuscire a trovare altra collocazione, senza casa e la cui salute mentale, anch’essa, poi, in modo inevitabile, viene minacciata.

La mancanza di lavoro, infatti, causa la mancanza di potersi permettere una casa in cui vivere e tutto questo non fa che peggiorare le condizioni di chi già subisce le politiche di austerità sul fronte del taglio dei servizi. La manifestazione di sabato 19 ottobre ha dato dimostrazione della rabbia e dell'insoddisfazione dei cittadini, e a parlare sono stati non solo i numeri, quanto le diverse realtà presenti e scese in piazza per partecipare al corteo, e la loro voglia di dar vita ad un fronte compatto di lotta.

E’ da pochi mesi in libreria Morire di non lavoro, di Elena Marisol Brandolini, un libro che nelle sue riflessioni, nella testimonianza che la giornalista consegna ai lettori e nelle pagine che raccontano le cause dell’instabilità della popolazione, italiana e non solo, a partire dal lavoro che non c'è, induce il lettore a un ragionamento più ampio e importante: la mancanza di impiego, l’assenza di un tetto dove vivere, la solitudine forzata e generata da un sistema di vita troppo spesso fatto di ristrettezze e così inaccessibile a un vivere dignitoso, e anche la malattia mentale, diventano tutte facce della stessa medaglia.

Qualche volta, e in tempi di crisi non è neanche così raro, queste mancanze portano al suicidio, tema che la giornalista infatti affronta nel dettaglio e che permette e invita a una riflessione importante su questo argomento così delicato, ma per il quale non possiamo permetterci, istituzioni comprese, di chiudere gli occhi.

Non è possibile oggi, dunque, scollegare le esigenze pratiche e primarie da quelle “umane”. Non è possibile scindere il diritto al lavoro, dal diritto alla casa, dal diritto alla salute, a meno che quest’ultima non ci venga negata per cause naturali e a questo è talvolta impossibile porre rimedio.

La lotta che i sindacati del diritto all’abitare, così come quella che i movimenti hanno iniziato da molti anni insegna la resistenza, il dovere di resistere. Sono l’espressione e un esempio di come reagire all’austerità. La lotta è una risposta determinata e la migliore risorsa da mettere in campo per non lasciarsi risucchiare e paralizzare da questo sistema che “si dimentica” dell’uomo come essere umano, dei suoi diritti elementari.

E’ allora necessario anche soffermarsi sulla partecipazione di numerose realtà collettive, antagoniste, scese in piazza il 19 ottobre perché sono non solo la fotografia di quest’Italia, ma soprattutto di quanto la collettività reagisce alle politiche di austerità. Una collettività che oggi non intende più subire le scelte di una politica schiava della finanza e della speculazione. E’ un segnale che si aspettava da tempo, dopo le piazze di Grecia, Spagna e Portogallo.

Se ci è consentito fermarci a riflettere sul “diritto alla casa” numerose sono le questioni da risolvere: occorre bloccare gli sfratti, anche quelli per morosità non colpevole, bisogna creare alloggi pubblici, permettere che l’uscita da una casa non veda una famiglia finire per strada, ma in un altro alloggio. Occorre capire meglio cosa dovrà accadere a Roma a chi vive nei residence: se uscendo da questi, ricevendo un contributo di affitto, verranno esclusi dalle liste per la casa popolare. Occorrerebbe rivedere la cedolare secca, l’imposta che di fatto ha favorito solo i proprietari che, pur pagando meno tasse, si sono guardati bene dall’abbassare gli affitti. Bisogna pensare ai bambini, che vengono tolti alle famiglie quando queste sono costrette al dramma dello sfratto. E’ dovere pensare agli immigrati, a i precari, ai disoccupati. Ai cittadini, tutti. E non di meno importanza sarebbe indispensabile un confronto e chissà, forse, anche l’unità della sinistra, delle forze sindacali, con i movimenti, più avanti con la fiducia riconquistata, anche con la sinistra politica, oggi non più riferimento di chi un riferimento lo vorrebbe ancora.

Penso a un’unità, più desiderata che attuabile, perché le battaglie comuni per essere vinte devono unire e non dividere chi si muove in un terreno comune. Devono andare verso la crescita, la coesione e mai verso l’esclusione. E se questa diventa una pratica “nel movimento” allora vuol dire che il movimento può vincere.

Anche le pagine di Chi comanda Roma, inchiesta di Ylenia Sina, permettono uno spunto di riflessione. In questo caso mi soffermo sull’informazione, ormai manipolata da costruttori proprietari dei nostri quotidiani. Dobbiamo schiacciare l’informazione manipolata continuando a far emergere la voce degli invisibili e trovando strade sempre più adatte perché queste stesse voci raggiungano un pubblico che sia in crescita costante.

E’ indispensabile pensare a quei cittadini oggi sempre più numerosi e a cui le politiche di austerità stanno togliendo tutto. Fare nostra, e con forza, una pagina di quello che è stato definito da Sartre il più grande romanzo sulla resistenza: L’educazione europea, di Romain Gary. Questa meravigliosa pagina che oggi possiamo leggere come un invito: “La verità è che ci sono momenti nella storia, momenti come quello che stiamo vivendo, in cui tutto quel che impedisce all’uomo di abbandonarsi alla disperazione, tutto ciò che gli permette di avere una fede e continuare a vivere, ha bisogno di un nascondiglio, un rifugio. Talvolta questo rifugio è solo una canzone, una poesia, una musica, un libro. Vorrei che il mio libro fosse uno di questi rifugi e che alla fine della guerra, gli uomini ritrovassero intatti i loro valori e capissero che, se hanno potuto forzarci a vivere come bestie, non hanno potuto costringerci a disperare. Non esiste un’arte disperata: la disperazione è solo una mancanza di talento [...].

Non potranno costringerci a disperare.

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